IL CASO

Ericsson patteggia negli Usa e chiude definitivamente il caso Iraq

L’accordo da 206 milioni con il Dipartimento di Giustizia fa seguito a quello concluso nel dicembre 2019, con cui il gruppo aveva già pagato un miliardo per mettere fine alle indagini su attività di corruzione in cinque altri Paesi. Il titolo sale in Borsa

Pubblicato il 03 Mar 2023

Ericsson HQ, Kista
Ericsson HQ. Architect: Wingårdhs Arkitektkontor

Ericsson chiude definitivamente il caso Iraq con un patteggiamento di una sanzione da 206 milioni di dollari con il Dipartimento della Giustizia Usa per violazione dell’accordo di trasparenza firmato nel 2019 con le autorità statunitensi. L’accordo pone fine all’annosa vicenda dei sospetti di corruzione in Iraq. Il titolo sale in Borsa.

Ericsson quattro anni fa ha già pagato più di 1 miliardo di dollari in sanzioni per mettere fine a un’indagine secondo cui avrebbe violato le disposizioni anti-corruzione del Foreign Corrupt Practices Act (Fcpa) degli Stati Uniti a Gibuti, Cina, Vietnam, Indonesia e Kuwait, al fine di consolidare le proprie attività tra il 2010 e il 2016.

Il caso Iraq era rimasto nel mirino del Dipartimento Usa, perché la società non aveva fornito in modo tempestivo e in maniera esaustiva i risultati di un’inchiesta interna sul presunto pagamento di tangenti nel Paese, nelle aree controllate dallo Stato Islamico.

Il ceo Ekholm: “Questione ora risolta”

Il ceo di Ericsson, Börje Ekholm, ha dichiarato in un comunicato stampa che con l’ultima sanzione e patteggiamento, “la questione delle violazioni è ora risolta”. “Questo ci consente di concentrarci sull’esecuzione della nostra strategia, guidando al tempo stesso il continuo cambiamento culturale in tutta l’azienda con l’integrità al centro di tutto ciò che facciamo”, ha affermato Ekholm. “Questa risoluzione è un duro promemoria della cattiva condotta storica”.

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In una nota comunque, Ericsson ha affermato che la propria indagine interna “non ha concluso che Ericsson abbia effettuato o fosse responsabile di alcun pagamento a qualsiasi organizzazione terroristica”. Una successiva indagine del 2022 non ha modificato tale valutazione, ha affermato la società.

I dettagli del caso

Con l’accordo siglato nel 2019 l’azienda svedese si era impegnata a implementare una serie di controlli, ma non ha consegnato “tutti i dati e le prove” relativi a ipotesi di corruzione a Gibuti e in Cina, ha dichiarato il Dipartimento di Giustizia in un comunicato. Ericsson ha inoltre, secondo il Dipartimento Usa, omesso di rivelare prove e informazioni sulle sue attività in Iraq, che potrebbero costituire una violazione delle leggi anticorruzione, impedendo così agli Stati Uniti di indagare e incriminare i responsabili, ha aggiunto il comunicato.

Il procuratore statunitense Damian Williams ha dichiarato che l’azienda “non ha imparato la lezione e ora deve pagare un prezzo pesante per i suoi continui errori”. In un comunicato stampa, Ericsson però ha chiarito che non si tratta di nuove attività illegali, ma di “mancanze” nella consegna tempestiva di documenti e informazioni agli Stati Uniti e di rapporti “inadeguati” relativi a un’indagine interna nella sua attività in Iraq.

Anche “contratti fittizi” e “fatture false” al centro delle accuse

Secondo le accuse, in particolare, Ericsson ha utilizzato consulenti esterni per pagare tangenti a funzionari governativi e gestire “fondi neri” clandestini in tutti e cinque i paesi coinvolti nell’inchiesta, utilizzando “contratti fittizi” e “fatture false” per oscurare la natura dei fondi. I dipendenti Ericsson in Cina, ha affermato poi il Dipartimento di Giustizia, hanno pagato “decine di milioni di dollari” ad agenti e consulenti, “almeno una parte dei quali è stata utilizzata per fornire beni di valore, inclusi viaggi di piacere e intrattenimento, a funzionari stranieri”, anche a un società di telecomunicazioni di proprietà statale. A Gibuti, il Dipartimento di Giustizia ha affermato che un dipendente di Ericsson ha pagato oltre 2 milioni di dollari in tangenti a funzionari governativi di alto rango nel ramo esecutivo del paese e nella società di telecomunicazioni statale.

L’International Consortium of Investigative Journalists ha inoltre riferito nel 2022 che Ericsson avrebbe “chiesto il permesso” all’Isis per continuare a lavorare a Mosul, in Iraq, che all’epoca era controllata dal gruppo terroristico. I pubblici ministeri federali non hanno fatto diretto riferimento alla segnalazione dell’ICIJ sui presunti rapporti con il cosiddetto Stato islamico, ma hanno osservato che la società “non ha prontamente riportato e divulgato prove e accuse di condotta relative alle sue attività commerciali in Iraq che può costituire una violazione dell’Fcpa.”

Il procuratore: “Ericsson ha omesso di collaborare pienamente”

“Quando il Dipartimento ha offerto a Ericsson l’opportunità di risolvere un’indagine su gravi violazioni dell’Fcpa, la società ha accettato di rispettare tutte le disposizioni di tale accordo”, ha dichiarato in un comunicato stampa l’assistente procuratore generale Kenneth Polite. “Invece di onorare tale impegno, Ericsson ha ripetutamente omesso di collaborare pienamente e non ha rivelato prove e accuse di cattiva condotta in violazione dell’accordo”.

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