Il D2D entra sempre più spesso nel dibattito sulle tecnologie di nuova generazione. La promessa di portare la connettività ovunque, collegando direttamente smartphone e satelliti senza infrastrutture terrestri, alimenta aspettative elevate. Il nuovo report di Gsma Intelligence mette però ordine tra ambizioni e realtà, delineando con precisione il perimetro di ciò che il D2D può davvero offrire nel medio periodo. L’analisi parte dallo scenario più ottimistico possibile, basato su costellazioni da 15 mila e fino a 42 mila satelliti, e calcola la capacità potenziale, le soglie di adozione e i limiti strutturali che inevitabilmente condizionano questa tecnologia.
Già nelle prime pagine si evidenzia un messaggio chiave: il D2D può estendere la copertura, ma non potrà mai sostituire le reti mobili terrestri, che oggi raggiungono il 96% della popolazione mondiale. Il divario tra aspettative e possibilità effettive nasce da vincoli fisici e da una disponibilità di spettro non sufficiente a sostenere servizi paragonabili al 4G o al 5G.
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Un’estensione, non un rimpiazzo
Il report chiarisce fin da subito che il D2D rappresenta un’integrazione preziosa per garantire copertura in zone remote e scarsamente popolate. Ma le simulazioni mostrano numeri che ridimensionano l’idea di un’alternativa alle reti terrestri. Anche nello scenario più avanzato, con 42 mila satelliti in grado di utilizzare tutto lo spettro Imt disponibile, un servizio pari a 2 Mbps può raggiungere appena il 12% della popolazione globale. La soglia crolla sotto il 2% quando si guarda a prestazioni da 20 Mbps, simili a un’esperienza 4G.
La ragione è semplice: il D2D opera con fasci molto ampi, fino a 25-50 chilometri di diametro. La capacità non è quindi dedicata al singolo utente ma condivisa tra tutti i dispositivi all’interno della stessa area. È un limite strutturale, che nessun incremento del numero di satelliti può eliminare completamente.
La copertura delle aree isolate come vero valore
Oltre il 38% della popolazione mondiale vive già sotto copertura mobile ma non utilizza i servizi digitali. Questa “usage gap” non potrà essere colmata dal D2D, che agisce solo dove la rete mobile non arriva. Il suo contributo emerge invece nelle aree remote, dove i costi per portare infrastrutture terrestri sono proibitivi.
Le simulazioni mostrano che con 15 mila satelliti e usando tutte le bande satellitari disponibili, il servizio da 2 Mbps potrebbe supportare adozioni superiori al 10% nei territori con densità sotto i 40 abitanti per chilometro quadrato e oltre il 20% nelle zone sotto i 20 abitanti. È qui che il D2D trova la sua utilità industriale, offrendo un accesso minimo ma sufficiente a garantire servizi essenziali, incluse comunicazioni d’emergenza, navigazione e messaggistica.
Lo spettro come variabile critica
L’allocazione delle frequenze è il fattore che più incide sulla capacità dei servizi D2D. Oggi la maggior parte delle offerte si basa su 10 MHz di spettro Imt, tipicamente in configurazione 2×5 MHz, con prestazioni limitate e adatte a funzioni di SOS o messaggistica. Il report ipotizza scenari più generosi, fino a 1.100 MHz di spettro Imt o 140 MHz di spettro satellitare, ma si tratta di configurazioni teoriche.
Le bande Imt in particolare risultano difficili da impiegare nelle configurazioni satellitari, soprattutto sopra i 3 GHz, dove l’energia necessaria per “chiudere” il collegamento con un semplice smartphone diventa troppo elevata. Questo limite si intreccia con le considerazioni sulle future allocazioni, in un contesto dove lo spettro resta una risorsa scarsa e molto contesa.
I limiti fisici che nessuna innovazione può scavalcare
Il nodo più rilevante è la free space path loss, la perdita di potenza del segnale in relazione alla distanza. Uno smartphone che comunica con un satellite in orbita bassa, a circa 550 chilometri, deve compensare una perdita fino a 300 mila volte maggiore rispetto a un collegamento con una cella terrestre a un chilometro. Anche con satelliti in orbita più bassa, a 330 chilometri, il divario resta superiore alle 100 mila volte.
Questo significa che i satelliti dovrebbero aumentare drasticamente la potenza di trasmissione o la dimensione delle antenne, opzioni tecnicamente possibili ma economicamente insostenibili. Allo stesso tempo, gli smartphone non possono incrementare potenza o capacità ricettiva senza impatti su consumo energetico, dimensioni e dissipazione termica.
L’impatto della densità e la condivisione della capacità
I test condotti da operatori e fornitori mostrano velocità in download anche elevate, fino a 17 o 120 Mbps. Ma il report chiarisce che si tratta della capacità aggregata del fascio, non della velocità fruibile dal singolo utente.
Un fascio da 25 chilometri copre circa 490 chilometri quadrati. In aree urbane molto popolate, un solo fascio può includere più di un milione di persone. Anche in molte zone rurali la popolazione si conta in decine di migliaia. Dividere tra tutti gli utenti la capacità totale rende evidente che il D2D non può offrire esperienze paragonabili alla banda larga mobile tradizionale.
La traiettoria realistica della tecnologia
Il quadro delineato dal report porta verso una conclusione chiara: il D2D non è una tecnologia general purpose. Trova il suo ruolo come strumento di resilienza, come rete di backup in aree isolate e come complemento laddove non è economicamente sostenibile espandere la rete terrestre. Non va però messo in competizione con le reti mobili: l’efficienza spettrale delle celle terrestri, unite alla possibilità di creare microcelle e riutilizzare lo spettro in modo intensivo, resterà per molto tempo irraggiungibile per il mondo satellitare.
Proseguono tuttavia gli investimenti, guidati da attori come Starlink, Viasat, Ast Spacemobile, Lynk Global e Globalstar, che lavorano per ampliare le configurazioni e migliorare la compatibilità con gli standard mobili. L’obiettivo è integrare il D2D nelle strategie di copertura degli operatori, offrendo nuovi livelli di continuità e sicurezza.






