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I-Com: “Fare subito le Ngn, alla domanda ci si penserà dopo”

L’Istituto per la competitività lancia l’appello a governo e operatori: “Basta con l’atteggiamento attendista che fa leva sulla mancanza di richiesta di byte per ritardare gli investimenti nelle nuove reti. Ha ragione Calabrò: così siamo destinati al capolinea”

02 Feb 2011

Bisogna puntare prima sugli investimenti in infrastrutture e solo
successivamente preoccuparsi di stimolare la domanda: questa la
"vision" di I-Com, l'Istituto per la competitività
presieduto da Stefano da Empoli che stamattina a Roma ha presentato
un corposo studio che analizza l'efficacia delle poiltiche
italiane e internazionali in materia di broadband. "Ha ragione
il presidente di Agcom, Corrado Calabrò, nel dire che è
necessario superare l'atteggiamento attendista assunto nel
nostro Paese che per mancanza di domanda sta ritardando gli
investimenti in infrastrutture per le telecomunicazioni, rimandendo
così al capolinea", sottolinea Maria Alessandra Rossi,
direttore area Comunicazioni di I-com.

Il rapporto dell'Osservatorio I-Com sulle nuove reti loda
l'approccio nazionale in termini di ricorso a forme di
partneriato pubblico-privato e di stimolo alla domanda attraverso
il Piano e-gov e l'erogazione di incentivi per l'acquisto
di pc e la sottoscrizioni di abbonamenti alla banda larga. Ma molto
di più – sostiene l'Osservatorio – va fatto sul fronte delle
politiche di alfabetizzazione informatica, in particolare sulla
fascia debole della popolazione. "Con le giuste decisioni da
parte di attori pubblici e privati, l'Italia potrà liberarsi
dalla zavorra di una popolazione che invecchia e si dimostra poco
predisposta nei confronti delle nuove tecnoologice e potrà
finalmente entrare nel monco delle comunicazioni del
futuro".

I DATI
Stando ai dati dell'Osservatorio in Italia solo l’1,56% delle
famiglie ha una connessione in fibra ottica, contro il 21% della
Lituania e il 12,9% della Svezia. Un risultato, che ha fatto
scivolare il nostro Paese dall’11esimo al 14esimo posto in
Europa.

In particolare, la penetrazione della tecnologia in fibra nel
nostro Paese, calcolata in percentuale del totale delle linee a
banda larga, raggiunge il 2,7%: un risultato "mediocre
rispetto alla media Ocse, ma comunque nettamente positivo se
comparato alla performance di altri paesi europei come la Germania
e la Francia".

Il livello assoluto di diffusione della fibra, tuttavia, è però
appena dell’1,57%: a parziale consolazione, la Francia fa peggio
e Germania, Regno Unito e Spagna sono addirittura assenti dalla
classifica.

Migliore, e nettamente al di sopra della media Ocse, risulta il
posizionamento dell’Italia sulla banda larga mobile.

In materia di digital divide lo studio evidenzia alcune gravi
carenze: Molise, Umbria, Veneto e Friuli Venezia Giulia sono
regioni nelle quali "l’assenza completa di linee Adsl
caratterizza in modo particolarmente rilevante il
territorio".

Secondo l’analisi "le politiche più efficaci sono state
quelle che hanno previsto una chiara sequenza di intervento. Quelle
che, puntando prima di tutto sugli investimenti di potenziamento
dell’offerta, hanno permesso di raggiungere almeno un livello
minimo di infrastrutturazione, e in un secondo momento, si sono
occupate dello stimolo della domanda. Perciò se tale strategia ha
funzionato per le reti di prima generazione, potrebbe essere estesa
anche alle reti di nuova generazione di cui si parla attualmente,
come la fibra ottica".

LE ISTITUZIONI

Mario Valducci (Presidente della commissione Trasporti e
Telecomunicazioni alla Camera)

Sono convinto e d’accordo con il Ministro Romani che il settore
delle telecomunicazioni rappresenti uno dei maggiori comparti di
sviluppo per il paese anche dal punto di vista economico.
L’Italia è nella media europea, in tutto. Siamo un po’ carenti
sulla presenza della rete fissa, ma siamo sicuramente abbondanti
sulla rete mobile

Roberto Sambuco (Capo dipartimento per le comunicazioni del
Mse)

Non siamo così in coda, grazie al piano di sviluppo integrato che
ha visto il Governo collaborare con le regioni ben tre milioni di
italiani sono fuori dal digital divide.

GLI OPERATORI

Oscar Cicchetti (Diettore Technology & Operations Telecom
Italia)

Storicamente alla realizzazione delle reti segue sempre lo sviluppo
della domanda. Ma non bisogna fare l'errore di pensare che
tutto sia fermo. Le reti si stanno evolvendo nel tempèo
progressivamente con gli avanzamenti tecnologici e la crescita
della domanda. Si pensi ad esempio all'Adsl: quello di prima
generazione è già stato ampiamente superato con upgrade che
consentono di raggiungere una capacità maggiore in termini di Mb.
In dieci anni la quantità di banda disponibile è cresciuta di 400
volte e la rete nazionale di 1000 volte. Certamente il confronto
con i Paesi più evoluti ci vede indietro, considerato ad esempio
che nei Paesi dell'Asia la rete è cresciuta di 80mila volte. E
non c'è dubbio che passare dalla fibra in centrale a quella
negli appartamenti è il punto di arrivo. Il co-investimento in tal
senso è auspicabile ma è già una realtà: con altri operatori
condividiamo le nostre infrastrutture, ad esempio con Vodafone a
livello di ripetitori mobili e con Fastweb sulla fibra. Ma
realtivamente all'intervento pubblico non è pensabile che si
sconvolga l'assetto di mercato. Si rischia di creare nuovi
monopoli e di sconvolgere quindi la competizione.

Bianca Maria Martinelli (Direttore Affari Pubblici e legali
Vodafone Italia)

La migrazione della customer base impatta sugli economics. E'
evidente. Ed è in direzione della migrazione che deve puntare il
Tavolo Romani costruendo quindi quel percorso di sostenibilità
economica necessario per consentire agli operatori di investire
sulla banda larga. Le reti mobili in tal senso devono essere
equiparate a quelle fisse. Il tavolo Romani – e il Memorandum of
Understanding firmato dagli operatori – rappresenta una
fondamentale iniziativa per la realizzazione di una nuova rete in
fibra per l’Italia con la partecipazione di tutti i principali
operatori del Paese. E’ un modello che consentirebbe di
traguardare in Italia la realizzazione di una rete Ngn, efficiente,
aperta alla concorrenza e con un business plan sostenibile.

David Bevilacqua (Ad Cisco Italia e Corporate
Vp)

"L'Adsl sta alla banda larga come la Salerno-Reggio
Calabria sta a un'autostrada. Quindi la banda larga è la
fibra. Non siamo un po' in ritardo, ma molto in ritardo. Se
torniamo indietro di dieci anni ci rendiamo conto del problema: 10
anni fa eravamo i primi sulla fibra ottica, con Milano cablata da
Fastweb. E tornando ancora più indietro, quando c'era il
progetto Socrate, eravamo considerati un'avanguardia mondiale.
La storia ci ha insegnato che le killer app arrivano sempre dopo
l'offerta. Nessuno aveva pensato che gli sms divenissero la
killer appa dei cellurari. Ma se proprio vogliamo, esiste già una
killer app per le Ngn: è il video. La PA vuole fare la
telemedicina, ma senza fibra non si può fare visto che serve
simmetria in download e upload e che le reti in rame non possono
garantirla. E poi diciamolo: se gli altri Paesi stanno investendo
perché noi dovremmo andare in direzione contraria?"

Cesare Avenia (Ad Ericsson)
Rispetto a qualche anno fa il quadro è completamente mutato. Nel
2011 si prevedono 6,1 miliardi di utenti mobili al mondo. Di questi
molti usano il telefonino per applicazioni dati, al punto che nel
2010 si è registrata un'impennata dalla banda larga mobile del
60%. Bisogna dunque ragionare in ottica di neutralità tecnologica:
la rete è un'infrastruttura sociale di cui non si può più
fare a meno. Serve dunque un atteggiamento superiore rispetto al
dibattito sulla tipologia di tecnologia. La competitività del
nostro Paese di misurerà in termini di oggetti connessi alla rete.
Soldi è vero non ce ne sono, quindi c'è bisogno di regole in
grado di favorire gli investimnenti da parte degli operatori. E
riguardo alla gara Lte non si deve commettere l'errore di
togliere risorse all'Ict. I proventi vanno reinvestiti
assolutamente nel settore.

Mario Mella (Chief Technology Officer Fastweb)
Non si può aspettare la domanda. E' un rischio enorme. E
bisogna smetterla di fare progetti poco ambiziosi: è necessario
pensare in grande, subito. Ci vuole un piano che punti a portare i
servizi ultrabroadband a 2 milioni di famiglie all'anno in modo
da arrivare in cinque anni agli obiettivi prefissati
dall'Agenda digitale europea. Realizzare l'infrastruttura
digitale è come realizzare un'autostrada: meglio dimensionarla
subito sulle necessità future che poi trovarsi a dover ampliare la
rete perché non è in grado di soddisfare le esigenze. Per fare
ciò è però necessario prevedere uno switch off obbligatorio dal
rame alla fibra ossia mettere gli operatori in grado di spostare
sulla rete Ngn tutta la propria customer base.

Franco Micoli (Responsabile Regulatory & Public Affairs
Alcatel Lucent Italia)

L'esplosione dei servizi sta generando traffico e le telco si
trovano a dover fare investimenti mettendo a disposizione
infrastrutture strategiche senza un adeguato ritorno economico. Qui
il tema chiave è quello della regolamentazione, legato agli
investimenti e ai modelli di business. Bisogna definire la
questione degli over the top, in Europa più che mai visto che gli
over the top sono tutti americani e che le principali telco
mondiali sono europee. Da parte nostra ci stiamo concentrando su
soluzioni tecnologiche che consentano di aumentare la capacità di
traffico riducendo al minimo il costo e rendere le reti
economicamente sostenibili. Il vero gap italiano è rappresentato
dalla scarsa carenza di competenze tecnico-informatiche: la
politica di sviluppo di questo Paese deve tener conto di ciò.

Gianpaolo Miele (BT Italia)
E' importante che gli operatori di Tlc convergano verso
soluzioni tecniche condivise in grado di creare la base per lo
sviluppo dell'infrastruttura Ngn. Del resto gli stessi modelli
di business stanno convergendo e ne è un esempio l'accordo
siglato fra Fastweb e Sky.