Guerra delle sim, H3G chiede 338 milioni di risarcimento a Poste - CorCom

LO SCONTRO

Guerra delle sim, H3G chiede 338 milioni di risarcimento a Poste

Prosegue la battaglia per l’apertura della rete commerciale del Gruppo postale alle schede telefoniche degli altri player. La cifra dei danni chiesti dall’operatore contenuta nella relazione semestrale della società guidata Caio. Il 1° dicembre la pronuncia del Tribunale di Roma

30 Ago 2016

Andrea Frollà

Istanza di risarcimento da 338 milioni di euro di H3G contro Poste Italiane. La cifra chiesta dall’operatore di telecomunicazioni nell’ambito della “guerra delle sim” emerge dall’ultima relazione semestrale pubblicata dal gruppo postale guidato da Francesco Caio.

La vicenda è iniziata nel 2015 quando H3G ha denunciato all’Autorità Garante della Concorrenza il fatto che Poste avesse di fatto negato “l’accesso ai beni e servizi di cui ha la disponibilità esclusiva in relazione alla gestione del servizio universale a condizioni equivalenti a quelle offerte alla controllata Poste Mobile”. La compagnia telefonica, facendo riferimento alla legge 287 del 1990, chiedeva che le imprese attive in un regime di monopolio, qualora decidano di offrire servizi diversi rispetto a quelli del mercato dominante, fossero obbligate a dare accesso a quegli stessi ben anche ad altri player. In pratica H3G chiedeva che le sue sim fossero vendute anche negli sportelli spostali.

Il prossimo passo della guerra milionaria sulle sim sarà la pronuncia del Tribunale di Roma, recentemente rinviata al 1° dicembre, anche se il primo giudizio potrebbe arrivare dal Tar del Lazio. Allo scontro tra Poste e H3G guardano con interesse anche le altre compagnie di tlc, visto che la partita potrebbe impattare a livello giuridico su tutto il tema della concorrenza, rispetto al quale è atteso il voto sul Ddl in materia attualmente in discussione al Senato, e anche sulla questione dell’accesso alle reti di telecomunicazione. A tal proposito, c’è da ricordare la recente sentenza del Tar di Brescia, che ha obbligato Enel ad aprire l’infrastruttura elettrica a terzi, ossia a ospitare reti in fibra ottica di operatori minori a livello locale nei propri cavidotti.