Internet a due velocità, a chi conviene davvero? - CorCom

NET NEUTRALITY

Internet a due velocità, a chi conviene davvero?

Negli Usa una recente sentenza della Corte del District of Columbia ha annullato le norme della Fcc sulla net neutrality. Ma alle telco non converrà creare corsie veloci e lente secondo la capacità di spesa dell’utente

03 Feb 2014

Una recente sentenza della Corte federale degli Stati Uniti del District of Columbia ha annullato le norme della Federal Communication Commission sulla net neutrality e contro le restrizioni della larghezza di banda.
L’effetto di questa decisione sarà che gli Isp potranno d’ora in poi far pagare l’accesso ai fornitori di contenuti sulla base della quantità di banda che effettivamente usano. In altre parole, maggiori oneri non solo per i singoli utenti, ma anche per quei siti che trasmettono contenuti video (in particolare in alta definizione). Tra questi sta suscitando l’allarme degli investitori il caso di Netflix.

Il principale fornitore di video in streaming su Internet, che rappresenta negli Stati Uniti una porzione notevole dei dati che fluiscono attraverso il web, è infatti ora esposto ad un considerevole aumento degli oneri per l’accesso alla quantità di banda necessaria ai suoi servizi. Dopo aver superato come numero di utenti addirittura i siti torrent e aver registrato a Wall Street un successo senza precedenti con trimestrali a due cifre di incremento, l’azienda di streaming online on demand dovrà affrontare, secondo autorevoli analisti, un incremento dei costi tra i 75 milioni e i 100 milioni di dollari per la distribuzione di contenuti ai propri clienti residenziali. Senza contare che la società, per ottenere un trattamento preferenziale per la quantità di banda rispetto ai suoi concorrenti, sarà probabilmente costretta a sborsare ulteriori somme.


Insomma, costerà caro a Netflix garantire qualità e velocità ai suoi video streaming. Il modello di distribuzione messo in piedi da società come Netflix che sembrava essere la risposta più plausibile alla crisi di revenue dei produttori di contenuti rischia così di fare un passo indietro. È infatti probabile che i gestori delle reti cercheranno di fissare, almeno all’inizio, tariffe definite per gigabyte di dati trasmessi, con ciò determinando costi più elevati per le società che distribuiscono i contenuti e per gli abbonati e i fruitori dei loro servizi. Ma esiste anche un’altra visione, in passato bollata da alcuni autorevoli esperti italiani come un’idea da “figli dei fiori” (sulla base dell’errata concezione della net neutrality come forma di anarchia). Cioè quella relativa ad Internet come luogo aperto e non discriminatorio facilitatore di valori “industriali”.

Alcuni commentatori pensano infatti che alla fine per gli Isp non avrebbe senso creare corsie veloci e lente a seconda della capacità di spesa dell’utente. Così facendo, ad esempio, Verizon o Time Warner Cable finirebbero per danneggiare i clienti e scoraggiare l’utilizzo delle proprie reti. Si vedrà come andrà a finire negli Stati Uniti, (si annuncia nei prossimi mesi un ricorso alla Corte Suprema contro la decisione dei giudici del distretto di Columbia).
Alla ormai esasperata tenzone tra telco e fornitori di contenuti, ai dibattiti sulla democrazia della rete, alla previsione di un mondo prossimamente diviso tra un internet di serie A è uno di serie B, sembra invece potersi proporre uno scenario diverso caratterizzato pur sempre dalla convenienza e dalla conquista del cliente.

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Nicola D'Angelo