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IL CASO

Banda ultralarga, il piano aree bianche marcia con (almeno) un anno di ritardo

Voluto dal governo Renzi per accelerare la posa della fibra, il progetto non è in linea con la roadmap. Pesa la burocrazia legata a permessi e autorizzazioni amministrative. E ci sono problemi anche con i collaudi

15 Lug 2019

Mila Fiordalisi

Direttore

La deadline dei lavori del piano aree bianche di Open Fiber relativo ai primi due bandi Infratel (quello che coinvolge 18 Regioni italiane al netto di Puglia, Calabria e Sardegna oggetto del successivo terzo bando) rischia di slittare al 2021, alias di almeno di un anno rispetto ai tre anni di roadmap calendarizzati dal 2017, ossia dai 36 mesi dalla firma della concessione del primo bando. E si finirà dunque al 2022 riguardo al secondo bando.Almeno stando alla situazione odierna.

I comuni nei quali sono terminati i lavori, con comunicazione di fine lavori (Cuir) ricevuta ad oggi, sono 170 – si legge nella risposta all’interrogazione parlamentare presentata dal deputato 5Stelle Paolo Romano -. Tuttavia non tutti i 170 Comuni sono collaudabili in quanto per molti di essi manca il Pcn, cosiddetto Punto di consegna neutro dove vengono attestati gli apparati di rete, che consente la collaudabilità e l’attivazione del servizio”. E, continua la risposta “sono 22 i comuni con Cuir inviato che hanno il Pcn attivo e che quindi sono ptenzialmente collaudabili”. E ancora: per 9 dei 22 comuni la documentazione risuta essere incompleta. E per gli altri 13 sono stati effettuati 5 collaudi di cui 3 con esito negativo e 2 con prescrizioni sanabili da Open Fiber a breve e per 8 comuni i collaudi sono pianificati nella prossima settimana”.  Insomma, si sta parlando di collaudi che si contano sulle dita della mano.

“Il Governo sta seguendo con la massima attenzione il processo di realizzazione dell’infrastruttura di rete pubblica della banda ultralarga, al fine di garantire lo sviluppo delle nuove tecnologie e assicurare che i servizi all’utenza avvangano senza ulteriori ritardi rispetto alle scadenze stabilite a livello nazionale e europeo”, si legge nella risposta all’interrigazione. Ma non sono né la mancanza di fondi né di risorse a rallentare il piano. Due i principali ostacoli sul cammino: la burocrazia, come da copione oramai, e anche i rallentamenti relativi ai collaudi. Di fatto, a un anno dalla partenza dei lavori le cose non sono messe bene.

E la faccenda non è di poco conto se si considera che si tratta di un progetto pubblico voluto per portare la connettività ultrabroadband ai cittadini localizzati in aree remote o dove gli operatori non intendono realizzare reti di nuova generazione a causa degli elevati investimenti necessari.

Unica aggiudicataria dei tre bandi Infratel, Open Fiber si è da subito messa all’opera: ma già fra la progettazione definitiva e quella esecutiva dei progetti (quest’ultima legata all’approvazione da parte delle singole amministrazioni: Comuni, Province, Sovrintendenze, Anas, Rfi, Autostrade, Enti Parco e Consorzi di bonifica) si è aperto il primo varco che ha fatto slittare l’avvio dei cantieri a maggio 2018. E ammontano a 12 i ricorsi presentati da Tim e poi respinti che hanno anch’essi avuto un peso sulla vicenda. Circa 65mila i permessi da richiedere per l’avvio dei cantieri sulla base di una decina di diverse modalità di Conferenze dei Servizi regionali. Nonostante il ginepraio burocratico l’azienda va avanti e decide di avviare – a proprio rischio – i cantieri anche senza il 100% delle autorizzazioni (al 70% si parte).

Le gare sono state aggiudicate al concessionario Open Fiber tenuto a completare la realizzazione della infrastruttura di rete pubblica entro 36 mesi dalla firma della concessione, per il primo bando – che riguarda 3.043 Comuni (3.710 quelli del secondo bando) – dunque entro il 2020. Ma fra la firma della concessione e l’ok alla progettazione esecutiva (bisognava nel frattempo redigere il manuale operativo per lanciare le gare pubbliche – giunto a fine dicembre 2017)  sono passati diversi mesi che hanno fatto scavallare la consegna al 2021.

Secondo quanto risulta a Corcom ammontano a 250 i comuni in procedura di collaudo e sarebbero centinaia quelli in cui i cantieri potrebbero essere avviati ma che attendono il via libera amministrativo, in alcuni casi anche solo singole autorizzazioni. Centinaia che si aggiungerebbero ai 1.600 cantieri già avviati e ai 500 nel “limbo” delle Conferenze dei Servizi di cui si attendono gli esiti. Se la macchina burocratica si mettesse efficacemente in moto, dunque, Open Fiber potrebbe arrivare puntuale all’appuntamento 2021:ma i se in queste faccende si sa che non portano poco lontano. E anzi ci sarebbe da temere anche sul “traguardo” 2021. Vero è che secondo quanto risulta a Corcom dal computo totale dei Comuni oggetto dei primi due bandi ne sarebbero stati decurtati circa un migliaio, ossia quelli “sospesi” a causa di incongruenze fra le informazioni comunicate in sede di bando e l’effettiva situazione rilevata sul campo (il numero delle aree bianche non corrispondeva a quello sulla carta frutto della consultazione pubblica). A questo punto ammonterebbero dunque a oltre 5.500 i Comuni da cablare nelle aree bianche. Diviso per tre anni fanno 1.666 Comuni all’anno considerando il triennio 2018-2021. Una mission “possible” sulla carta – la progettazione definitiva di tutti i comuni è stata effettuata- ma bisognerà capire quanto tempo ci vorrà per passare dai piccoli ai grandi numeri.

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