"Banda larga più forte con regolazione light" - CorCom

ANALISI PENNSYLVANIA UNIVERSITY

“Banda larga più forte con regolazione light”

Uno studio della Pennsylvania University: “L’82% delle famiglie americane ha l’ultra-broadband contro il 54% di quelle europee, grazie a regole più leggere che favoriscono gli investimenti. La Fcc ha aperto il dibattito sul modello regolatorio europeo, ma le telco Usa sono contro

05 Giu 2014

Patrizia Licata

Il tocco light dei regolatori statunitensi ha aiutato a stimolare gli investimenti in banda larga e ampliato l’accesso a Internet ultra-veloce negli Stati Uniti rispetto all’Europa: lo dice uno studio della Facoltà di Legge della University of Pennsylvania, secondo il quale in Europa lo status di “servizio pubblico” con cui viene governata la banda larga ha frenato la crescita degli accessi a Internet.

Lo studio arriva in un momento “caldo” per il dibattito su come regolare l’accesso alla rete negli Usa: come noto la Federal Communications Commmission ha proposto nuove regole sulla net neutrality, cui si oppongono le aziende hitech ma anche le associazioni dei consumatori, e ha aperto una consultazione sulla possibilità di regolare di più il broadband trattandolo come “public utility” (come vorrebbero molti paladini della net neutrality). Per lo studio della Pennsylvania, però, questo sarebbe un danno per l’innovazione.

In Europa, i top manager delle aziende di telecomunicazione hanno più volte indicato che il continente è rimasto indietro rispetto ad altre regioni del mondo nell’espansione dell’Internet ultraveloce e spingono per il consolidamento nel settore. Le entrate dai servizi telecom sono scese in Europa di oltre il 12% dal 2008 e le Telco sostengono che questo abbia ostacolato gli investimenti in reti di nuova generazione.

Tuttavia, non è tutto roseo nemmeno il quadro americano. Qui è la qualità dei servizi Internet ad essere ampiamente criticata, di recente anche dal chief executive di SoftBank Masayoshi Son, che spinge per una fusione tra la sua controllata Sprint e T-Mobile. Son ha detto che le velocità di connessione mobile negli Usa sono inferiori a quelle di moltre altri paesi, e si attestano poco sopra a quella delle Filippine. Secondo il patron di SoftBank il consolidamento tra Telco andrebbe a favore di un miglioramento della qualità, ma l’accordo tra Sprint e T-Mobile non è visto di buon occhio dai regolatori americani, compresa la Fcc.

Lo studio della Pennsylvania mostra che le velocità di download negli Usa nei periodo di picco sono inferiori a quelle dell’Europa – 15 Mbps contro 19 Mbps. Per le velocità più basse, i prezzi del broadband sono inferiori negli Usa che in Europa, mentre negli Usa è più costoso l’accesso alle velocità più alte. Ma per gli studiosi questo costo maggiore è giustificato perché gli utenti americani consumano il 50% di capacità di banda in più degli utenti europei.

E soprattutto, gli esperti della Pennsylvania mettono in evidenza un dato: l’82% delle famiglie americane ha l’ultra-banda larga contro il 54% di quelle europee. “I dati empirici confermano che gli Usa stanno facendo molto meglio dell’Europa nella corsa alla banda larga. Sono anche una conferma che l’approccio regolatorio finora adottato negli Usa è corretto”, afferma l’autore dello studio, il professor Christopher Yoo.

Le differenze nei due approcci regolatori hanno anche fatto sì che negli Stati Uniti l’investimento medio in banda larga per famiglia sia di 562 dollari, contro i 244 dollari dell’Europa. Da noi i regolatori trattano la banda larga come servizio pubblico e promuovono la concorrenza basata sui servizi; i nuovi player affittano le infrastrutture già esistenti con prezzi all’ingrosso. Negli Usa, invece, dove spetta alle aziende private costruire e ammodernare le infrastrutture della banda larga, ai nuovi entranti si chiede di costruirsi le loro reti. Le aziende che forniscono il broadband – come Comcast, Verizon, At&t – hanno già fatto sapere alla Fcc, dopo l’apertura del pubblico dibattito sulla regolamentazione di Internet, che si oppongono alla via europea, che, temono, causerebbe un calo degli investimenti in infrastrutture e farebbe salire i costi.