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Ngn, D’Angelo: “Le regole non fanno il mercato”

Il Consigliere di Agcom: “Come spingere gli investimenti? Stimolando la domanda. Un compito che spetta soprattutto alla PA”

07 Feb 2011

Un colpo al cerchio e uno alla botte”, si accusa. Non ha
suscitato grandi entusiasmi, almeno a caldo, la proposta Agcom per
la regolamentazione dei servizi di accesso alle reti di nuova
generazione (Ngn), sottoposta a consultazione pubblica per 45
giorni a partire dallo scorso 19 gennaio. E c’è chi sostiene che
lo scontento delle due parti in causa – Telecom Italia da un lato e
Olo dall’altro – rischia di provocare l’impasse, scoraggiando
gli investimenti piuttosto che incoraggiarli, ossia di sortire
l’effetto opposto rispetto all’intento del regolatore. “È
una tesi pretestuosa perché non siamo di fronte a regole
definitive ma a una proposta – puntualizza il consigliere di Agcom,
Nicola D’Angelo -. La consultazione serve proprio a raccogliere
il parere del mercato, degli operatori di Tlc, ma anche dei
consumatori, insomma di tutti gli attori coinvolti che potranno
sottoporci osservazioni evidenziando eventuali criticità in vista
della stesura del documento definitivo».

Consigliere, è vero però che la proposta al momento non
soddisfa le aspettative delle telco?

La posizione di Agcom media fra le esigenze ed i punti di vista di
Telecom e degli Olo. È una posizione equilibrata che – se ha
scontentato entrambi – è coerente con l’obiettivo del regolatore
di avere un approccio generale e non favorire né l’uno né
l’altro. Telecom Italia, in nome della spinta agli investimenti,
preferirebbe un’ampia deregulation ossia l’eliminazione degli
obblighi sull’accesso alla rete in rame. Gli Olo e gli Isp, dal
canto loro, ritengono che la transizione non può essere lesiva
degli investimenti e della concorrenza, anche nelle fasi di avvio
dei mercati quando il quadro regolamentare dovrebbe essere tale da
non impedire lo sviluppo della competizione. Queste esigenze si
concretizzano nelle modalità di accesso alla rete. L’Authority
ha optato per il mantenimento del bitstream, per poi passare
all’unbundling nel 2013 nelle aree in cui non c’è adeguata
competizione infrastrutturale. Si è quindi tenuto conto delle
esigenze dell’incumbent e degli Olo in un percorso già avviato
con la delibera 731/2009, di cui la nuova proposta rappresenta il
continuum in linea con la Raccomandazione Nga della Commissione Ue.
Ma ci tengo a sottolineare che la proposta Agcom va ben oltre il
bitstream e l’unbundling, su cui si sono concentrati i media e i
commenti.

Cioè?
È un’impostazione innovativa per le aree in cui è presente o si
prevede, nel medio periodo, una competizione infrastrutturale Nga,
fondata sulla garanzia dell’equality of access e sulla vigilanza
dell’Autorità sui fenomeni di margin squeeze o di disparità di
trattamento, sulla scorta anche delle esperienze di altri Paesi. Si
è anche ragionato nella logica del risk premium e del risk sharing
per chi realizza le opere. E si è analizzato il contesto, puntando
i riflettori sulle questioni della domanda e della presenza di
nuovi attori in campo, come le Internet companies. Sul mercato si
è creato un disequilibrio fra il costo dell’accesso alle reti e
quello dei servizi e il mercato è sempre più nelle mani dei
grandi aggregatori. Il caso Apple è paradigmatico: si avvantaggia
delle condizioni di accesso offrendo servizi ai clienti a prezzi
elevati. Di fatto, si approfitta della neutralità della rete
mettendo a disposizione contenuti e servizi a prezzi alti: questo
è un problema.

E come si risolve?
In due modi: differenziando le tariffe di terminazione oppure, più
facilmente, prevedendo politiche di pricing dell’accesso
differenziate per questa tipologia di soggetti.

Tornando alle regole Ngn, come si declinerà il risk
premium?

Abbiamo interpellato il mercato proprio per verificare le esigenze
degli attori coinvolti. Aspettiamo proposte per valutare il giusto
livello di remunerazione degli investimenti.

La proposta non contempla il criterio della ripartizione
geografica dei mercati. Come mai questa scelta?

Si è preferito il criterio della differenziazione degli obblighi,
tenendo conto del livello di concorrenza del mercato. Una delle
ragioni che ci ha indotto a non optare per la geografizzazione è
che una ripartizione del genere comporterebbe differenziazioni
troppo marcate con aree del Paese escluse dalla realizzazione delle
Ngn. Il nostro approccio consente di monitorare il mercato e di
imporre rimedi differenti anche a seconda degli sviluppi
tecnologici che sono molto rapidi. Basti pensare che nell’arco di
pochi anni il protocollo Ip è passato dal campo di Internet a
quello della voce. E adesso governa anche i device.

Ce la farà l’Italia a rispettare la roadmap
dell’Agenda digitale Ue?

Non è il regolatore che deve rispondere, anche se è vero che
l’impianto regolatorio rappresenta un punto importante. Si tratta
di una questione da Sistema Paese. È per questo che nel documento
che abbiamo sottoposto a consultazione è stato dedicato ampio
spazio alla descrizione del contesto e al ruolo delle istituzioni
pubbliche.

Quali sono le esigenze del Paese?
Molte. Intanto bisogna stimolare la domanda di nuovi servizi: e qui
è la PA a dover fare la parte del leone. E’ poi necessario
completare il quadro di norme sull’interoperabilità dei servizi
della PA e della sanità online. Servono regole per la
liberalizzazione e la diffusione delle transazioni online e del
commercio elettronico e sulla sicurezza delle reti. Inoltre, è
auspicabile l’aumento del tetto del credito d’imposta per gli
investimenti delle imprese e la riduzione delle imposte sui
finanziamenti a lungo termine per interventi strutturali, nonché
agevolazioni fiscali per l’impiego di capitali privati nel
finanziamento di progetti di lungo periodo con forti esternalità
positive.

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