Banda ultralarga, Cambini: “Nuove reti fondamentali, ma bisognerà saperle usare” - CorCom

L'INTERVISTA

Banda ultralarga, Cambini: “Nuove reti fondamentali, ma bisognerà saperle usare”

Il docente del Politecnico di Torino: “Di per sé le infrastrutture non fanno miracoli. Serve un piano operativo subito, l’Italia deve trovarsi pronta per spendere le risorse del Recovery Fund Ue”. E sulla rete unica di Tlc: “Progetti di co-investimento molto positivi ma quadro regolatorio va aggiornato. Necessari specifici target di realizzazione e meccanismi di premio-penalità”

16 Dic 2020

Mila Fiordalisi

Direttore

“Il tema della rete unica di Tlc è esploso anche a seguito di questa pandemia che ha mostrato quanto sia essenziale avere una rete ultra veloce in tutto il territorio”: Carlo Cambini, Professore ordinario di Economia Applicata al Digep (Dipartimento di Ingegneria Gestionale e della Produzione) del Politecnico di Torino accende i riflettori sulla necessità di dotare l’Italia di infrastrutture adeguate per il grande salto nella digitalizzazione e anche e soprattutto in chiave di ripresa economica. “È indubbio che gli investimenti in reti ultra-veloci siano un fattore positivo per l’economia di un paese: numerosi studi mostrano che questi investimenti generano un effetto positivo sulla crescita economica. Su altre dimensioni, come sul lavoro, l’educazione o la crescita delle imprese, i risultati sono meno univoci”.

Professor Cambini, quali possono essere in concreto gli effetti positivi e quelli negativi?

Le reti ultra-veloci fanno aumentare, ad esempio, l’occupazione di persone con un certo livello di preparazione (i cosiddetti high skilled) mentre ci sono evidenze opposte per chi svolge mansioni più rutinarie (low skilled). Anche per le imprese, senza dubbio le reti ultra-veloci favoriscono una loro crescita, ma rendono anche i mercati più grandi con il rischio di uscita per chi non sa usare le nuove tecnologie. Al problema dell’infrastruttura si lega quello della conoscenza e capacità di gestione dell’Ict da parte dei manager, soprattutto delle Pmi. A mia conoscenza non ci sono studi che mostrano se la concorrenza tra infrastrutture amplifica o meno questi impatti. Quel che possiamo dire è che in Italia la concorrenza che si è avuta fino ad adesso ha permesso nell’ultimo triennio una accelerazione negli investimenti in fibra mai vista in precedenza, che ha però purtroppo riguardato solo determinate aree del Paese.

Il progetto FiberCop vede già in campo Fastweb e Tiscali, crede che la presenza di più attori possa essere la chiave anche per il progetto di rete unica AccessCo?

Personalmente vedo questo progetto di co-investimento in modo molto positivo, come d’altra parte tutti i progetti simili che ci sono in Europa. Ovunque applicati, gli accordi di co-investimento hanno portato ad un aumento della copertura di reti Ftth (come in Francia e in Spagna) e in alcuni casi hanno anche aumentato il livello di concorrenza a livello retail tra gli operatori. FiberCop è un accordo aperto, come previsto dall’art. 76 del Nuovo Codice, e quindi potenzialmente potrebbe anche includere ulteriori operatori, inclusi quelli wholesale-only. Che questo possa essere il veicolo con il quale realizzare la famosa AccessCo è difficile dirlo, perché credo che la realizzazione della AccessCo dipenda da questioni di governance specifiche. Certo è che potrebbe essere un primo strumento con il quale Tim e Open Fiber possono provare a coordinare le proprie attività. Se poi le cose funzioneranno, il mercato deciderà se dare origine ad un unico operatore.

Gli operatori “alternativi” a gran voce chiedono un tavolo di confronto a livello Mise affinché si discutano i dettagli del progetto e si chiariscano i perimetri sul fronte della garanzia della concorrenza e della terzietà della governance. Il “ritorno al monopolio” è il timore avanzato da chi è contrario al progetto: crede che sia davvero questa la questione oppure ci sono altri temi di natura economica che si celano dietro alle perplessità?

Capisco la loro preoccupazione, ma anche laddove venisse decisa la creazione dell’operatore unico, ciò non può che avvenire a condizioni regolatorie ben specifiche e tali da tutelare il buon funzionamento del mercato. Anche la governance ovviamente dovrebbe essere tale da assicurare totale terzietà di gestione. Forse alcuni ulteriori problemi che gli operatori alternativi potrebbero vedere risiedono nel coordinamento e nel timing degli investimenti, come un recente report del think tank Cerre ha evidenziato. Ossia, mentre in concorrenza vi è un incentivo a investire perché se non si realizza capacità da cedere a terzi un operatore retail la va a cercare dal rivale, in presenza di un unico operatore sul mercato si rischia che gli investimenti richiedano un maggior coordinamento tra operatore wholesale e retail portando così a ritardi nella fase realizzatoria. Tutto questo potrebbe però essere risolto, o comunque minimizzato, prevedendo specifici target di realizzazione ed eventualmente meccanismi regolatori di premio-penalità sulla scorta di quelli che si vedono in altri settori con single infrastrutture regolate. Senza ombra di dubbio, in un tale contesto, il quadro regolatorio deve comunque essere fortemente aggiornato per tener conto di questi potenziali rischi.

Al di là della rete unica, crede che in Italia si sia davvero capita l’importanza della infrastrutturazione ultrabroadband – complice il boom di connettività generato dalla pandemia – oppure che oltre agli annunci politici il percorso sia ancora tutto da fare?

Purtroppo credo che ci sia ancora un percorso lungo da fare. Ma non ne abbiamo più il tempo. Io sono un docente universitario e tutte le volte che sento miei studenti che non riescono a seguire le lezioni da remoto perché non hanno una connessione nella zona dove abitano mi piange il cuore. Tutto questo accentua le disuguaglianze sociali che si stanno ampliando.  E non è giusto. Si dovrebbe litigare meno, mettere le carte sul tavolo e prendere una decisione. La rete sarà fondamentale per la ripresa, ma serve anche la capacità di saperla usare perché di per sé la rete non può fare miracoli se poi non si sa che uso farne.

Non sono ancora chiari i dettagli del Recovery Plan italiano: al digitale saranno destinati circa 50 miliardi. Crede siano sufficienti? E quanti di questi 50 miliardi andrebbero destinati alla realizzazione delle nuove reti a banda ultralarga?

Sono una montagna di soldi che a mio avviso dovrebbero in via prioritaria servire per completare in tempi rapidissimi la copertura in fibra su tutto il territorio nazionale. Ma anche per aiutare le imprese a meglio utilizzare i nuovi servizi che utilizzano tali infrastrutture. Le grandi aziende non hanno certo problemi da questo punto di vista, ma le Pmi molti di più perché la concorrenza in molti settori è fortissima ed il mercato è ormai sempre più globale. Così come dotare le scuole di connessioni adeguate per sostenere attività didattica da remoto, e la stessa cosa per gli ospedali e tutta la PA. Solo che siamo già in ritardo, vorrei vedere piani già in funzione, bandi di gara già pronti. Purtroppo i dati del passato ci dicono che riusciamo a spendere non più del 40% dei fondi stanziati dalla UE, ma adesso non ce lo possiamo più permettere. Serve un piano operativo e serve subito così da esser pronti appena i soldi arrivano. Se attendiamo invece che i soldi siano a disposizione per partire, ne riparleremo tra 3 anni.

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