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Dal Co: “Le Ngn si possono fare da subito”

Secondo il consigliere per l’Innovazione del ministro Brunetta la società veicolo può nascere dal conferimento delle reti di Regioni e Comuni

20 Lug 2009

«Ha ragione il presidente di Agcom Corrado Calabrò: la svolta
nella realizzazione delle reti di telecomunicazione di nuova
generazione in Italia può passare per una società in grado di
mobilitare le ingenti risorse finanziarie private necessarie”.
Mario Dal Co, economista, consigliere per l’Innovazione
del ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione
Renato Brunetta
, non ci pensa due volte. La proposta
avanzata da Calabrò nella Relazione annuale 2009 lo convince
pienamente. Anche perché da tempo Dal Co va sostenendo una
proposta analoga, come su un paper pubblicato di recente sul sito
www.crusoe.it
Gli obiettivi a medio-lungo termine sembravano passati in
secondo piano rispetto all’emergenza digital divide.

Calabrò ha il merito di riportare lo sguardo di tutti verso
l’obiettivo più ambizioso. Battaglia contro il digital divide e
impegno per le reti di nuova generazione vanno perseguiti come
obiettivi strategici. La politica dei due tempi più che essere
sbagliata, non esiste. La velocità di cambiamento della tecnologia
è così elevata e la direzione della trasformazione sociale ed
economica così imprevedibile, che non è possibile pianificare
astrattamente seconde fasi coerenti con prime fasi. Non vi è
alcuna fase, il processo è continuo, ma instabile. Si devono usare
strumenti di mercato, gli unici che si adattano al cambiamento, che
hanno capacità di autoadattamento, che consentono di fallire e
ricominciare. Mentre lo Stato non può fallire. La politica può
fallire, non lo Stato.
È difficile prevedere i mercati. Forse anche questo spiega
perché Telecom Italia, gravata da problemi finanziari, non può
spingere sugli investimenti di rete. Gli altri gestori, poi,
sembrano ancor meno interessati a metterci del loro…

Guardi, nessuno vuole mettere in croce TI o gli altri. Sappiamo
benissimo lo stato di incertezza in cui si trovano. Per ragioni,
tra l’altro, che non si possono addebitare all’attuale
management. Ma l’Italia ha bisogno della banda larga. Dopo una
partenza eccellente stiamo tornando indietro.
Lo convince lei Tremonti a mettere mano alla borsa?
Stentano ad arrivare persino i fondi Cipe per il digital divide e
per Piano e-gov 2012.

Quei fondi servono ad arrestare l’arretramento e sono necessari.
Per accelerare lo sviluppo della banda larga, invece, voglio
mettere le mani alla Borsa di Milano, non a quella di Tremonti. Le
dico anche che condivido la strategia del ministro del Tesoro: la
crisi si colloca dentro ai vincoli della finanza pubblica. Non se
ne esce ignorando quei vincoli, ma utilizzando tutti i margini per
fare efficienza, recuperare competitività, migliorare la qualità
e fare innovazione.
È il programma del ministro Brunetta per la
PA…

Non solo per la pubblica amministrazione, il programma del
Ministero è rivolto anche alle imprese e alle famiglie. Non sono
solo “clienti” della PA, ma devono avere un ruolo attivo
nell’innovazione della PA e del sistema. Nell’amministrazione,
ma anche nelle aziende e nelle famiglie, gli spazi di efficienza da
recuperare ci sono, come abbiamo visto. Faccio un esempio: nel
settore privato per effetto della paura della crisi e per la
maggiore serietà dei medici (questa derivante dai provvedimenti
presi per il settore pubblico) l’assenteismo si è ridotto del
15%. Probabilmente corrisponde ad un recupero di produttività pro
capite di mezzo punto: sono risorse aggiuntive. Come lo sono i
risparmi dovuti alla riduzione del 40% dell’assenteismo nel
pubblico impiego.
Non vedo come questo risolva il problema delle
risorse.

Un economista, Harvey Leibenstein, ha scoperto mezzo secolo fa
quella che ha chiamato x-inefficiency, ossia il fatto che si è
lontani dal punto di migliore efficienza, non solo nella PA, ma
anche nelle aziende private. Il recupero di questa efficienza
produce risorse. Calabrò ha ricordato che Regioni ed Enti Locali,
municipalizzate e società pubbliche hanno già investito molto
nella fibra negli anni passati. A livello territoriale ci sono
spezzoni di rete in fibra, posate in ordine sparso, a volte spente,
comunque non inserite in un processo imprenditoriale capace di
valorizzarle. Non si tratta solo di integrare tecnicamente le reti
pubbliche: la vera sfida è metterle in un unico soggetto
imprenditoriale.
Vuole creare una nuova società pubblica?
Nemmeno per sogno. Voglio una società privata che nasca dal
conferimento di tutte le reti pubbliche. I soci saranno gli attuali
proprietari delle reti locali e avranno quote proporzionali al
valore dei conferimenti effettuati. Ci sono le reti degli Enti
Locali, delle Regioni, e anche delle aziende pubbliche o private,
purchè trovino vantaggioso conferire la loro rete. Una cosa simile
fu fatta da Franco Tatò quando Wind, partendo dalla rete e dalle
competenze Tlc di Enel. I soggetti che conferiscono i loro asset
parteciperebbero ad una società indipendente, che dovrà avere un
management motivato e sarà finanziariamente robusta.
Potrebbe parteciparvi anche Telecom Italia?
Tutti possono partecipare, se apportano asset o capacità di
investimento. Forse l’unica cautela è, trattandosi di
infrastruttura cui altri debbono accedere senza discriminazioni,
che nessuno superi una certa quota e condizioni le scelte della
nuova società. Costituita con il conferimento delle reti locali,
essa nascerebbe senza esposizione finanziaria e con asset
importanti. I suoi progetti di crescita sarebbero “bancabili”,
potrebbero attrarre facilmente risorse da privati come i fondi e
dagli istituti di credito: potrebbe avere un ruolo importante nello
sviluppo delle reti di nuova generazione.
Sembra l’uovo di Colombo.
L’idea è semplice, anche se mi rendo conto che l’attuazione
non lo sarà altrettanto. Ma i vantaggi sono lampanti: si
valorizzano gli investimenti pubblici già effettuati, si sviluppa
la nuova rete senza necessità di risorse pubbliche aggiuntive, si
consente ai soggetti pubblici, dopo lo start up, di vendere le loro
quote con l’effetto di privatizzare e rendere disponibili risorse
aggiuntive per la finanza pubblica.
Ma come convincerà i Comuni? Sono gelosi delle loro reti.
Mica può espropiarli.

Nessun esproprio. Si possono però prevedere incentivi fiscali per
favorire l’operazione. È nel loro interesse cederli: che se ne
fanno le istituzioni locali di questi asset? Non è loro compito
gestire reti di tlc, così come non è loro compito acquistare le
autostrade, dove operano efficacemente i privati. Avviata la
società, le istituzioni locali potranno uscirne. Monetizzando
l’investimento, avranno soldi per mettere in sicurezza le scuole
e per fare efficienza energetica, scelte che hanno un impatto
sociale e anche un ritorno economico e politico assai superiore a
quello di qualche posto in un cda.