Rete unica Tlc, Frosini: “Solo modello wholesale garantisce tutti gli operatori” - CorCom

L'INTERVISTA

Rete unica Tlc, Frosini: “Solo modello wholesale garantisce tutti gli operatori”

Secondo il giurista vicepresidente del Cnr, l’infrastrutturazione in fibra è la strada per consentire recupero di competitività e abbattimento dei divide. Ma su AccessCo avverte: “Per l’Europa sarebbe difficile poter sostenere la validità di un progetto in cui l’ex-incumbent acquisisce il suo principale competitor”

27 Ott 2020

Mila Fiordalisi

Direttore

Tra analisi di mercato, separazione della rete ed eventuale fusione in una società terza passerà del tempo. Nel frattempo, sarebbe bene spingere su una serie di provvedimenti già annunciati e che potrebbero dare beneficio immediato ai cittadini”: Tommaso Edoardo Frosini, Vicepresidente del Cnr e docente di Diritto pubblico comparato e di Diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, accende i riflettori sul presente e sulle misure che possono spingere la diffusione della banda ultralarga in Italia.

Se da un lato, evidenzia Frosini “si è presa finalmente coscienza del fatto che bisogna investire dopo vent’anni di stasi”, dall’altro “bisogna capire però quale sarà la formula” visto che “l’Unione Europea ha adottato politiche contrarie ai monopoli”, dice in riferimento al progetto di rete unica Tim-Cdp che punta all’integrazione degli asset di Open Fiber nella newco AccesCo.

Professor Frosini, Tim ha detto a chiare lettere che vuole la maggioranza della società pur garantendo una governance terza. Il commissario Ue Marghrete Vestager ha evidenziato che esaminerà il caso e intanto i competitor temono il ritorno del monopolio. Cosa ne pensa?

Il discorso di Marghrete Vestager è chiaro: è impossibile pronunciarsi prima di aver visto le carte, e cioè la struttura che sarà disegnata per AccessCo. Possiamo fare però qualche considerazione di contesto. Negli ultimi 25 anni, l’Unione Europea ha adottato politiche contrarie ai monopoli, aprendo alla concorrenza sia sulle reti mobili che sul fisso. In questo senso, sarebbe difficile poter sostenere – qualora sia un’opzione sul tavolo – la validità di un progetto in cui l’ex-incumbent sostanzialmente acquisisce il suo principale competitor. Diverso sarebbe il discorso se la soluzione scelta fosse un operatore wholesale only, non verticalmente integrato, con una rete aperta su cui tutti gli operatori possano competere a parità di condizioni.

Cosa ne pensa della questione della concorrenza?

L’Antitrust italiana nella Relazione Annuale pubblicata qualche giorno fa ha evidenziato come la concorrenza infrastrutturale in Italia, generata dall’ingresso nel sistema di Open Fiber, abbia consentito una forte accelerazione in termini di spinta degli investimenti e di copertura del territorio con reti a banda ultralarga. E un recente report di Adl sottolinea che nei mercati in cui sono presenti operatori wholesale only, come Italia e Singapore, le offerte per la fibra che raggiunge il Gigabit siano le più convenienti e la combinazione di connettività ultraveloce e prezzi abbordabili fa sì che l’accesso aperto alla fibra svolga una funzione di vera e propria “democratizzazione del Gigabit”.

Al di là del progetto AccessCo quali sono le azioni che si possono subito mettere in campo?

Penso agli incentivi pubblici per favorire l’accesso ai cittadini alla connettività. La ministra Pisano ha appena annunciato l’erogazione di voucher fino a 500 euro, destinati alle famiglie aventi diritto per dotarsi di connessione e di un pc o tablet. Mi sembra un’iniziativa molto valida. Lo strumento dei voucher andrebbe esteso per ridurre il divario digitale del maggior numero possibile di cittadini e imprese, così come avviene in diversi paesi europei che forniscono agevolazioni in tal senso. L’obiettivo è quello fissato dall’Unione Europea con la Gigabit Society: raggiungere entro il 2025 una connettività ad almeno 1 Gigabit al secondo in tutto il continente.

Molti cittadini lamentano però una dotazione inadeguata.

È vero. L’Italia, che fino all’inizio del nuovo millennio era tra i paesi più avanzati al mondo nel campo delle telecomunicazioni, è precipitata in fondo alle classifiche continentali per connettività. Il momento complicato che stiamo attraversando amplifica questa problematica. Abbiamo però qualche motivo per essere ottimisti. Il report Desi 2020 dell’Unione Europea certifica come la copertura Ftth, l’infrastruttura interamente in fibra, sia passata dal 24% del 2018 al 30% del 2019 in termini di unità immobiliari cablate. È un dato che è ancora sotto la media europea – che si attesta al 34% – ma il divario si sta progressivamente attenuando, in particolare grazie all’ingresso nel mercato di Open Fiber. Abbiamo ancora strada da fare soprattutto sotto il profilo delle competenze digitali che sono importanti quanto avere un’infrastruttura di telecomunicazioni tecnologicamente all’avanguardia.

La copertura in Fttc, la rete mista fibra-rame, non è sufficiente a soddisfare i bisogni quotidiani della popolazione?

È certamente più valida delle vecchie reti Adsl, interamente in rame, ma è comunque uno strumento inadeguato per l’epoca in cui viviamo, segnata dalla necessità di una sempre maggiore quantità di banda. Basti pensare alle videoconferenze, strumento tipico dello smart working, alla didattica a distanza, o anche semplicemente allo streaming di serie Tv e film e al gaming. Per garantire buone performance servono velocità elevate e bassissima latenza, che le reti Adls e Fttc non riescono a raggiungere per via dell’oggettivo limite fisico del rame. Rispetto all’Ftth è come correre un gran premio di Formula 1 oggi con le vetture di 10-15 anni fa, mentre qualcun altro guida quelle di oggi. Questo crea una disparità non solo fra cittadini dello stesso paese – già di per sé inaccettabile – ma anche con il resto d’Europa, con un riflesso negativo, a cascata, sulla competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali. L’unica rete al passo coi tempi è quella interamente in fibra, Ftth.

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