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IL PROVVEDIMENTO

Canone frequenze, Cardani: “Ora la palla passa al governo”

Audizione dell’authority davanti alla Commissione di vigilanza Rai. Il presidente Angelo Cardani: “La delibera era un atto ineludibile per Agcom”. Resta il nodo della legge 488, Peluffo (Pd): resterà in vita? Mercoledì 15 sarà audito il sottosegretario Antonello Giacomelli

08 Ott 2014

Natalia Lombardo

Ha sollevato non poche polemiche la delibera approvata il 30 settembre dall’Authority per le Telecomunicazioni il cui presidente, Angelo Marcello Cardani, e i quattro commissari sono stati ascoltati oggi in commissione di Vigilanza Rai. La delibera definisce i nuovi criteri stabiliti da Agcom per il contributo che gli operatori di rete dovrà corrispondere allo Stato. La delibera, votata a maggioranza con voto contrario del presidente e l’astensione del commissario Antonio Nicita, è stata contestata preché letta come un “regalo” a Mediaset e Rai, perché potrebbe comportare una perdita per lo Stato e un maggiore aggravio per operatori di rete “puri” come Persidera (Telecom Italia Media e Gruppo Espresso).

Nella sua relazione in Vigilanza il presidente Cardani, che pure ha votato contro la delibera ma a Palazzo San Macuto ha parlato a nome dell’authority, ha spiegato le motivazioni addotte dall’Agcom nella scelta dei nuovi criteri, rimandando al governo le decisioni finali. E mercoledì 15 sarà ascoltato in Vigilanza il sottosegretario allo Sviluppo con delega alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, intenzionato a bloccare la delibera Agcom o comunque a intervenire con strumenti legislativi. Assente oggi il presidente della commissione, il cinque stelle Roberto Fico (per motivi di salute) che pure ha criticato la delibera Agcom e si è detto “per una volta d’accordo con il governo”. Presente il vicepresidente Salvatore Margiotta, Pd.

La necessità di stabilire nuovi criteri per quello che si può chiamare il “canone” sulle frequenze nasce dal decreto legge n 16/2012, varato dal ministro dello Sviluppo del governo Monti, Corrado Passera, e conventito dalla legge n.44 del 2012, sui versamenti dei contributi dell’uso delle frequenze da parte dei soggetti assegnatari, una volta completato il passaggio dall’analogico al digitale terrestre.

Con la vecchia legge 488 le aziende televisive pagavano allo Stato l’1% sul fatturato totale: lo Stato poteva contare su una “base imponibile” di circa 5 miliardi, quasi tutto generati da Rai e Mediaset. Totale, 50 milioni l’anno. Con il passaggio al digitale sono stati divisi in tre i soggetti “giuridici”: gli operatori di rete (chi possiede le frequenze), gli editori (contenuti, pubblicità) e chi fa accedere alle frequenze. L’Agcom, come ha spiegato Cardani nella relazione, ha ritenuto il suo compito limitato “alla sola adozione dei criteri per la determinazione del contributo per i diritti dell’uso delle frequenze radio, mentre la fissazione in concreto della misura del contributo è rimessa ai competenti organi del governo”.

L’Authority ha quindi stabilito i criteri per i soli operatori di rete, ma il maggior gettito per lo Stato veniva dal soggetto “editore”. Se la norma votata da Agcom venisse considerata sostitutiva di tutta la legge 488 gli editori non dovrebbero versare nulla. Resta da vedere se la 488 resta o no in vigore. L’Agcom, spiega la relazione, si è basata sul valore di base dell’asta sulla vendita di frequenze (31,626 milioni di euro in vent’anni: è la cifra pagata da Urbano Cairo per un lotto).

Se pure sono stati differenziati i tempi di pagamento del contributo, per adempiere a quanto richiesto dalla Commissione europea, tra Rai (Rai, Elettronica Industriale e altri operatori minori, così come lo sconto per l’innovazione tecnologica con un premio di -20% per Rai e Mediaset e di -30% per gli altri, resta il vuoto del contributo sul fatturato editoriale, quello che è stato definito, sul piano politico, il “regalo” a Mediaset e alla Rai.

Il capogruppo Pd in Vigilanza, Vinicio Peluffo, ha rimarcato come sia stata una “forzatura” il voto a maggioranza da parte dell’Agcom e ha chiesto “se la normativa del 1998, la 488 – quindi le regole per i contributi dagli editori – sia da considerare sostituita completamente da questa delibera o se può essere integrata”. Domanda che verrà posta anche al governo, quindi a Giacomelli, al quale l’Agcom ha comunque rimandato il cerino, è il risultato dell’audizione.

Cardani, che non è voluto entrare nel merito della scelta di votare contro la delibera (“non dia retta ai giornali”, ha detto al senatore M5S Alberto Airola che ha posto la domanda), ha spiegato che era “ineludibile procedere all’ approvazione del provvedimento in questione che costituisce un atto dovuto per l’ Autorità”. Secondo Cardani il “passaggio dal sistema analogico al digitale comporta un cambio di termini: non si tratta più di tassare due o più aziende redditizie a beneficio della collettività, ma di evidenziare il valore commerciale delle frequenze”, finora sovrabbondanti o mal usate, mentre sono un “bene rilevante” guardato da “operatori famelici di banda come la telefonia”. Quindi secondo il presidente Agcom non si tratta di “tassazione ma di modello di utilizzazione di una risorsa del Paese che non ammette sprechi”. Il compito Agcom quindi è “fissare principi per il governo, che ha la discrezionalità e ci metterà del suo”.

In Vigilanza i parlamentari di Forza Italia, da Renato Brunetta al capogruppo Gasparri a Lainati, hanno difeso “l’autonomia” dell’Agcom. Brunetta, presidente deputati di FI: “il presidente dell’Agcom ha dimostrato una volta di più la correttezza dell’ interpretazione data dall’Autorità alla legislazione vigente, in merito ai criteri per la fissazione dei contributi annuali per le frequenze del digitale terrestre”. Antonio Martusciello, ha assicurato che “la parità di gettito può essere garantita nello stesso anno” e che, anzi, “il totale sarà superiore all’attuale gettito”, anche per il calo delle entrare pubblicitarie. Il calcolo di Martusciello però è presunto, perché si basa sulla possibilità che gli operatori versino tutto il contributo anziché “rateizzato” in diciotto anni. Difficile però che, in piena crollo del mercato, le stesse Rai e Mediaset rinuncino alla gradualità del contributo.

Secondo il commissario Agcom Francesco Posteraro, con la fine dell’analogico sono “venute meno le basi” per mantenere il canone a carico delle emittenti (legge 488), come chiesto da Peluffo, ma “se il governo vuole mantenere la legge vigente può farlo”. Quanto alle entrate “noi come Autorità non abbiamo strumenti per determinare il gettito. In ogni modo, applicando i criteri dell’Agcom senza modifiche, il gettito a regime sarebbe superiore a quello del 2011, generalmente indicato come parametro di riferimento”.

Antonio Preto ha spiegato che la scelta dei “tre soggetti, operatori di rete, editori di media e condizionatori di accesso”, con il parametro di riferimento della base d’asta, si è tenuto conto del valore di mercato in base alle indicazioni della Ue per non discriminare altri soggetti”.
Insomma, se far pagare ancora o no agli editori secondo la legge 488, secondo Antonio Nicita che sulla delibera si era astenuto, “resta un tema aperto per il governo superare o no vecchia legge o se farne una nuova un contributo sul fatturato”.

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