L'EDITORIALE

Rete unica Tim-Open Fiber: Vivendi e Cdp troveranno un accordo?

Le negoziazioni vanno avanti ma l’azionista francese non sarebbe disposto a fare “sconti” sulla valorizzazione di NetCo. Cassa depositi esce allo scoperto, l’Ad Scannapieco: “Le cose si fanno in due o andiamo avanti da soli”. E anche Tim pensa già a un piano B. Segno di una partita ancora in alto mare. I tempi però si fanno stretti: Draghi una garanzia per Bruxelles, nel 2023 con il cambio di governo rischia di saltare anche il progetto

08 Lug 2022

Mila Fiordalisi

Direttore

scacchi

La partita della rete unica Tim-Open Fiber è in alto mare. O, almeno, a giudicare dalle dichiarazioni degli attori in causa.

Il piano B di Tim

L’Ad di Tim Pietro Labriola nel presentare i dettagli del piano industriale – che prevede la creazione delle due società NetCo e ServiceCo – ha detto a chiare lettere che sebbene la strada maestra sia la convergenza degli asset con quelli di Open Fiber, Tim lavora a un piano B e dunque sta valutando l’ipotesi che non se ne faccia niente, al punto da riaprire le porte (per la vertà mai chiuse) a Kkr.

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Il piano B di Cdp

In un’intervista al Corriere della Sera l’Ad di Cassa depositi e prestiti – maggior azionista di Open Fiber con il 60% e in Tim alla soglia del 10% – ha fatto anch’egli capire che si lavora a un piano B. “Per fare un accordo bisogna essere in due, in questo caso anche in più di due. Se riusciremo bene, altrimenti andremo avanti da soli con Open Fiber”. Un messaggio mandato evidentemente a Vivendi, primo azionista di Tim e non intenzionato a fare “sconti” consistenti. Il ceo Arnaud de Puyfontaine a inizio giugno ha dichiarato che Vivendi non è disposta a considerare una valutazione fra i 17 e i 21 miliardi, quella stimata dagli analisti. “Se il reale valore non fosse riconosciuto, dato che siamo un investitore industriale di lungo periodo, siamo pronti a valutare altre opzioni”, ha detto il numero uno della società francese.

Quanto vale NetCo?

Ma quanto vale realmente la rete Tim? Stando alle ipotesi circolate nelle ultime settimane la partita varebbe circa 30 miliardi, inclusi 10 miliardi di debito che dovrebbero confluire nella società scorporata. Su questa valutazione le posizioni di analisti e osservatori sono divergenti. Il valore del titolo Tim in Borsa è quello che è, e bisogna tenerne conto per le valutazioni, sostengono alcuni. Altri vanno a fare il confronto con il valore stimato di Open Fiber: Macquarie ha acquisito la sua partecipazione in Open Fiber a multipli ben superiori rispetto al valore – 7,3 miliardi o 29 volte il margine operativo lordo. Insomma la forchetta è ampia.

Tempi stretti: Draghi una garanzia per Bruxelles

La forchetta è ampia ma i tempi sono stretti anche e soprattutto tenendo conto dello scenario politico nazionale: il governo Draghi si avvia verso la scadenza, nel 2023 si voterà – a meno di scossoni imprevedibili – e non è una questione da poco. Draghi, diciamolo, rappresenta una garanzia a livello internazionale e nel caso specifico di Commissione europea, che dovrà dare il disco verde al progetto se dal memorandum of understanding fra Tim e Cdp si riuscirà a passare ad un accordo vincolante.

Il progetto di rete unica è peraltro molto caro all’ex premier Giuseppe Conte: “Avevamo impostato già con il mio governo una rete unica per rafforzare il processo di digitalizzazione dell’intero paese. Dobbiamo proseguire e sicuramente ritengo che Cassa depositi e prestiti debba giocare il ruolo di player fondamentale in questa partita”, ha detto oggi in occasione di un convegno il leader dei 5Stelle.

Restano infatti aperte le questioni antitrust: se è vero che l’operazione scorporo metterebbe fine al tema dell’operatore verticalmente integrato, con la creazione della newco wholesale Tim-Open Fiber potrebbe profilarsi un “monopolista orizzontale” dal potere più che rilevante. La partita dunque va chiusa, almeno sulla carta, prima che cambino le carte politiche in tavola.

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