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IL FUTURO DI TELECOM ITALIA

Telecom, Pennarola: “Guardare agli Ott, non a Mediaset”

Il docente di Management della Bocconi: “Le nuove generazioni usano la banda larga e sono sempre meno telespettatori”. Su Tim Brasil: “A meno di valutazioni da bingo, vendere sarebbe un suicidio”

12 Set 2014

Antonello Salerno

“Le alleanze sui contenuti sono una strada sensata, anche se non semplice. Non mi pare una buona idea invece individuare la sinergia con operatori tradizionali, ma che nel mondo dei contenuti sono già quasi dei dinosauri”. Ad affermarlo è Ferdinando Pennarola, professore di organizzazione e management dei sistemi informativi all’università Bocconi.

Vivendi ha scelto Telefonica per trattare la vendita di Gvt. La “vittoria” degli spagnoli è stata un fallimento per la società capitanata da Patuano?

Mi pare interessante, intanto, raccontare questa vicenda partendo dal punto di vista di Vivendi, che ha preso due piccioni con una fava. A fare la differenza è stato senza dubbio il rilancio di Telefonica: sarebbe stato irresponsabile non accettarla per il consiglio d’amministrazione di Vivendi. Ma dall’altra parte i francesi non hanno chiuso la porta con Telecom Italia, i colloqui positivi di business tra le due società non sono compromessi. Grazie alle azioni Telecom che Telefonica andrebbe a girare a Vivendi Bolloré ha ottenuto più soldi e ha mantenuto aperto il canale con il management italiano. Se spostiamo il punto di vista su Telecom, credo che il Cda abbia fatto la scelta giusta: avevano detto di voler puntare a un accordo importante ma senza corse al rilancio, e sono stati coerenti. Telecom non ne esce male, anche se ora il boccino non è più nelle loro mani. Se si fosse concluso l’affare tra Telecom e Vivendi gli italiani avrebbe avuto una partita da giocare in prima persona, mentre così, anche di fronte a una parità di risultati, la partita la subiscono.

E intanto torna in primo piano l’eventuale vendita di Tim Brasil

Su questo bisogna separare l’aspetto finanziario da quello societario. Senz’altro appena circolano voci su a una possibile vendita degli asset brasiliani, importanti per Telecom, il mondo della finanzia e la borsa si eccitano perché entra in scena un deal “importante”. Ma non si può dimenticare che il Brasile pesa in maniera significativa, per circa un terzo, sull’attività di Telecom, e che se un giorno sparisse sarebbe una notizia pessima: la società si troverebbe a competere su un solo mercato, per di più saturo, come quello italiano. Per sganciarsi dal Brasile servono valutazioni da bingo, altrimenti sarebbe un suicidio.

Telecom è destinata a essere un piccolo player nazionale o ha ancora chance su scala internazionale?

Le operazioni in America Latina sono in continuo movimento, ci sono una quantità di situazioni in ebollizione, in un mercato vivace e che ha ancora numeri di sviluppo prima della saturazione. Il fronte internazionale è ancora aperto: il piede che Telecom Italia ha in Sudamerica la mette davanti a una serie di possibilità, con il vantaggio strategico dell’esperienza già maturata in Europa, dove è già stata in competizione quando il mercato era vivace e in crescita.Sui mercati maturi europei invece serve innovazione. Il business è da questo punto di vista più impegnativo, e rende necessario un modello di sviluppo “creativo”.

E in più in Europa c’è la prospettiva del consolidamento

Che in Europa ci siano troppi operatori è ormai stato evidenziato abbondantemente. Nell’agenda della nuova Commissione Ue dovrà esserci il consolidamento del mercato delle Tlc e l’eliminazione delle agenzie regolative nazionali in favore di un’unica authority su scala comunitaria. Oggi è difficile fare investimenti sulle reti di nuova generazione perché in un mercato saturo la competizione si sposta sui prezzi, e i minori introiti pregiudicano la possibilità di investire. Telecom dovrà essere un giocatore ambidestro: da una parte dovrà trovare il modo per rimanere protagonista sul mercato brasiliano e dall’altra dovrà attrezzarsi per individuare nuove prospettive di business in Italia e in Europa.

Come cambierà a suo avviso lo scenario con l’uscita di scena di Telefonica dal capitale e con lo scioglimento di Telco?

Auspicavo da tempo questo sviluppo. Telefonica è a tutti gli effetti un competitor che entrava nel mercato italiano, e che ha scoperto di non trarne beneficio. L’uscita ha un senso dal punto di vista industriale, ed è importante che ora gli altri soci non siano potenziali concorrenti

Torniamo ai contenuti: il caso Vivendi ha anche dimostrato l’interesse di Telecom per i contenuti. Come dovrebbe muoversi per avere successo in questo campo?

Sarebbe importante proiettare il ragionamento sul lungo periodo: non sono i broadcaster “tradizionali” come Mediaset, o Rai, o Sky, quelli con i quali allearsi. Fuori da questo schema c’è un mondo di produzioni, da Netflix agli altri aggregatori agli odiatissimi Ott. Le nuove generazioni, le persone cioè che quando saranno nelle condizioni di avere un reddito sceglieranno dove mettere i propri soldi, saranno sempre meno telespettatori tradizionali e sempre più “idrovore di banda larga”. E’ in questo campo che bisognerà avere la vista lunga per individuare le alleanze. Almeno se si vuole evitare di trovarsi di nuovo a questo punto tra 5 o 6 anni.