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L'APPROFONDIMENTO

Huawei senza Android: ecco cosa potrà e non potrà fare

Stefano Mainetti, Adjunct Professor del Mip, la business school del Politecnico di Milano, spiega come stanno le cose e quali scenari possono andare a profilarsi: “La sospensione della licenza a pagamento implica l’impossibilità di usare app fondamentali quali il Play Store e Gmail” E sul fronte del sistema operativo “restano utilizzabili solo le funzioni e gli strumenti della piattaforma open source”

22 Mag 2019

Mila Fiordalisi

Direttore

Google ha deciso di “ottemperare all’ordine” relativo al ban di Huawei da parte del governo Usa. Ordine che nella pratica si è tradotto al momento nella sospensione della “licenza” Android nella parte dei servizi a pagamento. Sospensione che potrebbe trasformarsi in una revoca vera e propria di qui a 3 mesi ossia alla fine dei 90 giorni di proroga (deadline 19 agosto) concessi dal Dipartimento del Commercio Usa a Huawei. Ma cosa significa sospensione ed eventuale revoca della licenza Android? In concreto che tipo di scenario si va profilando? Huawei dovrà davvero rinunciare a tutti i servizi di Google e svilupparsi tutto in casa? A sciogliere questi dubbi è Stefano Mainetti, docente al Mip e oggi ceo del PoliHub, l’incubatore di startup del Politecnico di Milano. “Tanto per cominciare facciamo ordine sul significato di “licenza” – spiega Mainetti a Corcom -. In linea generale, il software può essere open source e closed source, in entrambi i casi c’è di mezzo una licenza ma nel primo è pubblica – e può essere più o meno gratuita e nel caso dell’Android Open Source Project lo è – e nel secondo è in genere a pagamento perché incluse servizi e funzionalità premium, come lo sono ad esempio Google Now Launcher, Gmail, Google Play, YouTube”. Queste applicazioni, che vengono denominate Google Mobile Services (Gms), sono a tutti gli effetti delle applicazioni con licenza cloud source.

Mainetti, come Huawei potrà usare la parte “free” visto che le funzionalità a pagamento sono state sospese?

Gli strumenti definiti open source possono essere utilizzati, copiati, studiati, modificati e ridistribuiti. Sono questi i 5 pilastri di base di una piattaforma aperta. E non a caso la piattaforma figlia dell’Android Open Source Project (Aosp) – basata su licenza pubblica Apache License 2.0 – viene ad oggi utilizzata anche da società concorrenti di Google e a livello diffuso su smartphone, e-reader, televisori. Si tratta di una piattaforma open source a tutti gli effetti e peraltro nata nel 2005 da un altro progetto open source, dal kernel di Linux sul quale sono stati costruiti gli stati per la gestione di microfoni, camere, bluetooth, memorie esterne, ecc. tramite delle opportune librerie native, fino ad arrivare allo strato più esterno riguardante le applicazioni.

Tutto può essere usato con la massima libertà?

Certamente, anche se va detto che il progetto di Google non è “community-driven” in alcuni casi accade con le piattaforme open source. Il progetto è senza dubbio indirizzato da Google e non da una comunità di sviluppatori.

E cosa implica questo indirizzo?

È Google a rilasciare ad esempio le patch di sicurezza, gli aggiornamenti e ad indicare la roadmap per le varie release della piattaforma. Ciò significa che di fatto bisogna sempre far riferimento a Google e che per sviluppare ad esempio funzionalità ad hoc il coinvolgimento degli sviluppatori Google può farsi stringente e necessario.

Vuol dire che Huawei senza i servizi a licenza a pagamento potrò fare ben poco?

Voglio dire che di sicuro non potrà usufruire delle applicazioni Gsm, a tutti gli effetti fondamentai e molto usate dagli utenti oggi sugli smartphone. Potrà però utilizzare la componente open source Aosp del progetto Android, ma immagino senza il supporto di Google per eventuali servizi di supporto per la personalizzazione. Certamente, almeno in linea teorica, per Huawei resta aperta la via di realizzare una propria versione di sistema operativo cui pare stia già lavorando dal 2012.

E quanto ci vorrà a sviluppare un nuovo sistema operativo?

Non sono in grado di esprimere una valutazione in proposito. Quello che mi sento di dire è che si tratta di un’impresa non semplice, basti pensare alle esperienze di Nokia e Microsoft. Ma il tema non è solo quello di considerare un singolo player capace di sviluppare un proprio sistema operativo, sicuramente Huawei ne ha tutta la capacità. Il tema più complesso da affrontare è quello di costruire un vero e proprio ecosistema di applicazioni quale quelli di Android e iOS oggi dominanti il mercato. Quanto è accaduto con questa vicenda ci spinge a riflettere su di una possibile partita prossima ventura che si potrebbe andare a giocare, con schieramenti contrapposti ed ecosistemi contrapposti, da una parte quello americano dall’altro quello cinese. Ma è evidente che si tratta di un tema politico.

ANDROID OPEN SOURCE PROJECT, ECCO COME FUNZIONA

L’Android Open-Source Project (AOSP) è lo stack di software alla base del sistema operativo Android e comprende il sistema operativo, il middleware e app open source quali la tastiera del telefono, le app per le email e di messaggistica. Gli operatori di telefonia mobile, i produttori e gli sviluppatori possono farne uso per realizzare dispositivi e app.

Poiché si tratta di una piattaforma open source, il codice sorgente di Android può essere visualizzato, scaricato, modificato, migliorato e ridistribuito da chiunque, senza dover pagare commissioni, royalty o altri tipi di costi. Questo è il contrario di ciò che accade con i software closed source/proprietari, che non rendono mai pubblico il proprio codice sorgente e proibiscono tassativamente qualsiasi modifica.

Nessuno è obbligato a pre-installare la suite di app di proprietà di Google per poter accedere, utilizzare o distribuire il sistema operativo Android. Ad esempio, il tablet Amazon Fire supporta un sistema operativo realizzato utilizzando Android, tuttavia non include app Google preinstallate.

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