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STRATEGIE UE

Piano Juncker, banda ultralarga più ricca? Non è detto

Il Governo potrebbe togliere dal Piano per l’Internet veloce 2 miliardi del Fcs per attingere agli investimenti europei nel caso i progetti italiani fossero approvati, ma la “lobby” delle infrastrutture fisiche è agguerrita. Altra possibilità potrebbe essere quella di disporre di altri fondi pubblici scorporati dal patto di stabilità

28 Mag 2015

Deborah Appolloni

L’approvazione del Piano Juncker potrebbe avere dirette conseguenze anche sul finanziamento del piano per la banda ultralarga in Italia, oltre a mettere in campo stanziamenti pubblici aggiuntivi resi più sostenibili dalla loro possibile esclusione dal patto di stabilità.

Nel caso fossero approvati i progetti presentati dall’Italia alla fine dell’anno scorso nel campo della digital economy, il Governo sarebbe pronto a rivedere la destinazione dei fondi, messi in campo nel piano presentato lo scorso marzo (2,4 miliardi dai Programmi operativi regionali Fers e Fear e fino a 5 miliardi dal Fondo di coesione e sviluppo). In questo caso, secondo fonti del ministero dello Sviluppo economico raggiunte da CorCom, l’Italia potrebbe togliere dal piatto circa 2 miliardi del Fondo di coesione e sviluppo, da destinare ad altri settori a livello regionale, per “attingere” agli investimenti europei del Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis). Vale la pena ricordare che tra i progetti italiani nella digital economy spunta anche quello legato a Metroweb per l’implementazione della broadband con un investimento totale richiesto di 4 miliardi, di cui 1,5 dal 2015 al 2017. Sempre stando alle fonti ministeriali, la possibilità di vedere la banda larga inserita nel programma europeo di investimenti non sarebbe però scontato: “non c’è ottimismo in questo senso” visto che la competizione è a livello europeo con i progetti di tutti gli Stati membri che puntano più sulle infrastrutture fisiche che digitali.

Ma l’Italia potrebbe spingersi oltre, fino alla possibilità di considerare l’opportunità di utilizzare fondi pubblici per l’attuazione delle infrastrutture digitali, dal momento che non andrebbero a pesare sul patto di stabilità. Una possibilità contenuta nell’accordo sul Piano Juncker concluso ieri a Bruxelles e confermata anche dal vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen. “Nell’accordo raggiunto, Commissione europea, Parlamento e Consiglio hanno concordato che i contributi nazionali al piano di investimenti europeo – effettuati dagli Stati stessi, dalle loro banche di sviluppo nazionali (come Cdp in Italia) e da qualunque banca che agisca per conto degli Stati – verranno contabilizzati nei conti pubblici ma scomputati nella valutazione delle soglie oltre le quasi scatta lo sforamento. Non peseranno sulle soglie del Patto di Stabilità e di crescita”. Secondo fonti vicine alla Cassa depositi e prestiti “sarebbe più facile con questo meccanismo finanziare la banda ultralarga. Si tratta di avviare un processo di valutazione che potrebbe portare a una sostituzione di fonti di finanziamento, più appetibili di altre. O in grado di risolvere il problema delle aree a fallimento di mercato, dove comunque la copertura della banda dovrà essere assicurata come un servizio universale”.

Sul tema è intervenuto pubblicamente anche Franco Bassanini, presidente della Cassa Depositi e Prestiti: “Sono passate moltissime delle nostre richieste compresa questa che consente di inserire dei contributi che possono non conteggiati nel patto di stabilità”. Bassanini ha fatto riferimento anche agli effetti del Piano Juncker sugli operatori privati. “L’accordo raggiunto potrà essere utile anche per i privati, come Metroweb o Telecom, interessati alla banda ultralarga – ha detto il presidente della Cdp, che è azionista di Metroweb tramite il Fondo strategico italiano – che potrebbero ci mettano del loro con la copertura della Banca europea degli investimenti (Bei)”.

Intanto la Bei, pur in attesa del regolamento che il Parlamento europeo dovrà approvare il prossimo 24 giugno, ha già cominciato ad approvare finanziamenti secondo il piano Juncker, che però non prendono ancora in considerazione investimenti nel digitale. “La Bei comunque – chiariscono dalla Banca europea degli investimenti – valuterà con favore i progetti finalizzati alla riduzione del digital divide”.

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