Il Digital Networks Act (Dna) raccoglie un consenso molto tiepido dalle telco europee, che probabilmente speravano in una svolta più decisa per il mercato delle Tlc.
La Commissione europea ha adottato oggi il Dna, la proposta della legge sulle reti digitali che “modernizzerà il quadro giuridico per la connettività per aumentare l’innovazione e gli investimenti in un’infrastruttura digitale avanzata e resiliente nell’Unione europea”, afferma Bruxelles. Ma per Connect Europe, l’associazione che raccoglie le principali telco europee, la tanto attesa riforma non riesce ad essere trasformativa e mantiene, fatta eccezione per la politica sullo spettro, lo status quo, mentre, critica il gruppo, “L’Europa non può più permettersi iper-regolamentazione, frammentazione e scarsità di investimenti”.
Di conseguenza Connect Europe “invita i co-legislatori dell’Ue a ristabilire il livello di ambizione delineato dai rapporti di alto livello di Enrico Letta e Mario Draghi, ponendo con decisione semplificazione, armonizzazione, innovazione e competitività al centro di questa riforma”.
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Digital Networks Act, telco europee deluse: “Resta lo status quo”
Il Dna – si legge nella nota di Connect Europe – “segna un momento cruciale per la politica europea delle telecomunicazioni. Con l’85% degli europei che considera la connettività un’esigenza di base e oltre il 60% delle Pmi che guarda al 5G per far crescere il proprio business, la riforma non è più un lusso, ma una necessità. Tuttavia, a parte il tema dello spettro, la proposta di regolamento appare come una prosecuzione dello status quo, priva di proposte trasformative in grado di favorire gli investimenti tanto necessari”.
“Il Dna identifica correttamente la connettività come una leva chiave per raggiungere la competitività europea e la sovranità tecnologica”, prosegue il commento di Connect Europe. “Accogliamo con favore i nuovi obiettivi della proposta legislativa, che ora richiama esplicitamente il rafforzamento della competitività, la creazione di un mercato unico e la promozione degli investimenti a beneficio dei cittadini. Tuttavia, riteniamo che tali obiettivi siano insufficientemente riflessi nelle misure concrete previste dal testo, mentre nel corso della proposta sono stati introdotti ulteriori complessità e vincoli normativi. L’Europa non può più permettersi iper-regolamentazione, frammentazione e scarsità di investimenti”.
“La vera sfida ora non è raggiungere un compromesso a Bruxelles, ma riportare l’Europa sulla mappa tecnologica globale”, ha commentato Alessandro Gropelli, direttore generale di Connect Europe. “Il Dna può essere lo strumento per far avanzare l’Europa sul piano della sovranità e della competitività, ma il testo finale dovrà riflettere a pieno le ambizioni espresse nei report di Letta e Draghi”. Un invito, insomma, a Parlamento e Consiglio ad alzare l’asticella.
Accesso, le regole non incentivano gli investimenti
In particolare, Connect Europe afferma che “Le regole proposte sull’accesso che incidono sugli investimenti nelle reti non sono all’altezza delle esigenze dell’Europa“. Anzi, “la proposta introduce ulteriore incertezza sul modello di investimento e rischia di generare effetti dissuasivi sulla concorrenza, sugli investimenti e sulla scelta dei consumatori”.
La nota dell’associazione prosegue: “L’attuazione dell’agenda della presidente von der Leyen in materia di semplificazione e mercato unico deve essere un obiettivo centrale del Dna. In questo contesto, è necessario ridurre la frammentazione regolatoria nell’Ue e passare da norme settoriali a regole orizzontali. La competitività e la sovranità dell’Europa nei mercati tecnologici globali richiedono operatori con una scala e una capacità di investimento adeguate. In assenza di ciò, l’Europa avrà poche possibilità di sedere ai tavoli negoziali alla pari con i grandi giganti tecnologici”.
5G, serve certezza su servizi avanzati e network slicing
Il giudizio è positivo, invece, per quel che riguarda la politica dello spettro, che allinea l’Europa agli sviluppi globali su 5G e 6G. “Si tratta di un passo avanti fondamentale e invitiamo il Parlamento europeo e gli Stati membri a mantenerlo e rafforzarlo”, sostiene Connect Europe.
Ma, conclude l’associazione, “è necessario garantire certezza regolatoria sia per i servizi specializzati sia per il network slicing, affinché gli operatori possano offrire ai clienti servizi 5G avanzati e innovativi. Se non correggiamo l’attuale approccio frammentato e restrittivo, l’Europa rischia di rimanere ulteriormente indietro rispetto ad altre regioni del mondo nel 5G avanzato”.
Gsma: nel Digital Networks Act proposte poco ambiziose
Anche per la Gsma, assocazione dell’industria mobile, il Dna è deludente: Laszlo Toth, capo dell’associazione, ha commentato che così com’è la proposta di legge non incide sulla capacità dell’Europa di competere nell’era digitale.
Anche in questo caso, l’approccio alle licenze dello spettro soddisfa le imprese dell’ecosistema delle telco, ma il coraggio di innovare è mancato nel resto della proposta. “Questo fa sì che l’industria della connettività continuerà ad avere difficoltà ad assicurarsi gli investimenti necessari per sostenere la crescita, l’innovazione e la sicurezza del continente”, ha affermato Toth.
Open Fiber: “Riconosciuto il valore delle reti in fibra”
Più soddisfatta Open Fiber, per la quale la proposta di regolamento Digital networks act rappresenta “un primo passo verso la modernizzazione del settore delle telecomunicazioni europeo, grazie a un quadro normativo più chiaro e orientato ad accelerare la trasformazione digitale dell’Ue”.
“La Commissione riconosce che infrastrutture avanzate – in particolare le reti in fibra ottica – sono decisive per la competitività e la crescita degli Stati Membri”, scrive l’azienda italiana in una nota. “Per questo, introduce per la prima volta un obiettivo di policy per lo switch‑off, cioè lo spegnimento progressivo della rete in rame per il passaggio alla fibra ottica dove questa è presente, misura che Open Fiber sostiene da tempo per favorire la migrazione verso reti più moderne e sostenibili. Inoltre, tale previsione può favorire la realizzazione di ulteriori investimenti infrastrutturali”.
L’Italia, a fronte di una disponibilità di infrastrutture Ftth in linea con la media UE, resta ancora indietro a livello di adozione (27,5% a fronte di una media Ue del 54,5%), ricorda ancora Open Fiber, sottolineando di aver investito circa 11 miliardi di euro per realizzare una grande autostrada digitale che si estende per oltre 163mila km raggiungendo abitazioni, pubbliche amministrazioni e aziende e che rappresenterà l’infrastruttura di rete nazionale per i prossimi decenni. “Un asset fondamentale che è strategico valorizzare”, evidenzia l’azienda.
Open Fiber valuta positivamente anche l’approccio cooperativo previsto dal regolamento, che coinvolge Stato, autorità indipendenti e operatori con l’obiettivo di garantire una transizione ordinata dal rame alla fibra.












