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Privacy, Scorza: “Non si usi il diritto per ri-frammentare i mercati”

Parla l’avvocato esperto di digital rights: “Gli utenti e l’innovazione vanno tutelati senza esagerare con le norme sulla privacy e rispettando la neutralità della rete. E sul modella Usa dice: “La disciplina del safe harbor già garantisce gli utenti europei nei confronti delle aziende”

29 Nov 2011

I diritti degli utenti e l’innovazione vanno tutelati senza
esagerare con le norme sulla privacy e rispettando la neutralità
della rete. È la tesi di Guido Scorza, avvocato esperto di diritto
di internet.
La commissione europea vorrebbe estendere agli Ott
americani la normativa privacy europea per i dati dei cittadini
europei. È una buona idea?

È ovvio che, dal punto di vista di utenti e consumatori europei,
è la soluzione maggiormente garantista perché significa farli
rimanere a casa propria – dal punto di vista giuridico e
limitatamente alla privacy – anche quando navigano attraverso siti
e servizi riconducibili a soggetti stranieri. Ma significa avviare
una piccola, grande rivoluzione copernicana della quale è
difficile prevedere l’impatto sull’ecosistema telematico.
Chiediamoci che cosa significhi per una internet company dover
adeguare le proprie policy alla disciplina di centinaia di Paesi,
ovvero di tutti quelli dai quali i propri servizi sono accessibili.
Temo si rischi, per questa via, di utilizzare il diritto come
strumento di ri-frammentazione geografica dei mercati, proprio ora
che ci stavamo abituando – nel bene e nel male – a fare affidamento
su un servizio globale.
E quindi lasciamo tutto com’è?
No: sono favorevole- in materia di privacy e, più in generale di
tutela dei consumatori – alla nascita di norme imperative e
inderogabili a tutela di utenti e consumatori. Ma non credo sia
opportuno rendere integralmente applicabile la disciplina del Paese
di destinazione ai prestatori di servizio stabiliti all’estero.
Non dimentichiamoci, infine, che la disciplina sul cosiddetto safe
harbor – l’approdo sicuro – garantisce già agli utenti europei
il rispetto, da parte di soggetti statunitensi, di una disciplina
uniforme in materia di privacy allorquando “sbarcano”, anche
solo virtualmente, oltre-oceano.
Guardiamola un attimo dal punto di vista delle telco.
Secondo loro la privacy a cui sono sottoposte è troppo stringente
e sottopone a squilibri di mercato.

È una battaglia curiosa quella che le telco stanno combattendo a
livello europeo: anziché rivendicare regole più semplici,
preferiscono domandare al legislatore di rendere più dura la vita
agli over the top stabiliti all’estero. Non sono d’accordo.
Telco e over the top non sono concorrenti. Le due categorie di
soggetti di mercato erogano – o dovrebbero erogare – servizi
diversi. Un’ultima considerazione: se le telco europee si
mettessero a vendere servizi anche all’estero, sconterebbero il
“regime agevolato” che contestano agli over the top. Il mercato
è, ormai, globale per tutti.
Ma almeno non crede che gli Ott debbano fare passi avanti
quanto a rispetto della privacy? Dando agli utenti maggiore
controllo sulle loro identità digitali, affidate a social network
e piattaforme cloud?

Ne sono fermamente convinto e credo che, almeno in parte, sia già
avvenuto o, almeno, stia già avvenendo. La mia idea è che si
debba insistere molto su due punti. Maggiore trasparenza delle
condizioni di utilizzo dei dati e possibilità per gli utenti di
gestire nel modo più semplice e intuitivo possibile la propria
identità digitale. Sono contrario, invece, a divieti e paletti
imperativamente imposti dal legislatore.
Neutralità della rete. Le telco ritengono che anche qui le
regole sono sbilanciate a favore degli Ott. Un migliore equilibrio
regolamentare è possibile?

Una rete neutrale rispetto ai contenuti e ai servizi che vi
circolano è un ineliminabile presupposto a garanzia di numerosi
diritti e libertà fondamentali. Di espressione e di impresa. Non
si tratta, quindi, di uno “scontro” tra due soggetti, telco e
Ott, ma di un problema a tre: guai a dimenticarsi che i contenuti e
i servizi sono prodotti e/o destinati agli utenti. È a questi
ultimi che va garantita una rete neutrale. Ciò detto, la posizione
secondo la quale le telco non vogliono pagare l’infrastruttura di
rete per paura che i gli Ott poi se ne avvantaggino è vecchia e
superata. Senza i servizi ed i contenuti intermediati dagli Ott,
peraltro, le telco lavorerebbero e guadagnerebbero molto meno.
Ma perché sarebbe una tesi errata?
Uno studio pubblicato qualche settimana fa da Plum Consulting nel
Regno Unito ha descritto alcuni fatti interessanti e smontato
qualche falso mito. L’aumento della domanda di contenuti online
è un dato positivo perché riflette il valore rappresentato dagli
utenti finali e offre supporto alla crescita degli investimenti sul
network. In più, gli Ott sostengono notevoli investimenti in
infrastrutture, nell’acquisto di connettività (i cosiddetti
peering agreement e il caching) e sviluppando applicazioni e
servizi che utilizzano la banda in modo efficiente.