Berec contro la Commissione Ue: no alle nuove misure su frequenze e Ott - CorCom

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Berec contro la Commissione Ue: no alle nuove misure su frequenze e Ott

L’allarme lanciato alla plenaria di Londra: “Rischi per l’innovazione e maggiori inefficienze con un coordinamento rafforzato”. Freno sull’estensione agli Ott degli obblighi imposti alle telco. Serve che le authority nazionali mantengano un sufficiente margine di libertà

15 Dic 2015

Francesco Molica

I regolatori europei delle telecomunicazioni si schierano contro i piani della Commissione Ue per dare impulso all’armonizzazione delle politiche nazionali in materia di radiospettro. La posizione di netta opposizione è messa nera su bianco in un parere votato nel corso della plenaria del Berec tenutasi a Londra la scorsa settimana. Parere che più in generale si esprime sulla futura revisione del framework europeo in materia di telecomunicazioni e, tra le altre cose, frena anche sull’estensione ai player Ott degli obblighi regolamentari imposti alle telco, altra misura attualmente allo studio della Commissione.

Nel documento, le Authority dei 28 scrivono che l’attuazione “di un coordinamento rafforzato a livello europeo dei criteri e delle procedure che sovrintendono all’assegnazione delle frequenze”, uno dei pezzi di pregio della strategia per il mercato unico digitale presentata dall’esecutivo di Bruxelles in maggio, non solo “non condurrebbe ad una maggiore efficienza nella diffusione di reti ultraveloci a banda larga mobile” e “nella gestione dello spettro”.

Ma addirittura potrebbe “intralciarle seriamente, creando in potenza meccanismi di assegnazione più restrittivi, mettendo a rischio l’adozione di soluzioni innovative” e, come osservato in un passaggio successivo, minacciando “di aumentare i costi regolamentari in quanto renderebbe più complesse le procedure decisionali”. In breve, l’equazione agitata dai regolatori è che più armonizzazione produrrebbe maggiori inefficienze e rischi per l’innovazione. La Commissione europea, nota inoltre il Berec nel parere, “possiede già entro certi limiti il potere di armonizzare le tempistiche di rilascio dello spettro, e di fare rispettare le sue decisioni”.

Resta pertanto importante che i regolatori nazionali mantengano un sufficiente margine di libertà “nel pianificare l’assegnazione delle licenze e le condizioni con cui farlo in modo da riflettere le specifiche situazioni ed esigenze dei singoli Stati membri”. Il messaggio è chiaro: niente più cessioni di sovranità nazionale all’Europa sulla gestione dello spettro. Una linea, quest’ultima, che non sorprende gli osservatori, tenuto conto che il Berec si era già espresso contro misure in questa direzione proposte nel quadro della proposta di regolamento sul Telecom Single Market, misure poi soppresse su pressione del Consiglio Ue tra i malumori dell’Europarlamento e degli operatori prima della recente adozione del pacchetto. Piuttosto, “la promozione di approcci armonizzati”, scrive il Berec, limitata “alla condivisione di buone prassi e il supporto alle procedure di assegnazione”, dovrebbe avvenire in maniera “bottom-up”, “ad esempio attraverso il Radio Spectrum Policy Group (Gruppo dei Regolatori europei del radiospettro) in stretta collaborazione con il Berec”.

La linea sostenuta dalla Commissione europea è che la permanenza di sostanziali differenze tra Stati membri nella gestione dello spettro costituisce una delle principali barriere alla realizzazione di un mercato unico digitale, ostacolando la concorrenza e la stessa diffusione della banda larga mobile, e sul lungo periodo il passaggio alle tecnologie 5G. Nel quadro della revisione del quadro regolamentare sulle telecomunicazioni, in programma per il 2016, Bruxelles ha già annunciato la presentazione di una proposta legislativa tesa a dare più uniformità alle condizioni e le tempistiche di assegnazione delle licenze. Si sa già che la riforma comprenderà proposte sul rilascio coordinato agli operatori mobili della banda dei 700 MHz, un passo che alcuni paesi, tra cui Germania e Francia, hanno già intrapreso.

Quanto agli Ott, è noto come la Commissione voglia usare la revisione del 2016 per traghettarli sotto lo stesso ombrello di regole cui sono soggette le telco con le quali duellano in maniera sempre più aggressiva sui servizi voce e sms. Si tratta di sanare un’asimmetria regolamentare che gli operatori, preoccupati per l’erosione dei ricavi dovuta proprio alla concorrenza “sleale” degli omologhi web, i Whatsapp e gli Skype per intenderci, denunciano da diversi anni. Secondo il Berec tuttavia “l’ambito del framework regolamentare sulle telecomunicazioni non dovrebbe essere esteso a tutti i nuovi servizi Ott”: occorre valutarne l’applicazione su questi servizi “caso per caso” e “la regolamentazione dovrebbe essere proporzionata in modo da non minare questo segmento altamente innovativo del mercato”. Anche qui il concetto espresso dai regolatori è luminoso: niente soluzioni “one-size-fits-all” calate dall’altro di Bruxelles, lasciate che siano le Authority nazionali a valutare.

Nel parere, infine, il Berec indica la necessità di mantenere quel “coerente equilibrio” tra regolazione europea e libertà dei regolatori di intervenire sulle circostanze particolari dei propri paesi che è alla base dell’attuale framework. Una maniera garbata per diffidare la Commissione dal tentare di togliere poteri e competenze alle Authority. Le quali, e qui per la verità c’è consenso con Bruxelles, domandano anche un rafforzamento dei poteri del Berec.

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