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Lte, l’asta di Tremonti a rischio elettrosmog

In Italia il 4G frenato dalle leggi sulle emissioni elettromagnetiche. Abbiamo i limiti più stringenti d’Europa

13 Dic 2010

La normativa italiana che regola l’esposizione ai campi
elettromagnetici, che fissa a 6 v/m il limite massimo di emissioni,
è la più rigida in vigore nei paesi dell’Ue. E rischia di
compromettere lo sviluppo della banda larga mobile, in particolare
delle reti Lte, in previsione dell’asta per l’assegnazione
delle frequenze.

Un’asta che il Governo ha licenziato nel ddl stabilità, dalla
quale si aspetta incassi di 2,4 miliardi di euro per
l’assegnazione delle frequenze agli operatori. Fondi già messi a
copertura del deficit dello Stato, su cui il ministro Tremonti fa
già conto. Ma che potrebbero non arrivare. Motivo? L’asta
peserà non poco sulle casse degli operatori (Telecom Italia,
Vodafone, Wind e H3g). Tanto più, che, secondo stime che circolano
nel settore Tlc, il costo di una rete Lte da realizzare ex novo
ammonta a 2 miliardi di euro. Cifra che potrebbe dimezzarsi a un
miliardo grazie al cositing e alla condivisione delle antenne.

Quindi? “O cambia la normativa sull’elettrosmog, o lo sviluppo
delle reti Lte in Italia sarà in forse: costano troppo”, dice un
manager delle Tlc sotto anonimato. Che fare? Sarebbe sufficiente
alzare il limite di emissione dagli attuali 6 v/m a 12 v/m per
consentire il cositing di quattro operatori in un’unica stazione
base. Raddoppiando la potenza del segnale da 6 v/m a 12 v/m si
quadruplicherebbe la superficie coperta da un unico ripetitore. E
pur raddoppiando i limiti, l’Italia resterebbe il paese europeo
più “cauto” sul fronte elettrosmog, con valori 10 volte
inferiori alla media europea. Basti pensare che i limiti dello
standard internazionale fissati dall’Icnirp (International
commission on non-ionizing radiation protection) sono di 41 v/m
sulla banda dei 900 Mhz e 61 v/m a 2100 Mhz. In Germania il limite
raggiunge i 97 v/m.

Ma la revisione del quadro normativo sull’esposizione ai campi
magnetici non è all’ordine del giorno del ministro per lo
Sviluppo economico Paolo Romani. Il limite di emissioni, fissato
nel 1998, è pari a 20 v/m, che si riducono di fatto a 6 v/m per
esposizioni superiori a 4 ore in luoghi pubblici come scuole,
uffici, abitazioni, stazioni, aeroporti. Un approccio, secondo gli
operatori, “iper precauzionale”, non basato su riscontri di
carattere sanitario, ma sulla semplice percezione di rischi
percepiti da centinaia di comitati cittadini anti-elettrosmog
sparsi nel paese. Il limite dei 6/v al metro, secondo gli
operatori, viene applicato ovunque e in maniera acritica dagli enti
locali.

La legge quadro n. 36 “sulla protezione dall’esposizione a
campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici (Cem) a copertura
dell’intervallo di frequenze da 0 a 300 GHz”, è stata
promulgata nel 2001, figlia di una normativa del ’98, confermata
poi nel 2003.
Lo sviluppo delle reti wireless è sotto la lente dell’Oms
(l’Organizzazione mondiale della sanità) dal 1993. Nel 2000
l’organismo ha pubblicato un report in cui dichiara che non
esiste nessuna connessione fra l’insorgere del tumore e
l’esposizione ai campi magnetici delle microonde e dei cellulari.
Sempre l’Oms ha dichiarato che “le stazioni radio base non
costituiscono un rischio per la salute”. Alle stesse conclusioni
sono giunti studi analoghi condotti in Italia da Elettra 2000, Fub
(Fondazione Ugo Bordoni) e Arpa.

Oggi nel nostro paese ci sono già 50mila stazioni radio base
installate dai quattro operatori (Tim, Vodafone, Wind e 3). Il
primo effetto collaterale della legge 36 è stata negli anni la
moltiplicazione degli impianti: “Per garantire l’utilizzo di
potenze contenute, abbinate a livelli di emissioni
elettromagnetiche estremamente bassi come quelli previsti dalla
legge italiana, in Italia è stato necessario costruire un numero
di impianti estremamente superiore a quello degli altri paesi
europei che possono operare con limiti di emissioni
elettromagnetiche più elevati”, si legge in uno studio
riservato, di cui il Corriere delle Comunicazioni è entrato in
possesso.

“Con l’avvento dell’Lte, se non cambierà la normativa in
vigore, il numero già esorbitante di stazioni base presenti in
Italia, pari a 50mila impianti, rischia di raddoppiare se non di
triplicare, raggiungendo quota 150mila”. Una giungla di impianti
ed antenne, provocata da una normativa la cui revisione non compare
nell’agenda del Governo, ma il cui impatto urbanistico è
prevedibile. Le stazioni base e antenne per la telefonia mobile
esistenti sono già sotto stress, vicine alla saturazione,
ospitando altre tecnologie wireless, come il Dvbh, il Dab, Wimax
oltre a Gsm, Gprs e Umts.

La richiesta degli operatori è nota: raddoppiare il limite di
emissioni elettromagnetiche da 6 v/m a 12 v/m per consentire la
realizzazione in cositing della rete Lte. Il trasloco degli
operatori nel sito condiviso “consentirebbe la sostituzione delle
tre antenne per cella che si usavano nei vecchi sistemi con
un’antenna trivalente”. Antenne multistandard già messe a
punto ad esempio da Ericsson.

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