Banda ultralarga in Italia: “Non si possono scaricare le responsabilità solo sulle telco” - CorCom

LO STUDIO

Banda ultralarga in Italia: “Non si possono scaricare le responsabilità solo sulle telco”

I ritardi nell’infrastrutturazione, la domanda al palo, la guerra dei prezzi: queste le principali evidenze emerse dal report sul settore telco di Luiss Business School e WindTre. “Bisogna abbandonare le battaglie di retroguardia e serve un cambio di paradigma nell’azione normativa e regolatoria. Improcrastinabile necessità di uno scatto in avanti”

16 Nov 2021

Mila Fiordalisi

Direttore

L’Italia resta in coda nella classifica europea per i servizi ultrabroadband, ma il ritardo è dovuto anche alla scarsa recettività del mercato: solo il 61% delle famiglie italiane, infatti, è abbonato a servizi a banda larga. È quanto emerge dallo studio “Il settore Telco in Italia: assetto normativo e analisi di impatto” realizzato dalla Luiss Business School di Roma in collaborazione con WindTre, la telco guidata da Jeffrey Hedberg. “La digitalizzazione ha un ruolo decisivo per favorire la crescita economica e sociale nel periodo post pandemico, ma molti Paesi, tra i quali l’Italia, non possiedono le infrastrutture necessarie a garantire la connessione in modo omogeneo alle famiglie e alle imprese”, emerge dal report.  “Occorre, pertanto, procedere ad una rapida e capillare alfabetizzazione digitale, evidenzia lo studio, per cogliere appieno lo sviluppo delle nuove reti, a partire dal 5G, sulla scia di una fattiva collaborazione pubblico-privato, grazie a interventi da parte delle istituzioni, quali la semplificazione burocratica per la realizzazione delle infrastrutture e le riforme relative ai limiti elettromagnetici, oggi i tra i più bassi in Europa”.

Il contesto in cui si colloca il settore delle telco in Italia è caratterizzato – evidenzia lo studio – da ingenti investimenti a fronte di una costante decrescita nei profitti. Dai dati forniti da Agcom e Asstel – si ricorda nel paper – emerge che i ricavi degli operatori di Tlc siano passati dai quasi 46 miliardi di euro del 2007 a meno di 29 miliardi di euro nel 2020, con una riduzione di circa il 37,5% nel periodo, e di quasi cinque punti nell’ultimo anno.

Peraltro la discesa dei prezzi nelle Tlc italiane risulta in evidente controtendenza rispetto all’indice generale dei prezzi e rispetto alle altre utilities, fatta eccezione per il settore del gas, per il quale si riscontrano tassi di crescita negativi dei prezzi, ancorché in misura significativamente più contenuta nell’arco dell’ultimo decennio. “Il miglior prezzo praticato in Italia per connettività a banda larga mobile con 20 GB di traffico è, in Italia, comparabile con la media dei migliori prezzi a livello europeo per connettività a banda larga mobile e 0,5 GB di traffico (rispettivamente pari a 8,12 e 7,99 eur PPP). In Europa, il miglior prezzo per l’offerta di Internet mobile con 20 GB di traffico è quasi triplo (23,64 eur PPP) rispetto a quello italiano, e in linea con Germania (26,13 eur PPP) e Spagna (23,87 eur PPP). Le migliori offerte in Francia sono più vicine a quelle italiane in valore assoluto, pur risultando superiori per percentuali oscillanti tra il 23 e il 74 per cento. Considerazioni complessivamente analoghe valgono per i panieri double play (Internet e telefonia mobili)”.

Determinante dunque un cambio di passo. “Emergono con chiarezza le ragioni dell’ormai improcrastinabile necessità di uno scatto in avanti del sistema Paese, dell’abbandono delle battaglie di retroguardia, di un cambio di paradigma nell’azione normativa e regolatoria che impatta sul settore delle Telco: il superamento di una visione miope e statica a favore di un approccio lungimirante, dinamico e pragmatico, nel quale la metrica dell’intervento pubblico (regolatorio e non) non sia basata soltanto sulla riduzione del prezzo dei servizi di comunicazione, sull’ipercompetizione nei mercati retail o sul compiacimento della parte di opinione pubblica ed elettorato arroccata su posizioni ideologiche e prive di basi scientifiche”. Governo, Legislatore e Autorità di regolazione “devono assumersi – assieme agli operatori, e non scaricando tale responsabilità integralmente su di essi – la responsabilità di rendere possibile la partecipazione dell’Italia ai benefici della trasformazione digitale e agire di conseguenza”.

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