Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

STRATEGIE

Banda ultralarga, ora l’Italia si rimette in pista

Il piano da 6,2 miliardi del governo individua gli obiettivi a medio termine, gli strumenti e i modelli per realizzare la rete che entro il 2020 porterà 100Mb ad almeno il 50% della popolazione. In linea con l’Agenda digitale europea

01 Dic 2014

Alessandro Longo

Ci sono almeno due buone notizie, sulla strada verso un futuro a banda ultra larga: abbiamo un piano strutturato e credibile; abbiamo i fondi pubblici per realizzarlo (alcuni sono certi, altri sono abbastanza probabili). È con queste due carte da giocare che l’Italia si avvicina alla versione definitiva del piano governativo banda ultra larga, in consultazione pubblica fino al 20 dicembre (coordinato dalla Presidenza del Consiglio e realizzato da un Comitato formato da Agid, Agcom, Mise, Infratel e l’Agenzia della Coesione).

In questi giorni, quindi, il testo passerà al vaglio degli operatori e potrà essere modificato, soprattutto nei punti che riguardano le misure esecutive per estendere la banda ultra larga (30-100 Megabit). Resteranno in piedi però le due incognite principali: a quanto ammonteranno gli investimenti privati suscitati dall’impegno di fondi pubblici? Quale sarà la penetrazione effettiva dei servizi? Questo secondo punto è l’eterna domanda (essendo il tallone d’Achille italiano) ma è resa di nuovo attuale dal piano, perché secondo l’Agenda digitale (italiana ed europea) bisogna raggiungere due obiettivi entro il 2020: una copertura 30 Mb a tutta la popolazione e un 50% di effettivo utilizzo dei 100 Mb. Adesso la penetrazione è inferiore all’1% e la copertura dei 30 Mb è al 21% (stime Infratel di luglio).

Mission impossible? Lo vedremo. Certo è che il piano prevede serviranno 12 miliardi, di cui 6 pubblici, per raggiungere i due obiettivi. Il secondo richiederà una copertura dell’85% della popolazione e incentivi alla domanda. Ma leggendo tra le righe del piano si comprende che quell’85% è raggiungibile solo nello scenario più ottimistico, cioè se gli operatori privati metteranno 6 miliardi (un euro per ogni euro pubblico), in aggiunta ai poco meno di 2 miliardi che hanno già previsto nei piani industriali 2014-2016. Secondo il piano, nell’ipotesi peggiore, cioè se i privati metteranno solo 1 miliardo di euro aggiuntivo, da qui al 2020, sarà comunque possibile dare i 30 Mb a tutti, ma i 100 Mb “solo” al 50% della popolazione. Questa stima, tutto sommato non disdicevole, è il frutto delle due buone notizie dette prima. Abbiamo un piano e abbiamo i soldi (pubblici).

“Sì, è una buona notizia: da anni aspettavamo un documento di politica industriale per l’infrastrutturazione delle reti di Tlc di nuova generazione e oggi è disponibile – dice Cristoforo Morandini di Between -. Gli obiettivi sono dichiarati, i modelli sono definiti, il ventaglio degli strumenti potenziali esplicitato, le risorse necessarie e quelle disponibili identificate”.
Nel dettaglio, il piano prevede di dividere l’Italia in quattro aeree. Nella prima ci sono le principali 15 città italiane, 15% della popolazione, e sono quelle in cui vogliono investire almeno due operatori telefonici. Nella seconda c’è il 45% della popolazione e vi vuole investire uno solo. Nella terza e quarta non vuole investire nessuno. Nelle prime tre il piano mira a portare i 100 Mb laddove gli operatori si vorrebbero fermare, al massimo, ai 30 Mb. Nella quarta il piano arriverà a dare solo i 30 Mb. In che modo? Nella prima solo grazie a defiscalizzazioni e accesso agevolato al credito in favore degli operatori. Stima che le misure dello Sblocca Italia sul credito d’imposta, se estese anche al 2016-2020, porteranno 600 milioni di investimenti privati ulteriori.

Nella seconda e terza area ci saranno anche misure con fondi pubblici, in due modi: bandi di gara a incentivo e partnership pubblico-private. Il primo modo ha già caratterizzato gli ultimi bandi di gara Infratel e porta a infrastrutture di proprietà dell’operatore che vince la gara. Il secondo modo è una novità e prevede che le infrastrutture siano affidate a società terze. Nella quarta area, la più sfortunata (15% della popolazione), il piano prevede anche interventi diretti con fondi pubblici: lo Stato fa la rete (fino alle case) e poi la dà in concessione, restandone proprietario.

In tutte le aree, eccetto la prima, sono previste anche misure di aggregazione della domanda, con raccolta di pre-adesioni (di privati, aziende, enti locali) a giustificare l’investimento. I fondi sicuri, per tutto questo, sono 2,4 miliardi (Fesr e Feasr, compreso il co-finanziamento nazionale) e 230 milioni di programmi operativi Fesr, tutti fortemente sbilanciati a favore del Sud. Ne deriva che servono 3,5 miliardi dal Fondo Sviluppo e Coesione, per completare il piano. Le sue allocazioni sono ancora da decidere ma con questo piano (già condiviso tra Matteo Renzi e Graziano Del Rio) di fatto il Governo si è impegnato a stanziare, dal fondo, almeno 3,5 miliardi e fino a 5 miliardi per la banda ultra larga.

I primi bandi saranno nel secondo trimestre 2015, quindi dovremo aspettare il 2016 per i frutti di questo piano. Nel 2015 Infratel prevede una copertura del 45% con i 30 Mb (anche grazie ai 419 milioni di fondi pubblici già stanziati per le gare banda ultra larga al Sud), per salire al 75% nel 2018. Ne deriva che fra meno di tre anni ci metteremo in pari con la media europea dove la copertura banda ultra larga era già al 56% nel 2013.

Articolo 1 di 5