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REPORT TELCO PER L'ITALIA

Catania: “Serve massima sinergia fra sistema pubblico e sistema delle imprese”

E’ il momento di spingere decisamente il piede sull’acceleratore della trasformazione a tutti i livelli, stimolando nel Paese nuove occasioni di collaborazioni trasversali fra settori, fra pubblico e privato, fra periferia e centro che mettano in comunicazione tutti gli attori coinvolti e li allineino su una stessa direzione e velocità di marcia

16 Gen 2018

Elio Catania

presidente Confindustria Digitale

A seguire l’analisi di Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale su “Telco4Italy Report 2017”, l’iniziativa editoriale CorCom-Digital360 che fa il punto sullo stato delle Tlc in Italia. L’annuario – pubblicato a dicembre 2017 e distribuito in occasione degli Stati Generali delle Telecomunicazioni – raccoglie in sintesi i più importanti avvenimenti dell’anno e soprattutto dà la parola alla community del settore e ai suoi protagonisti. La pubblicazione rappresenta inoltre una sorta di staffetta ideale con Telco4Italy, il più importante evento italiano dedicato al mondo delle Tlc che come da tradizione si tiene a Roma prima dell’estate e che quest’anno è in calendario per metà giugno.

Nell’ultimo anno e mezzo possiamo dire che nel Paese si è aperta una fase di discontinuità. L’innovazione, dopo anni di marginalità, sta riprendendosi un ruolo nei processi economici. Gli investimenti in Ict sono ripresi a crescere nel 2016, il mercato digitale italiano è cresciuto dell’1,8%, mentre già nel primo trimestre dell’anno in corso il trend ha toccato il 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Sulla spinta di investimenti pubblici e privati, è stata impressa un’accelerazione importante all’infrastrutturazione del territorio con reti di Tlc di nuova generazione fisse e mobili. Allo stesso tempo è stata avviata la sperimentazione sulla tecnologia mobile 5, fondamentale per sostenere la crescita dei i nuovi trend tecnologici legati al Cloud, all’Internet of Things, alla manifattura 4.0.

Sul fronte pubblico abbiamo visto la trasformazione digitale della Pa diventare agenda di governo con il Piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione, condiviso tra il Commissario Piacentini e l’AGID. Sul fronte delle imprese è stato varato con successo il piano Industria 4.0, è nata la rete dei Digital Innovation Hub ed è stata rinnovata la seconda trance del sistema degli incentivi.

Anche la Scuola ha il suo piano digitale. In questi anni sono nate quasi 8mila start up innovative su cui migliaia di giovani stanno scommettendo il loro futuro. Allora possiamo dirci tranquilli? Non direi. Oggi soltanto il 10% delle nostre Pmi ha un livello di intensità digitale accettabile per competere sul mercato internazionale. I Competence Center sono in ritardo, come ha rilevato recentemente lo stesso ministro dello Sviluppo economico Calenda. Le start up fanno ancor troppa fatica a trovare una exit, a individuare una prospettiva di sviluppo. Da noi si investono in termini di venture capital circa 160 milioni di euro l’anno. In Inghilterra sono due miliardi e mezzo di euro.

Sul tappeto della Pa vi sono ormai le grandi piattaforme trasversali come Spid, PagoPa, l’Anagrafe Unica dei residenti, ma sappiamo bene che la loro diffusione va troppo a rilento. Così come l’utilizzo delle reti a banda larga continua a essere tra i più bassi in Ue. Quanto alle competenze, da qui al 2020 si stima che saranno vacanti tra i 200 e i 300mila posti di lavoro con competenze digitali avanzate. Per quanto sia buono, il programma Scuola digitale viene implementato con troppo lentezza.

A questo punto è giusto chiedersi perché l’Italia continui a dimostrare così grande fatica nell’abbracciare la trasformazione digitale? Ebbene va detto che la digitalizzazione di un’organizzazione piccola o grande, privata o pubblica, non è un tema puramente tecnologico, ma una sfida di leadership, per guidare un cambiamento che ne tocca tutte le dimensioni.

Bisogna dire che due fattori strutturali del nostro Paese, principalmente, hanno giocato e continuano a giocare a sfavore dei processi d’innovazione: da una parte le peculiarità del nostro tessuto produttivo, dall’altra il modello a silos su cui è costruita l’amministrazione pubblica. A differenza di altri Paesi, ci dobbiamo confrontare con la scarsità di grandi imprese che, invece, hanno un ruolo fondamentale nella trasformazione dell’industria, mentre abbiamo una larga prevalenza di piccole imprese le cui caratteristiche dimensionali non facilitano lo sviluppo di quelle capacità e visioni necessarie per cavalcare in proprio l’innovazione.

Così come una macchina pubblica che funziona a compartimenti stagni, con procedure verticali, parcellizzate, fa estrema fatica a ridisegnarsi secondo quei modelli trasversali e collaborativi necessari per sfruttare al meglio le tecnologie di rete. È una Pa che, restando immobile, finisce per frenare la trasformazione dell’intero Paese.

Nell’ultimo anno e mezzo, ciò che ha fatto differenza, è stata la discesa in campo della leadership pubblica e privata. Piani nazionali, investimenti, incentivi hanno rimesso in funzione alcuni ingranaggi inceppati e consentito al Paese di raggiungere un più elevato grado di consapevolezza. E finalmente si può dire che il valore strategico dell’innovazione digitale per la crescita dell’economia sia ormai un dato acquisito.

Oggi il problema diventa come tradurlo in realtà sul territorio alla velocità necessaria. Perché se andiamo lenti, più lenti di altri paesi, in realtà stiamo approfondendo il nostro gap. Perché gli altri corrono. Se un’impresa impiega troppo tempo a trasformarsi, finirà presto fuori mercato. Se le amministrazioni pubbliche si limitano a digitalizzare solo pezzettini delle proprie procedure o ad automatizzare processi obsoleti, non stanno trasformandosi, ma complicandosi.

Sul territorio vi sono centinaia di poli tecnologici, di lab, di iniziative sulle nuove tecnologie, peccato che sono scoordinati fra di loro, non incidono, non graffiano sul mercato, non portano al nostro sistema di piccole e medie imprese, quelle capacità di trasformazione di cui hanno bisogno per rendersi più competitive. Lo stesso vale per le migliaia di enti locali, la cui evoluzione verso la trasformazione digitale non può che avvenire attraverso l’interconnessione dei sistemi, la semplificazione delle procedure e l’integrazione dei processi.

Non possiamo più permetterci un’Italia a macchia di leopardo. Abbiamo, sia nel privato che nel pubblico, esperienze di best practices in cui la trasformazione digitale sta avanzando velocemente, accanto ad arretratezze che fanno da freno, ormai ingiustificabili. È il momento di spingere decisamente il piede sull’acceleratore della trasformazione a tutti i livelli, stimolando nel Paese nuove occasioni di collaborazione, trasversali fra settori, fra pubblico e privato, fra periferia e centro, che mettano in comunicazione tutti gli attori coinvolti e li allineino su una stessa direzione e velocità di marcia. Per dare vita a questa nuova fase è richiesto un nuovo impegno di leadership, indirizzato a trovare la massima sinergia tra sistema pubblico e sistema delle imprese.

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