Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

PRIMO PIANO

Tim, Elliott fa fuori Genish. Vivendi sul piede di guerra

Assegnate provvisoriamente le deleghe al presidente Conti. Il 18 novembre nuova riunione del board per nominare il successore: Altavilla e Sabelli in pole. Affonda il titolo. I sindacati in allarme

13 Nov 2018

F. Me

A sorpresa Elliott fa fuori Amos Genish. Riunito in via straordinaria, il cda di Tim revoca a maggioranza le deleghe all’Ad Amos Genish, sfiduciato dai 10 consiglieri in quota Elliott. Le deleghe vengono assegnate provvisoriamente al presidente Conti, e viene convocata una nuova riunione per domenica 18 novembre per la nomina del nuovo capo dell’azienda. Il titolo prima sale in borsa poi scivola e cede l’1,5%.

Fonti vicine al fondo Usa fanno sapere che “Genish ha avuto l’opportunità di creare valore e Elliott lo ha supportato. Ma nella realtà non sono stati fatti reali progressi e, al contrario, ha dimostrato di rappresentare un impedimento per la creazione di valore”. Per questo spiegano “il consiglio ha deciso di lasciarlo andare” e “sebbene non fossimo stati preventivamente informati di questa decisione, sosteniamo la revoca”.

Secondo indiscrezioni di stampa per ricorpire il ruolo di amministratore delegato si propende per una soluzione interna agli attuali membri del board. Il favorito a subentrare al manager israeliano sarebbe Alfredo Altavilla, in seconda istanza si valuta l’opzione Rocco Sabelli.

La notizia arriva appena una settimana dopo la presentazione dei conti semestrali che hanno fatto registrare una perdita di 800 milioni a seguito della svalutazione dell’avviamento domestico per 2 miliardi. I numeri hanno costretto la compagnia la compagnia a rivedere al ribasso l’outlook per il 2018. Già in quell’occasione Vivendi aveva accusato il fondo americano di essere il primo respopnsabile del crollo del valore del titolo. “I risultati mostrano la totale disorganizzazione della società e il fallimento della nuova governance – commentava un portavoce di Vivendi – I risultati dimostrano che il fondo attivista, che aveva promesso molti miglioramenti, ha messo in atto una politica di performance di breve termine che non ha mantenuto le sue promesse”.

E oggi Vivendi rilancia sull’attacco a Elliott, parlando di “mossa cinica e segreta per destabilizzare, e portata a termine mentre l’Ad Genish era dall’altra parte del mondo”.

La risposta di Tim agli attacchi francesi legati ai conti e alla scelta di rimuovere Genish non si è fatta attendere. “La necessità di procedere” alle recenti svalutazioni “non è dovuta a una disorganizzazione della società o al fallimento della nuova governance, come insinuato da Vivendi, ma all’implementazione da parte di Amos Genish (designato dal socio Vivendi) di scelte industriali riconducibili allo stesso socio Vivendi”, si legge in una nota della compagnia. “L’amministratore delegato Amos Genish ha svolto il suo lavoro – si sottolinea – in continuità rispetto al passato, perseguendo, senza raggiungerli, gli obiettivi indicati nel piano industriale da lui stesso predisposto in coordinamento con il socio Vivendi, con il conseguente obbligo per l’attuale Cda di procedere alle svalutazioni riportate nel resoconto intermedio di gestione al 30 settembre 2018”.

“Il consiglio di amministrazione di Tim – precisa Tim – attualmente in carica è stato nominato in sostituzione di un consiglio venuto meno per effetto delle volontarie dimissioni dei consiglieri nominati da Vivendi rassegnate al fine di evitare la revoca di una parte di essi chiesta in considerazione di gravi carenze di governance; è interamente composto da soggetti indipendenti rispetto ai fondi di investimento gestiti da Elliott; ha mantenuto come amministratore delegato Amos Genish (designato dal socio Vivendi), il quale aveva accettato di rimanere in carica a condizione che fosse confermato (come in effetti è accaduto) il piano industriale approvato dal precedente consiglio di amministrazione, sotto la direzione e il coordinamento di Vivendi e composto per la maggioranza da consiglieri designati da quest’ultima”. Inoltre, “quanto alla dichiarazione di Vivendi di ‘deplorare’ la decisione di non convocare l’assemblea dei soci per procedere al rinnovo dei revisori, si precisa che trattasi di dichiarazione non veritiera (non avendo ancora il Cda assunto una decisione a tale riguardo) e fuorviante (attesa l’inesistenza di alcuna norma che imponga la nomina dei revisori in data anteriore all’assemblea che sarà convocata per l’approvazione del bilancio al 31 dicembre 2018)”

Preoccupazione per i fatti che vedono Tim protagonista è stata espressa dai sindacati. “Ancora una volta, assistiamo alle ennesime dimissioni di un amministratore delegato di Tim. Ormai stiamo perdendo il conto di quanto amministratori stanno cambiando in quest?azienda, è un copione già visto”, commenta il segretario generale della Uilcom, Salvo Ugliarolo.

Per il sindacalista si tratta della dimostrazione “di come i sistemi di potere che hanno preso il controllo di quello che era un gioiello italiano, portano avanti le loro battaglie infischiandosene delle continue ricadute che tutto questo comporta su tutto il Gruppo”.

“Oggi più che mai – continua Ugliarolo – serve un confronto con il Governo e il prossimo 22 novembre, anche alla luce di questo ennesimo scossone, chiederemo al ministro Luigi Di Maio di aprire un focus su quest’azienda, non soltanto sul tema della rete ma su tutta la sua governance. Speriamo si possa aprire un serio confronto con le istituzioni e ricordiamo che tra personale diretto ed indiretto su questo gruppo ruotano circa 100 mila posti di lavoro”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Fabrizio Solari, segretario generale della Slc Cgil. “Tim rischia di essere al capolinea della sua prestigiosa storia. Negli ultimi 20 anni, dopo la privatizzazione, l’azienda è stata scentemente scarnificata da tutti coloro che si sono succeduti nel controllo – dice il sindacalista – Ora si rischiano migliaia di esuberi oltre che privare il paese di una grande azienda che avrebbe potuto guidare il processo di digitalizzazione quanto mai necessario per poter puntare all’innovazione e allo sviluppo.”

“L’aver permesso tutto questo sta alla responsabilità della politica e dei governi passati – prosegue – Il sindacato, unitariamente, già nell’aprile scorso aveva avanzato una sua proposta, consegnandola a tutti i gruppi parlamentari e, successivamente, al nuovo governo. Ad oggi non è stato possibile avviare alcun serio confronto: mi auguro che l’incontro col ministro dello Sviluppo Economico fissato per il prossimo 22 novembre possa servire a invertire la rotta”.

Anche per Asati il momento è grave. “È un momento chiave per il futuro dell’azienda, che si dovrà confrontare in modo vincente con il nuovo progetto di rete unica di cui parla il Governo – si legge in una nota dei piccoli azionisti – È fondamentale che si pervenga velocemente alla nomina di un nuovo Ad che abbia la piena fiducia del BoD. Genish aveva dalla sua una forte esperienza nel settore, occorre una figura di forte standing ed esperienza che lo sostituisca. Asati raccomanda fortemente una scelta interna che preveda una figura nazionale con consolidata esperienza nel settore delle tlc, che ci sembra allineata alla best practice delle public companies”.

La mossa di Elliot arriva all’indomani dell’annuncio del ministro del Lavoro e Sviluppo, Luigi Di Maio, di voler chiudere il dossier rete unica per la banda ultralarga entro l’anno e delle indiscreazioni relative a un probabile accordo Tim-Vodafone sul 5G.

Ospite nella trasmissione “Non è l’Arena” su La7 ha chiarito il quadro entro cui si potrebbe muovere il governo sulla rte unica Tim-Open Fiber a seguito delle indiscrezioni di stampa relative alla messa a punto di una “cornice normativa” ad hoc: una modifica al Codice delle Comunicazioni elettroniche in modo da favorire l’applicazione del cosiddetto Rab (sistema tariffario di accesso alla rete incentivante per i due operatori), in modo da spingere la creazione della newco, in cui Cassa depositi e prestiti avrebbe un ruolo rilevante sul fronte azionario. La modifica al Codice delle comunicazioni potrebbe arrivare, secondo indiscrezioni, attraverso un emendamento al decreto Semplificazioni, ancora in via di emanazione.

“Stiamo lavorando per creare le condizioni affinché si crei un unico player italiano che permetta la diffusione per tutti i cittadini di internet e banda larga”, ha detto Di Maio puntualizzando però che “non c’è nessuna volontà di fare espropri proletari”. Il ministro ha annunciato che sarà avviato il dialogo con tutti (riferendosi agli stakeholder coinvolti, ndr) e pensando ai posti di lavoro”. L’auspicio di Di Maio è chiudere la partita al più presto: “Credo che entro la fine dell’anno il dossier Tim vada chiuso”.

Secondo Bloomberg Tim e Vodafone avrebbero avviato una trattativa sulla possibile collaborazione nello sviluppo della rete 5G in Italia. Le due società avrebbero già firmato un’intesa riservata con l’obiettivo di formalizzare un accordo nel primo trimestre. La collaborazione potrebbe implicare l’utilizzo condiviso di ripetitori e torri radio con l’obiettivo di condividere i costi e accelerare il rollout della nuova connessione ultraveloce.

I 14 mesi di Amos Genish

Il manager israeliano è arrivato alla guida dell’ex monopolista portato dal primo socio, Vivendi, a settembre 2017: nei primi sei ha lavorato al industriale DigiTim, presentato a marzo con l’obiettivo di rivoluzionare l’azienda, snellendola ma trasformando anche l’esperienza dei clienti. Un piano, quello di Genish, che prevedeva anche la separazione della rete e aveva l’obiettivo di tornare alla distribuzione di un dividendo. Durante i primi mesi del suo mandato il manager ha visto crescere nell’azionariato di Tim il fondo Elliott, che però, nell’assemblea degli azionisti chiamata a confermare la cooptazione dell’Ad in consiglio, ha votato a suo favore.

La situazione si è ulteriormente ingarbugliata nella seconda assemblea della scorsa primavera, che ha portato a un radicale cambio nel board di Telecom, con la lista promossa da Elliott che ha preso la maggioranza mentre quella presentata dal primo socio Vivendi, in cui era presente lo stesso Genish, è stata messa in minoranza.

Da maggio in poi dunque l’Ad si è trovato a lavorare con un consiglio espressione della maggioranza coalizzatasi attorno al fondo americano, con rapporti che sono presto diventati burrascosi. Già a giugno, infatti, Genish aveva convocato alcuni giornalisti per lamentare come nel cda ci fossero persone che diffondevano “congetture”. Una mossa che aveva portato a un’alzata di scudi da parte degli altri consiglieri, con conseguente retromarcia di Genish. Da lì in poi, per tutta l’estate, complice anche l’andamento del titolo, è  stato uno stillicidio di voci su un imminente uscita del manager dal gruppo, con lo scontro sugli azionisti che ha contribuito a bloccare l’azienda. La situazione sembrava migliorata recentemente, con Vivendi ed Elliott che avevano confermato la propria fiducia in Genish e Telecom che aveva messo in campo alcuno progetti strategici fra cessioni e nuove possibilità di investimento. Nel week end, tuttavia, le voci di un’uscita del manager israeliano sono tornate a farsi sentire e sono state nuovamente smentite. Salvo, stamattina, vedere il nuovo cambio di guida dell’azienda concretizzarsi nel cda di stamattina.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 3