Mentre Tim prende atto dell’Opas di Poste e valuta i suoi interessi, si moltiplicano le analisi di un’operazione che riporta l’incumbent delle telecomunicazioni, dopo trent’anni, sotto il controllo dello Stato.
Un’operazione “che va portata fino in fondo”, ha affermato Franco Berna, ex amministratore delegato del gruppo telefonico, su La Stampa, anche se “siamo solo all’inizio” e “bisognerà vedere come risponderà il mercato”.
Inoltre, secondo Barclays, l’offerta di Poste per Tim sottovaluta il potenziale dell’asset. “Vediamo margini di miglioramento”, sostengono gli analisti, che hanno un target price sul titolo di 0,62 euro ma che, considerando i potenziali benefici derivanti dal consolidamento sul mercato e il 50% delle potenziali sinergie con Poste, sono pronti a salire a 0,95 euro. Questo si confronta con un prezzo di offerta iniziale di 0,635 euro per azione sceso a 0,61 euro dopo la chiusura del mercato di ieri, per cui Barclays ritiene “vi siano validi motivi per cui Poste dovrebbe migliorare la sua offerta”.
Il prezzo potrebbe essere uno degli elementi al centro della valutazione del Consiglio di amministrazione di Tim, che, riunito sotto la presidenza di Alberta Figari, “ha preso atto dell’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria e totalitaria promossa da Poste Italiane” e, fa sapere, “ha avviato il processo di valutazione dell’Opas nell’interesse della Società e dei suoi azionisti”.
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Poste-Tim, la forza dell’infrastruttura digitale
Per Franco Bernabè, l’operazione è giustificata: “Il risultato è chiaro”, ha commentato: “dare finalmente stabilità e una prospettiva di lungo periodo a una società che negli ultimi 25 anni è stata segnata da troppi cambi e troppe turbolenze”. Inoltre, “Per l’Italia vuol dire poter lavorare su uno dei punti di forza di Tim: il rapporto con la pubblica amministrazione e con le imprese. L‘obiettivo è dotare il Paese di un’infrastruttura avanzata su cloud e servizi digitali”.
An che per l’agenzia di rating Morningstar Dbrs, “L’acquisizione di Tim proposta da Poste Italiane è strategicamente coerente”, pur se “condizionata dall’integrazione”.
Per questi analisti, l’acquisizione di Tim da parte di Poste Italiane, sebbene soggetta a diverse approvazioni normative, “si configura come il passo successivo nella lunga transizione di Poste verso una piattaforma nazionale di servizi e infrastrutture digitali“. Poste, prosegue Morningstar Dbrs, “sostiene che Tim apporti tre risorse insostituibili: una rete fissa e mobile nazionale, un’infrastruttura leader nel cloud e nei data center e servizi di connettività di livello statale per imprese e pubbliche amministrazioni. Queste risorse sono considerate essenziali per la prossima fase di modernizzazione digitale dell’Italia, che comprende la migrazione al cloud, la cybersecurity e le applicazioni basate su IoT e intelligenza artificiale“.
Scrive ancora Morningstar Dbrs, “Poste considera la fusione un modo per accelerare la semplificazione industriale di Tim, rafforzare la sua solidità finanziaria a lungo termine e garantire una governance stabile, ancorata a una compagine azionaria controllata dallo Stato”.
Le sinergie e il rischio di esecuzione
Tuttavia, sebbene la logica strategica sia analiticamente coerente, il rischio di esecuzione rimane significativo, data la dimensione e la complessità di entrambe le organizzazioni, prosegue l’agenzia di rating.
“Poste – osserva Morningstar Dbrs – stima sinergie annuali per 700 milioni di euro, suddivise tra 500 milioni di euro di efficienze di costo e oltre 200 milioni di euro di opportunità di ricavo. Le sinergie dipendono dal consolidamento degli acquisti, dall’integrazione IT e back-office, dal miglioramento delle condizioni di finanziamento per Tim e dal potenziamento delle vendite incrociate tra le due ampie basi clienti”.
Al tempo stesso, “le integrazioni nel settore delle telecomunicazioni hanno storicamente subito ritardi a causa di sistemi legacy complessi, difficoltà di migrazione della rete e requisiti di sicurezza informatica. L’armonizzazione delle offerte di servizi cloud e digitali aziendali, aree centrali per la crescita prevista dei ricavi, richiederà un attento coordinamento per evitare interruzioni per i clienti“, spiegano da Morningstar.
In definitiva, “sebbene il potenziale di sinergia sia significativo, il rischio di realizzazione è rilevante e legato alle tempistiche”.
Il profilo finanziario e il nuovo ruolo strategico di Poste
Per quanto riguarda il profilo finanziario, “Poste prevede ricavi e Ebit pro forma rispettivamente di 27 miliardi di euro e 5,5 miliardi di euro, con un rapporto di indebitamento netto/Ebitda pari a circa 1,5 volte”, indica Morningstar Dbrs. “I costi di integrazione previsti, pari a circa 700 milioni di euro nel periodo 2026-2027, sono considerati gestibili, sebbene eserciteranno temporaneamente una pressione sui flussi di cassa. Poste conferma le previsioni sui dividendi per il 2026 e sottolinea la resilienza del suo mix di attività diversificato come fattore attenuante”.
Morningstar prosegue riferendo che Poste gestirebbe una rete nazionale di 13.000 uffici postali, 4.000 punti vendita Tim e 49.000 sedi di partner, offrendo una copertura distributiva senza precedenti. Il ruolo di Tim nell’hub cloud Polo Strategico Nazionale rafforza ulteriormente la sua rilevanza per il settore pubblico e le imprese.
“Nonostante questo, Poste e Tim differiscono significativamente in termini di cultura operativa e architettura tecnologica. Allineare le operazioni di rete, le piattaforme cloud, i sistemi It, la governance della sicurezza informatica e i modelli di coinvolgimento dei clienti rappresenta un’imponente opera di trasformazione. Errori nell’integrazione potrebbero ritardare i benefici attesi o indebolire temporaneamente le prestazioni del servizio”, conclude Morningstar Dbrs.
Il punto di vista dei consumatori: rischi su prezzi e dati personali
L’Opas lanciata da Poste Italiane su Tim rappresenta “uno dei passaggi industriali più rilevanti dell’ultimo decennio e richiede una valutazione particolarmente attenta dal punto di vista dei consumatori” perché “la concentrazione di funzioni critiche come comunicazioni elettroniche, servizi finanziari, identità digitale, logistica e la convergenza di grandi volumi di dati personali in un unico soggetto a controllo pubblico impongono garanzie molto solide su prezzi, qualità, tutela della privacy, sicurezza dei dati e condizioni di concorrenza effettiva”, è il commento di Federico Cavallo, responsabile relazioni esterne di Altroconsumo.
Secondo Cavallo “è essenziale” che ogni vantaggio industriale generato dall’operazione “sia accompagnato da impegni chiari, verificabili e trasparenti, affinché le efficienze industriali si traducano in benefici concreti per i cittadini”. Un ruolo determinante “spetta alle autorità competenti e Altroconsumo intende contribuire portando la prospettiva dei consumatori e monitorando che l’operazione avvenga in modo equilibrato, nel pieno rispetto della concorrenza e della protezione degli utenti” conclude.
Il perimetro dell’operazione secondo Poste
Secondo quanto comunicato da Poste al momento del lancio dell’Opas, l’operazione punta a dare vita a “un unico Gruppo”, integrando due tra le principali realtà industriali italiane. Nella ricostruzione di Poste, il nuovo soggetto nascerebbe come la più grande piattaforma di infrastruttura connessa del Paese, con posizioni di leadership nei servizi finanziari e assicurativi, nella logistica, nelle telecomunicazioni e nei servizi digitali.
Nel documento diffuso al mercato, Poste Italiane indica che il gruppo combinato si configurerebbe come una delle principali piattaforme integrate del Paese, con ricavi aggregati pari a circa 26,9 miliardi di euro, Ebit aggregato pro-forma di circa 4,8 miliardi e oltre 150 mila dipendenti. L’azienda lega questa prospettiva alla convergenza di reti, cloud, edge-computing, dati e identità digitale, in continuità con il modello di business di “società piattaforma”.
L’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata da Poste Italiane su Tim viene letta dal gruppo guidato da Matteo Del Fante come il punto di arrivo di un disegno industriale costruito nel tempo. Nel corso della call con gli analisti, l’amministratore delegato ha definito l’operazione “una chiara visione strategica” spiegando che arriva “al culmine del nostro percorso di 9 anni attraverso il rafforzamento di Poste Italiane”.
Secondo Del Fante, la combinazione con l’operatore tlc “è perfetta con questo percorso” ed è “un passaggio fondamentale nella creazione di un fornitore di servizi di infrastrutture critiche per la pubblica amministrazione e le imprese, promuovendo la sovranità del cloud e la riservatezza dei dati, valorizzando al contempo il potenziale dell’evoluzione digitale dell’economia italiana”.
Il manager ha chiarito che l’interesse di Poste per Tim non nasce oggi. “Pensavamo da anni a una combinazione con Tim, ma il debito era troppo alto”, ha spiegato, aggiungendo che Poste guarda alla società “da cinque anni”. A cambiare il quadro è stata anche “l’eccellente esecuzione dello spin off” della rete realizzata dall’Ad di Tim, Pietro Labriola, e dal management.
Tim resterà autonoma su brand e organizzazione
Uno dei punti messi in evidenza dal management di Poste riguarda la continuità industriale e organizzativa dell’ex incumbent. Del Fante ha assicurato infatti che, in seguito all’operazione, “Tim rimarrà un brand stand alone” e “manterrà la sua organizzazione”.
Un’indicazione che punta a rassicurare il mercato, ma anche clienti e filiera, sul fatto che l’integrazione non passerà da una cancellazione dell’identità della telco, bensì da una valorizzazione del suo posizionamento all’interno di una piattaforma industriale più ampia.
Verranno centralizzate “ovviamente alcune funzioni in partnership con i colleghi di Tim, ma una serie di attività abbiamo in programma di creare un gruppo centrale per gli acquisti da terzi, cioè attività che possono essere svolte su base combinata”.
Inoltre, “il personale in eccesso non verrà ridotto, ma riallocato in altre aree del gruppo, sostituendo eventualmente nuove assunzioni, in linea con la tradizione della combinazione tra attività industriali e servizi finanziari del gruppo”.
Tim da blue chip a penny stock al delisting
Secondo la tabella di marcia di Poste, dopo l’Opas che sarà lanciata a luglio, il titolo Tim verrà tolto dai listini tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027.
La storia borsistica di Tim è una delle più controverse del mercato italiano: da blue chip, simbolo del capitalismo nazionale ai livelli di una ‘penny stock’. Il debutto, nel febbraio 1997, corrisponde alla privatizzazione della società con la cessione dell’intera partecipazione detenuta dal Ministero del Tesoro (44,7%). All’offerta, promossa Carlo Azeglio Ciampi quale Ministro del Tesoro, Pierluigi Bersani dell’Industria e Antonio Maccanico per il Ministero delle Comunicazioni, aderirono oltre 2 milioni di risparmiatori, con un boom di domande, circa 4,2 volte il quantitativo minimo di azioni inizialmente fissato. Il valore complessivo della privatizzazione, considerando anche l’offerta agli investitori istituzionali, fu di circa 26.000 miliardi di lire.
Tim diventò subito uno dei titoli più importanti del listino, con una capitalizzazione enorme, un peso rilevante negli indici e un’ampia presenza nei portafogli degli italiani. Era la blue chip per eccellenza, considerata stabile, strategica, sicura. Poi ci furono gli anni delle scalate e del debito (1999-2007) a cui seguirono anni di continui cambi di controllo, ristrutturazioni finanziarie e cessioni di asset. Con la crisi finanziaria globale e l’aumento della concorrenza nel settore delle tlc i margini calano e il titolo perde gradualmente valore. Nel 2020 è ormai ridotto a una ‘penny stock’, con il suo valore sceso stabilmente sotto la soglia psicologica di un euro.
Quando Pietro Labriola è stato nominato amministratore delegato, nel gennaio 2022, il titolo viaggiava sui 30- 40 centesimi e, in balia della speculazione, è arrivato a toccare i suoi minimi storici a 20 centesimi. Labriola si è trovato più volte a sottolineare che Tim in Borsa valeva meno delle sue componenti. È iniziata così la ristrutturazione del gruppo, culminata nella cessione della rete. Dalla fine del 2024 il titolo è tornato a crescere, ha consolidato il trend durante il 2025 e nei primi mesi del 2026 il titolo aveva triplicato il suo valore.
Ora Tim, che in Borsa vale 60 centesimi ma con un target price che per Equita arriva a 70 centesimi, “è normale – aveva detto Labriola presentando i conti 2025 – operativamente disciplinata, strategicamente coerente e finanziariamente prevedibile”. Il debito è stato tagliato a 6,9 miliardi di euro, il gruppo è di nuovo in utile, ha avviato la semplificazione della sua struttura di capitale (con la conversione delle azioni di risparmio in ordinarie) e si stava preparando al ritorno del dividendo.






