Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

FIBER TO ITALY

Ngn, Vatalaro: “Troppe regole fanno male”

Il professore di Tlc avverte: “Ne va della concorrenza. E si rischia di mettere a repentaglio l’Agenda digitale. Agcom ci ripensi”. In Italia eccesso di regolamentazione senza pari: “Una gabbia che mina lo sviluppo economico e tecnologico”

12 Mag 2014

Alessandro Longo

«Agcom faccia un passo indietro: non obblighi Telecom Italia ad aprire i cabinet per l’ultrabroadband Vdsl. L’eccesso di regolamentazione danneggia concorrenza e innovazione, impedendo all’Italia di raggiungere gli obiettivi dell’Agenda digitale europea». Francesco Vatalaro, professore ordinario di Telecomunicazioni all’università Tor Vergata di Roma, è molto critico verso la piega che sta prendendo la normativa italiana in fatto di banda ultralarga e fibra ottica fino agli armadi.

Professore, perché è scoppiata la questione cabinet sui tavoli Agcom?

La questione era già presente nella nuova normativa unbundling. Quando uscì questa delibera, però, non ci furono contestazioni sulle regole per i cabinet, tutte concentrate invece sui prezzi. Solo di recente Telecom Italia e Fastweb sono andate al Tar del Lazio anche per opporsi a nuovi obblighi sui cabinet. L’Italia sconta, a riguardo, un problema originario. In altri Paesi il Vula (unbundling virtuale, per l’accesso ai cabinet dell’incumbent, ndr) è considerato un rimedio per il mercato 4, mentre in Italia l’Agcom l’ha classificato nel mercato 5. Secondo me impropriamente. Quindi Agcom si è trovata scoperta sul fronte dei rimedi per il mercato 4. Ecco perché sta ora spingendo per farci diventare il solo Paese europeo ad avere una normativa che obblighi l’incumbent ad aprire i cabinet ad apparati di altri operatori.

E perché sarebbe un problema?

È un problema a livello non solo normativo ma anche tecnico. Bisogna sapere infatti che la tecnologia vectoring su Vdsl in Italia potrebbe essere molto utile in Italia. Per due motivi. Primo perché il Vdsl grazie al vectoring ci permetterebbe di arrivare a 90-100 Mb, sfruttando la circostanza che i nostri doppini sono corti la metà rispetto alla media europea (200 contro 400 metri). Secondo perché può essere la sola chance dell’Italia per raggiungere quelle velocità in gran parte del Paese: da noi gli operatori, infatti, non stanno puntando sulla fibra ottica nelle case. Ma l’apertura di cabinet ostacola il vectoring, perché questa tecnologia non può essere adottata nelle aree in cui ci sono apparati Vdsl di operatori diversi. Ci sono rimedi a questo limite, ma poco praticabili. Gli operatori dovrebbero fornirsi dagli stessi vendor di apparati – cosa però complicata per aziende in competizione – o utilizzare schede speciali di interoperabilità (ma ad oggi ancora sperimentali, ndr). Insomma, l’apertura dei cabinet ostacolerebbe l’Italia verso gli obiettivi dell’Agenda digitale.

Tuttavia alcuni operatori sostengono che solo l’apertura dei cabinet Telecom permetta di competere ad armi pari su Vdsl. Analogamente all’Ull su Adsl.

Bisogna trovare un compromesso tra gli interessi anche leciti degli Olo e quelli degli utenti. Che certo sarebbero penalizzati profondamente dall’impossibilità di avere il vectoring. Agcom sembra aver scelto di incamminarsi su un percorso che impedirebbe all’Italia di superare i 30 Mb. Io penso che il Vula vada comunque bene: ha proprietà equivalenti a un accesso fisico alla centrale Telecom Italia. I concorrenti non devono considerare il Vula un ripiego, insomma. Non sarà necessario che tutti facciano proprie reti di cabinet. Certo, l’ideale sarebbe stato sviluppare un modello di coinvestimento per fare le nuove reti. Visto che non si è raggiunto questo accordo, gli operatori che non investono in proprie reti a questo punto paghino le tariffe del Vula. Non si obblighi invece chi investe nelle infrastrutture a subire i costi extra derivanti da nuovi obblighi.

Quindi secondo lei cosa dovrebbe fare Agcom?

Accettare l’idea che non tutto vada regolato. Altrimenti si compromettono investimenti e innovazione. La regolamentazione dovrebbe invece favorire lo sviluppo tecnologico nel nostro Paese e la competizione a livello infrastrutturale. La stagione dell’unbundling è destinata a finire; gli operatori maggiori cominceranno a competere con proprie reti. Queste guerricciole tra operatori nascono perché non hanno la capacità di investire oppure perché vogliono bloccare iniziative altrui. L’Authority non dovrebbe prestarsi a queste derive. Si consideri inoltre che con le nuove elezioni europee questo modello di iper regolazione nelle telecomunicazioni verrà modificato. Basta vedere i programmi dei nuovi candidati alla Commissione Ue e il dibattito che sta maturando soprattutto in Nord Europa: si dice che una delle cause del ritardo dell’Europa verso gli Usa, nello sviluppo tecnologico ed economico, è stata proprio la gabbia regolatoria. Che in Italia è ai massimi livelli. Agcom faccia un passo indietro. È vicina a un limite oltre il quale invece di favorire la concorrenza la svantaggerebbe.

Articolo 1 di 5