“Allocare le frequenze di prossima scadenza secondo logiche non onerose, in linea con i principi della normativa vigente e con lo stesso parere dell’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato” è una “necessità urgente”: lo ha ribadito in una nota Asstel Assotelecomunicazioni intervenendo nel dibattito sulle ipotesi allo studio per generare nuove entrate attraverso l’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze in scadenza al 31 dicembre 2029.
“La questione riguarda la capacità dell’Italia di sostenere nei prossimi anni un nuovo ciclo di investimenti nelle infrastrutture digitali. Le frequenze costituiscono un input essenziale per lo sviluppo delle reti mobili: trasformarle nuovamente in una fonte di estrazione di valore dagli operatori significherebbe ridurre le risorse disponibili per gli investimenti necessari a mantenere e potenziare la qualità, la capacità e la resilienza delle reti”, sostiene Asstel.
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Rinnovo frequenze 2029, Asstel: “Necessarie logiche non onerose”
L’associazione ricorda che, già da luglio dello scorso anno, con il Manifesto per la crescita digitale dell’Italia, Asstel “ha richiamato l’attenzione sull’esigenza di evitare una ulteriore estrazione di valore dagli operatori dopo quelle già avvenute in passato, valorizzando invece l’impegno degli operatori ad investire per dotare il Paese di infrastrutture all’avanguardia”.
Per questo, a prescindere dalle modalità di assegnazione che verranno scelte, Asstel ritiene che “il processo debba essere orientato all’allocazione non onerosa della risorsa frequenziale e a obblighi chiari di investimento, presupposto essenziale per consentire agli operatori di essere in condizione di sostenere il ciclo di investimenti e garantire all’intero Paese la disponibilità di reti più capillari, più avanzate, ad iniziare dal 5G standalone, e a maggiore capacità, a beneficio di imprese cittadini e pubblica amministrazione”.
Cellnex: Premiare gli investimenti e la condivisione delle reti
Nel dibattito sul rinnovo dei diritti delle frequenze prende posizione anche Federico Protto, ceo di Cellnex Italia: la società delle torri condivide le preoccupazioni della filiera, ma aggiunge un ulteriore elemento, ovvero la necessità di premiare non solo gli investimenti, ma la condivisione delle reti (sia fisiche che spettrali) come vera chiave per l’efficienza.
“Indipendentemente dalle modalità che verranno individuate per l’assegnazione delle frequenze, in Cellnex Italia supportiamo modelli di allocazione non onerosi – o volti a minimizzare gli oneri – che premino impegni concreti di investimento e il rispetto di rigorosi parametri di qualità del servizio”, ha affermato Protto. “Riteniamo inoltre fondamentale introdurre meccanismi premianti che incentivino l’utilizzo efficiente dello spettro e la condivisione delle risorse, sia fisiche sia spettrali. Al contrario, aste di natura puramente speculativa e basate unicamente sulla leva del prezzo finirebbero per drenare risorse vitali da una filiera che già fatica a sostenere i costi necessari per garantire copertura e innovazione, con il forte rischio di rallentare il percorso di digitalizzazione del Paese”.
Renna: “Un rinnovo non oneroso per rilanciare gli investimenti”
Anche Walter Renna, amministratore delegato di Fastweb+Vodafone, sostiene un rinnovo delle frequenze collegato a impegni di investimento. “Abbiamo una grande occasione per rilanciare il settore che è arrivato a un bivio – afferma a margine dell’evento Wave, alle Ogr di Torino – Abbiamo bisogno di investimenti per garantire performance e sicurezza delle reti. Il tema dello spettro diventa quindi uno snodo centrale: un rinnovo non oneroso delle frequenze ma legato a specifici obblighi di investimento e’ una occasione unica per garantire la sostenibilità dell’industry e innescare un ciclo virtuoso di investimenti e occupazione garantendo reti sempre più resilienti e affidabili”.
Nel suo intervento, Renna richiama anche il ruolo delle telecomunicazioni nella costruzione di un’alternativa europea per l’intelligenza artificiale. Con la diffusione degli agenti personali, osserva, diventa ancora più decisivo sapere chi elabora i dati, con quali regole e chi può accedervi. Le telco possono contribuire con reti, data center, potenza di calcolo e competenze: “Noi abbiamo dimostrato che uno stack sovrano end-to-end si può costruire, dalla rete al calcolo, con dati e infrastrutture in Europa. Si può fare se si compiono scelte di sistema e si uniscono le forze: nessuno può farcela da solo”.
Rinnovo frequenze, il parere dell’Antitrust
Il rinnovo delle frequenze mobili è un tema cruciale per tutta l’industria delle telecomunicazioni, su cui già ha dato il suo parere l’Antitrust intervenendo sul percorso avviato dall’Agcom per definire il quadro regolatorio delle risorse in scadenza il 31 dicembre 2029.
Secondo Agcm, il rinnovo integrale dei diritti d’uso dello spettro agli operatori che già oggi lo detengono rischia di congelare per altri otto anni gli attuali equilibri del mercato mobile italiano. L’Autorità riconosce che il rinnovo può offrire agli operatori maggiore certezza e rendere più semplice pianificare gli investimenti sulle reti. La disponibilità dello spettro ha infatti un peso diretto nel radio planning e nello sviluppo delle infrastrutture mobili, anche in vista dell’evoluzione verso 5G standalone e Multi-access edge computing.
Ma la criticità emerge quando il rinnovo viene esteso alla totalità delle risorse in scadenza. Secondo l’Autorità, l’applicazione generalizzata “può incidere negativamente sul corretto dispiegarsi delle dinamiche concorrenziali” perché produrrebbe una “cristallizzazione nelle dotazioni frequenziali per ulteriori otto anni”.
A essere penalizzati sarebbero soprattutto gli operatori che oggi dispongono di quantità inferiori di spettro, ai quali verrebbero lasciati margini più limitati per rafforzare la propria posizione, oltre agli eventuali nuovi entranti.
Labriola: “Il numero degli operatori non determina la competitività del mercato”
All’Agcm ha replicato Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim, che sul suo profilo Linkedin ha affermato che il parere dell’Antitrus è “viziato” da un’idea di concorrenza fondamentalmente basata sul numero di operatori di mercato: un’impostazione che da anni ostacola il consolidamento nelle tlc.
“Il recente parere di Agcm sul rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze mobili pone una questione che va ben oltre lo spettro: riconosce la necessità di certezza regolatoria, continuità dei servizi e valorizzazione degli investimenti già effettuati. Ma propone un rinnovo solo parziale delle frequenze, una gara per la parte restante e possibili cap per gli operatori che beneficiano maggiormente del rinnovo”, ha affermato Labriola.
“Alla base sembra esserci ancora un’idea di concorrenza essenzialmente numerica: 4 operatori sono meglio di 3, 5 sono meglio di 4. Un’impostazione che per anni ha orientato le politiche, ma oggi è messa in discussione in Europa e a livello internazionale. Il numero degli operatori, da solo, non dice quanto un mercato sia competitivo né capace di investire”.
L’Europa, prosegue Labriola, “chiede agli operatori di accelerare gli investimenti in 5G standalone, edge, cloud, AI e, domani, 6G. Ma gli investimenti richiedono capitale. E il capitale richiede un ritorno. Se la concorrenza viene spinta fino al punto da rendere strutturalmente insufficiente il ritorno sugli investimenti, non stiamo più parlando soltanto di un mercato competitivo, ma trasformando progressivamente un’attività industriale in un servizio universale. E un servizio universale qualcuno deve pagarlo”.
Conclude Labriola: “La domanda allora diventa: qual è la nostra politica industriale per le telecomunicazioni? La concorrenza è fondamentale, ma non può essere separata dalla sostenibilità economica degli investimenti. E c’è una contraddizione. Questa indicazione arriva proprio mentre l’Europa, per accelerare la digital transformation e recuperare il gap rispetto a Stati Uniti e Cina, indica una direzione diversa: più investimenti, maggiore scala, maggiore prevedibilità regolatoria e orizzonti più lunghi per l’utilizzo dello spettro”.
L’opzione mista sui diritti d’uso
La soluzione indicata dall’Agcm è quella dell’“opzione mista” già contemplata dall’Agcom: una parte dei diritti d’uso potrebbe essere rinnovata agli attuali assegnatari, in una quantità da definire sotto il profilo quantitativo e qualitativo: la parte restante dovrebbe invece essere nuovamente assegnata attraverso una procedura competitiva, creando uno spazio di crescita per gli operatori che oggi dispongono di meno risorse e, potenzialmente, per nuovi soggetti.
Anche il meccanismo della procedura dovrebbe però differire dalle aste tradizionali. L’Agcm prospetta una gara senza rilanci competitivi, nella quale possa avere maggiore peso la qualità tecnica dell’offerta rispetto al prezzo, con l’obiettivo di evitare che costi troppo elevati per l’acquisizione dello spettro finiscano per sottrarre risorse agli investimenti successivi nelle reti.
Alla procedura competitiva l’Autorità propone di affiancare un cap sulla quantità di diritti d’uso acquisibili dagli operatori che beneficeranno maggiormente dei rinnovi.
ll quadro industriale delle Tlc
Di fronte al parere dell’Antitrust si colloca, tuttavia, un quadro industriale più ampio. Dopo quindici anni segnati da forte competizione sui prezzi, pressione regolatoria e investimenti elevati, il settore delle Tlc continua a finanziare l’evoluzione delle reti con ricavi e margini sotto pressione, soprattutto nel mobile.
Secondo i dati Agcom, tra il 2010 e il 2025 i ricavi complessivi delle telecomunicazioni sono scesi da 41,9 a 29,5 miliardi di euro, con una contrazione vicina al 30%. Nello stesso periodo gli investimenti effettuati dagli operatori superano i 100 miliardi di euro, mentre il ritorno economico sul capitale impiegato si è progressivamente ridotto.
Il 2025 ha segnato una prima inversione di tendenza, con il valore complessivo delle comunicazioni elettroniche salito da 28,2 a 29,5 miliardi di euro, in crescita del 4,5%. Il recupero resta però sbilanciato: la rete fissa cresce del 7,9%, raggiungendo 18,5 miliardi, mentre il mobile arretra ancora dello 0,6%, fermandosi poco sotto gli 11 miliardi.
La crescita, inoltre, è sostenuta sempre di più dal wholesale, dal segmento business e dai servizi Ict, mentre il core della connettività continua a risentire della pressione sui prezzi.
La fragilità emerge ancora più chiaramente dagli investimenti. Nel 2025 quelli infrastrutturali complessivi sono aumentati del 4,5%, arrivando a 7,74 miliardi di euro, ma la crescita è interamente concentrata sulla rete fissa, dove gli investimenti salgono del 10,3% a 6,24 miliardi.
Nel mobile, al contrario, gli investimenti diminuiscono del 14,4%, scendendo a circa 1,5 miliardi di euro.
Prezzi Tlc in controtendenza rispetto alle utility
Il divario emerge anche nel confronto con gli altri servizi essenziali. Tra il 2010 e il 2025 l’inflazione cumulata è stata pari a circa il 29%, mentre i prezzi del gas sono aumentati del 53% e quelli dell’energia elettrica del 104%.
Nello stesso periodo i prezzi dei servizi di telecomunicazione sono diminuiti del 42%.
In pratica, gli operatori hanno aumentato la capacità delle reti, sostenuto la crescita esponenziale del traffico e continuato a investire, ma senza beneficiare di un analogo incremento dei ricavi.
L’andamento dell’Arpu mobile descrive le difficoltà: in Italia il ricavo medio mensile per utente si ferma a circa 9 euro, contro 14,9 euro nella media europea, 16,5 euro nel Regno Unito e 42,1 euro negli Stati Uniti.







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