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AGENDA DIGITALE

Parlamento Ue: “Poco Lte, così l’Agenda digitale non si fa”

Secondo gli analisti di Tno, Rand Europe e Wik-Consult serve una strategia sulla banda mobile ultralarga. “La scarsità di infrastrutture limita la capacità per i cittadini di usufruire di servizi innovativi soprattutto dalle aree remote”

15 Ott 2013

Francesco Molica

L’Agenda Digitale Europea dovrebbe essere integrata con “obiettivi espliciti” sulla banda larga mobile. A raccomandarlo è uno studio realizzato su mandato della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori del Parlamento europeo e pubblicato nella giornata di ieri. Firmato da un illustre trittico di società di consulenza (TNO, Rand Europe e Wik-Consult), il rapporto appunta l’attenzione sulla connettività dei servizi pubblici in Europa, rilevando lo stato di pesante ritardo in cui brancolano soprattutto le soluzioni di e-government transfrontaliere. Al riguardo, vengono sciorinate una serie di indicazioni per ottimizzare la fruizione dei cosiddetti “servizi ubiqui”, vale a dire “quelli accessibili ovunque e in ogni momento”, particolarmente importanti in settori come la sanità elettronica o per la raccolta d’informazioni sulla viabilità stradale.

Proprio “la relativa scarsità d’infrastrutture per la banda larga mobile ultra-veloce, secondo gli autori, limita la capacità dei cittadini di accedere” a questi servizi, specialmente quando si è in movimento in aree distanti dalle grandi città e dunque con una copertura debole o assente. Ecco perché il tema della “mobilità” meriterebbe un’enfasi più cristallina e dettagliata da parte della strategia per il digitale europeo. Secondo il rapporto, nonostante “l’Agenda Digitale annoveri tra i suoi temi centrali la diffusione e la velocità della banda larga, non comprende alcun obiettivo esplicito in relazione alla disponibilità e la penetrazione dei servizi per il mobile”.

Di qui l’esortazione a compiere questo passo nell’eventualità di una imminente revisione dell’Agenda. Ma a patto di rispettare specifiche condizioni. Gli estensori del rapporto ravvisano infatti alcune ambiguità nelle modalità con cui sono stati concepiti gli obiettivi per la banda larga, e auspicano che non vengano replicate. In particolare, i traguardi legati alla velocità di connessione (30 megabit “per tutti” entro il 2020) restano avvolti nell’incertezza, poiché non si chiarisce se essi si riferiscano alla velocità “garantita o pubblicizzata, al suo picco o a quella media, a quella di upload e/o di download, eccetera”.

“Qualora l’Europa adotti obiettivi sulla banda larga mobile, essi dovranno essere meglio specificati” è la conclusione. Ed inoltre, dovranno “conferire la dovuta attenzione ai costi d’implementazione che potrebbe variare in funzione del modo in cui gli obiettivi sono particolareggiati”. Puntare di più sul mobile, sembra ammettere lo studio, significa venire a patti con un contesto nel quale sembra “improbabile che venga raggiunto perfino il primo e più basilare obiettivo dell’Agenda (100% di banda larga a tutti entro il 2013) in larga parte a causa dei persistenti gap nella copertura delle reti fisse in alcune aree rurali e nei nuovi stati membri”. La diffusione del mobile, viceversa, “appare più promettente”. Soprattutto una rafforzata attenzione per la tecnologia Lte potrebbe infrangere il muro dell’accesso “ubiquo” alla rete, in particolare nell’usufruire di servizi pubblici che in definitiva richiedono un consumo di banda limitato.

In materia d’egovernment lo studio ha buon gioco a segnalare la massiccia presenza di paesi europei (a cominciare da Estonia e Olanda) ai primi posti dell’annuale ranking stilato dalle Nazioni Unite. Ma se a livello nazionale si registrano costanti miglioramenti, la situazione resta molto critica sul fronte transfrontaliero. E questo nonostante la Commissione abbia nel corso degli ultimi anni lanciato diversi progetti pilota nel campo della sanità, della giustizia o dell’identità elettronica. “Occorre riconoscere con onestà – si legge nel rapporto – che l’impiego di servizi d’egovernment con una dimensione europea ha sin qui fatto scarsi progressi”. Con un uso “limitato o inesistente”, in parte perché si è fatto troppo poco sul fronte “dell’interoperabilità”. In tal senso, anche l’offerta di “servizi ubiqui”, pur avendo raggiunto ottimi risultati in alcuni paesi membri, sebbene il divario con campioni digitali del calibro di Corea del Sud o Giappone resti ancora ampio, è inesistente a livello europeo. Uno dei freni principali resta la frammentazione del mercato del digitale a cui la Commissione sta tentando di porre rimedio attraverso il regolamento “connected continent”. Di certo il rapporto del Parlamento europeo, il primo di un trittico che esplorerà la questione dei servizi digitali, offre molti spunti di riflessione ai decisori comunitari.

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