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IL FUTURO DI TELECOM ITALIA

Tim Brasil, Vatalaro: “Non vendere è l’unica scelta possibile”

Il docente di Telecomunicazioni a Tor Vergata: “In caso contrario il prezzo minimo sarebbe di 15 miliardi”. Sul mercato italiano delle Tlc: “Dai regolatori politiche scriteriate. L’Ue dovrebbe aprire un dossier Agcom e sbloccare l’adozione della banda ultralarga”

15 Set 2014

Antonello Salerno

“Ritengo che non sia una sconfitta di Telecom Italia, perché il prezzo proposto da Telefonica è molto alto, fuori mercato. Tutto sommato, per come si è svolta la trattativa, non c’era possibilità di fare rilanci. Gvt è un operatore del fisso che, in effetti, è solo una startup con 4 milioni di clienti: una piccola società dunque che andrà in pareggio soltanto nel 2014, e che è stata valutata quasi 12 volte il proprio Ebitda”. Ad affermarlo, commentando la trattativa privata con Telefonica accettata da Vivendi per la cessione di Gvt, è Francesco Vatalaro, professore ordinario di Telecomunicazioni all’Università di Roma Tor Vergata.

Vatalaro, La sconfitta Vivendi ha fatto tornare in auge l’eventuale vendita di Tim Brasil. Come inquadra questo scenario?

Quello brasiliano è un mercato molto interessante. Il Paese sfiora i 230 milioni di abitanti e ha un Pil in crescita, al di là di qualche difficoltà attuale. Rimanerci sarebbe perciò importante per Telecom. Detto questo, nessun asset si può mai considerare non in vendita: dipende sempre da qual è l’offerta. Per comprendere meglio la situazione dobbiamo soffermarci sui dati: dicevamo che Gvt è stata valutata 12 volte l’Ebitda. In Borsa Tim Brasil è valorizzata 12 miliardi di euro, e il 67%, che corrisponde a circa 8 miliardi, è di proprietà di Telecom Italia. Se a questo si aggiungesse un premio – diciamo – del 25%, si raggiungerebbe il valore di 10 miliardi.

Sarebbe un prezzo giusto?

No se rivolgiamo l’attenzione all’Ebitda, che per Tim Brasil è nel 2014 di 1,8 miliardi. Per fare il paragone con la valutazione di Gvt, e se volessimo moltiplicare per 10 invece che per 12, la valutazione della quota di Tim Brasil nel portafoglio di Telecom Italia salirebbe a 12 miliardi, e sotto questa soglia vendere non sarebbe del tutto ragionevole. Aggiungerei che il mercato del mobile in Brasile è in forte ascesa, non solo nel breve ma anche nel medio termine, e che Tim Brasil, che conta su 75 milioni di clienti su rete mobile, sta per partecipare alla gara per le nuove frequenze. È quindi un asset importante e destinato a valorizzarsi ulteriormente. Per questo la valutazione di riferimento dovrebbe essere, secondo me, almeno di 15 miliardi.

A questo punto qual è il futuro di Telecom, è destinata a essere un “piccolo” player nazionale o ha ancora chance sullo scenario internazionale?

Rimanere un player nazionale per Telecom sarebbe una sciagura. I flussi di cassa che genera la rete italiana non sono adeguati a supportare gli investimenti necessari. Supponiamo che arrivi qualcuno che offra 15 miliardi per Tim Brasil: nel medio-lungo termine per Telecom Italia non ci sarebbe convenienza a rimanere posizionati solo in Italia. Certo, la vendita determinerebbe un sollievo iniziale. Il mercato reagirebbe positivamente nella prospettiva che una parte degli introiti ricavati dalla vendita sia destinata alla riduzione del debito. Ma a quel punto Telecom Italia si richiuderebbe su se stessa. Secondo me, non c’è scelta a non vendere. Il consiglio di amministrazione di Telecom dovrebbe, ritengo, mandare un messaggio chiaro al mercato che Tim Brasil non si vende, quanto meno al di sotto della cifra che ho appena indicato.

Come cambierà a suo avviso lo scenario con l’uscita di scena di Telefonica dal capitale e con lo scioglimento di Telco?

Penso che l’uscita di scena di Telefonica sia sostanzialmente inevitabile, a prescindere dai giudizi che si possono dare di questa esperienza. Telefonica è un azionista che in otto anni ha fatto valere una sua posizione di assoluta dominanza, e che ora è razionale che si allontani. Ha dimostrato con i fatti dove sono i suoi interessi, che non sono in Italia. D’altra parte mi sembra importante aggiungere che, se non si fanno investimenti, l’Italia è per i giganti del settore un mercato assai limitato e di mera conquista.

Il caso Vivendi ha dimostrato l’interesse di Telecom per i contenuti. Quali sarebbero i vantaggi e le opportunità che verrebbero da questa scelta?

Lo scenario mondiale delle telecomunicazioni impone due tipi di approccio. Da una parte una convergenza con produttori e fornitori di contenuti, quantomeno in forma di accordi commerciali, perché questo è il settore che può far ripartire le telecomunicazioni. Prima o poi Netflix arriverà anche in Italia, e contribuirà a far muovere il mercato delle Tlc. L’altro aspetto che porta a convergenze è il consolidamento in atto sul mercato mondiale. I player piccoli che non abbiano accordi o partecipazioni internazionali di valore sono destinati a diventare prede e non predatori.

Entrambi elementi che tirano in ballo la “qualità” del mercato italiano

Dunque, c’è da capire se il nostro Paese è o non è un mercato di interesse per gli investitori. Il problema delle telecomunicazioni italiane è connesso ai flussi di cassa ed è strettamente legato alla politica regolamentale scriteriata degli ultimi anni, che ha determinato un inaridimento dei flussi per tutti gli operatori, in primis per Telecom Italia. Abbiamo accumulato un ritardo grave sulle infrastrutture: dal momento che il mercato non genera sufficienti flussi economici mancano le risorse necessarie ai privati per realizzare le infrastrutture.

Come potrà il Paese uscire da questa impasse?

Credo che il ritardo italiano sia ormai un problema europeo: la nuova Commissione Ue non può permettere che l’Italia sia all’ultimo posto nella realizzazione delle reti di nuova generazione, dopo la Grecia. Per questo auspico che il neo commissario all’Agenda digitale Günther Oettinger, non appena insediato, apra un “dossier Agcom”, identificando ogni azione possibile affinché si inverta un percorso – intrapreso nel 2010 dalla passata consiliatura dell’authority e aggravato da quella attuale,- che ha geopardizzato, fatto a brandelli, le telecomunicazioni in Italia, incentivando fra l’altro soluzioni tecniche che non sono state scelte in nessun altro Paese. Queste soluzioni, oltre ad essere di molto più costose e con un impatto ambientale molto peggiore, ritarderanno ulteriormente la progressiva evoluzione della rete verso quella a banda ultra larga a cui puntano ormai tutti gli operatori dei Paesi con i quali siamo soliti confrontarci. Non potremo soddisfare gli obiettivi previsti dalla Ue per il 2020 (100 Mbit/s al 50 % della popolazione). E se la moral suasion non dovesse bastare, occorre pensare a soluzioni che potremmo chiamare, semplificando un po’, di “commissariamento delle TLC italiane”. Non vedo, purtroppo, altra soluzione.

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