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Borri (Csp Piemonte): “White spaces, ora servono le regole”

Il direttore R&S: “La cognitive radio, un’alternativa concreta contro il digital divide”

14 Nov 2011

«Per ora siamo in fase di sperimentazione e manca un quadro
normativo chiaro. Ma la tecnologia della radio cognitiva che
sfrutta gli spazi bianchi, (cioè le frequenze tv inutilizzate,
assegnate ai broadcaster con il passaggio al digitale terrestre),
per l’accesso a Internet a banda larga in aree montane e rurali,
è un’alternativa tecnologica che potrebbe contribuire in maniera
concreta al superamento del digital divide». La pensa così
Roberto Borri, direttore Ricerca e Sviluppo Csp – Innovazione nelle
Ict centro di ricerca partecipato da Regione Piemonte, commentando
il buon esito della prima sperimentazione italiana in atto in Val
di Viù, territorio di alta montagna a nord di Torino, verso il
confine con la Francia.

Il test, che va avanti – unico in Europa insieme a quello condotto
a Cambridge in Uk – è stato attivato dal Politecnico di Torino e
dal Csp, braccio tecnologico della Regione Piemonte, con la
benedizione del ministero per lo Sviluppo Economico.
I risultati del test in Val di Viù hanno evidenziato la
possibilità di raggiungere bitrate medi di 20 Mbit/s per utente in
mobilità veicolare, un dato superiore a quello garantito con
copertura 3G.
Gran parte delle frequenze assegnate alle tv locali con lo switch
off sono inutilizzate: il loro riuso per la trasmissione dati a
banda larga in aree di digital divide, è un’opzione che la
tecnologia della radio cognitiva rende possibile.

“Per ora siamo ancor ben distanti dal poter ipotizzare che con
meccanismi basati sulla radio cognitiva si possa poi accedere allo
spettro senza creare altra confusione – dice Borri -. L’asta Lte
pesa sulle casse degli operatori che non ci tengono a vedere le
loro frequenze in qualche modo superate da altre tecniche, come
potrebbero essere quelle della radio cognitiva. Con queste logiche
chi ne esce frustrato, però, è il mondo della ricerca, che
risulta inutile se alla fine l’unica ricaduta diretta deve essere
il core business”.

Così come il mercato ha mostrato più volte di non riuscire ad
essere sufficiente da solo a risolvere il problema della diffusione
di connettività a larga banda in particolare in aree a mercato
debole: “L’uso di tecnologie più flessibili, meno costose e
non centralmente vendute continua ad essere una delle attività
principali per continuare a fare ricerca e che potrebbero avere
delle ricadute proprio sul sistema industriale”, sottolinea
Borri.

Riduzione dei costi e condivisione di infrastrutture i vantaggi
concreti dell’utilizzo delle radio cognitive negli spazi bianchi,
alla base del prosieguo della sperimentazione in val di Viù: il
sistema cognitivo è basato su due concetti prioritari: il primo è
il cosiddetto “Spectrum sensing”, secondo cui gli apparati
devono rendersi conto da soli se sono in possibilità di
trasmettere avendo come criterio di non essere gli utenti
principali; quindi, gli apparati si devono zittire se si ipotizza
di poter creare interferenza, e nello zittirsi devono cambiare le
loro condizioni. Il secondo criterio, che è quello per ora più
perorato dalle istituzioni, è l’uso di un database centrale, che
ti fa capire se in quel posto puoi o non puoi trasmettere, e che
cosa e in che modo puoi trasmettere. Secondo noi la soluzione
ottimale è la condivisione delle due. L’area di punta della
ricerca è il “sensing” in loco e la valutazione delle
interferenze.

Dal punto di vista normativo, per procedere con sistemi di radio
cognitiva, mancano alcune regole, ma se si vuole andare avanti
“anche soltanto a passi, se non in senso assolutistico, gli
ostacoli normativi potrebbero essere superati con semplicità –
aggiunge Borri – mi riferisco al criterio per cui oggi le frequenze
sono assegnate non solo ai soggetti, ma anche per una certa
finalità ben definita”.
Ad esempio, “oggi la frequenza “x” viene data ad
un’emittente “y” che ne ha diritto di utilizzo. Dove
l’emittente non copre, questa frequenza è in ogni caso sua e
dovrebbe essere usata soltanto per scopi televisivi. Si potrebbe
pensare che altre utenze, in particolare quelle telematiche,
potrebbero essere “secondary user” (utenti secondari), e in
accordo, senza causare danni all’utente primario, agli utenti
secondari potrebbero essere garantiti gli utilizzi come se fossero
bande Ism”.