LA MOBILITAZIONE

Tim, lavoratori in sciopero. I sindacati: “Sì alla rete unica, no allo spezzatino”

Secondo Cgil, Cisl e Uil è un errore dividere un grande gruppo anzichè utilizzare tutte le competenze che ci sono al suo interno. Landini (Cgil): “Non è una battaglia di difesa corporativa, ma per un’idea di sviluppo del Paese”. Analisti preoccupati sul prezzo dell’infrastruttura stimato da Vivendi: “Rischio ostacolo ai negoziati”

21 Giu 2022

F. Me

tim

Sciopero contro lo spezzatino. Oggi i lavoratori di Tim si mobilitano, insieme a Cgil, Cisl e Uil,  per difendere l’integrità dell’azienda.

Da piazza Bocca della Verità a Roma, il numero uno della Cgil Maurizio Landini spiega che il sindacato è “d’accordo a fare una rete unica però questo vuol dire fare anche un’impresa unica, compresi i servizi, comprese le intelligenze, comprese tutte le attività”.

“Vogliamo difendere un’impresa decisiva per il futuro del Paese” ha però precisato Landini, secondo cui “è un errore spezzettare e dividere un grande gruppo anzichè utilizzare tutte le competenze che ci sono al suo interno… Non è una battaglia di difesa corporativa, ma per un’idea di sviluppo del Paese fondata su qualità e innovazione”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra. “Oggi siamo con la Fistel e gli altri sindacati di categoria che manifestano a difesa degli 80 mila lavoratori di Tim, per il rilancio del più grande gruppo di telecomunicazioni del nostro Paese, contro il piano di taglio dei costi del lavoro e le ipotesi di scorporo della rete”, scrive su Twitter Sbarra.

La Uil e la Uilcom ribadiscono il “no” ai tagli, allo spezzatino e allo scorporo della rete”, rilanciando la richiesta al governo di convocare “subito un tavolo”. “Le logiche finanziarie e di mercato non possono essere anteposte al lavoro e allo sviluppo – dicono il segretario Uil Pierpaolo Bombardieri e quello della Uilcom, Salvo Ugliarolo – Serve un piano tecnologico e digitale che valorizzi i lavoratori e che sia di supporto a un progetto complessivo di crescita economica e sociale. E’ assurdo che in Italia si stia continuando a perseverare nel perdere il controllo di importanti realta’ industriali”.

“Il progetto di Tim e’ un’operazione finanziaria che tiene conto solo degli azionisti stranieri che guardano ai loro interessi e non certamente a quelli dei lavoratori e del nostro Paese”. Ecco perché, “accogliendo la richiesta fatta dai tre segretari generali confederali, chiediamo che il Governo convochi subito, a Palazzo Chigi, un tavolo che coinvolga le parti e che dia risposte alle rivendicazioni e alle aspettative delle lavoratrici e dei lavoratori del gruppo, per salvaguardare l’occupazione e per modernizzare davvero il nostro Paese”, concludono Bombardieri e Ugliarolo.

Anche a Palermo i dipendenti di Tim per lo sciopero nazionale dei lavoratori delle aziende del gruppo.  I lavoratori del gruppo Tim a Palermo sono 1.800 dislocati tra le due sedi di via La Malfa. “Con la presentazione del piano d’impresa 2022/2024 i vertici del gruppo Tim, nel silenzio della politica, stanno mettendo fine alla storia gloriosa dell’azienda ex monopolista. La divisione dell’azienda non ci convince affatto, perché privatizza gli utili e socializza le perdite – dichiara Fabio Maggio, rappresentante Slc Cgil Palermo di Tim – La minaccia è globale. A breve, tra un paio d’anni al massimo, ci aspettiamo importanti ricadute occupazionali, per un piano che non garantirà la parità di accesso alla rete a tutti i cittadini, e priverà il paese di una azienda di riferimento nel settore delle Tlc”.

Nascerebbe una azienda per costruire la rete, che prevede la cessione ad Open Fiber degli asset di Tim e della società Sparkle, e in cui confluirà la parte più consistente dei lavoratori e verrà allocato gran parte del debito Tim. E altre due aziende di “contenuti”. “Il sindacato non è contrario alla società di rete unica pensata per fare sinergia e porre fine agli inutili duplicati di copertura della rete in fibra. Ma non come dicono loro – aggiunge Maggio – Per come è strutturata, Tim, svuotata della parte di intelligenza, si ridurrà ad un mero fornitore di accesso fisico. Una volta esauriti i fondi del Pnrr sarà un’azienda di mera manutenzione, sovradimensionata e sovraindebitata. Quello che rimarrà di Tim servizi sarà una realtà troppo grande per competere con le aziende del settore, e troppo piccola per competere con le grandi aziende europee”.

Gli analisti sul valore della rete fissa di Tim

Alla vigilia dello sciopero sono arrivate, da fonti vicine a Vivendi, le indiscrezioni sul valore della rete fissa che per i francesi si aggirerebbe sui 31 miliardi, inclusivi di 10-11 miliardi di debiti. “Il livello di debito indicato – scrive Equita – ci sembra ragionevole, in proporzione all’ebitda generato dall’asset (2,2 miliardi nel 2021 su base after lease e 2,1 miliardi nelle nostre stime 2022) e tenendo conto del progetto di aggregazione con Open fiber che aumenterebbe il leverage del gruppo intorno a 6x”.

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Il valore complessivo dell’enterprise value “ci sembra invece eccessivo, pari a un multiplo di circa 15x ev/ebitda 2022 (o 14x ipotizzando che parte dell’enterprise value derivi dal riconoscimento di parte delle sinergie attivabili dalla fusione con Open Fiber”, che rumors “indicano complessivamente in 3,5-4,0 miliardi), difficilmente giustificabile visto il profilo di ebitda che ci aspettiamo per queste attività, in moderata flessione a causa della pressione competitiva di Open Fiber sui ricavi di rete”.

Secondo il broker, invece, che cita le sue stesse stime, la valutazione della rete sarebbe “di circa 21 miliardi, con un multiplo implicito quindi di circa 10x enterprise value/ebitda 2022”. Detto questo, “la posizione di Vivendi ci sembra in parte negoziale, anche se una distanza così significativa dai valori circolati in questi mesi ci sembra costituire un elemento di ostacolo al negoziato”.

In realtà, ragionano gli analisti di Banca Akros, “riteniamo che questo prezzo richiesto sia teoricamente positivo per Tim, in quanto implicherebbe un valore della società nell’ordine di 1,30 euro per azione. Allo stesso tempo, temiamo che tale posizione, se non fosse solo una tattica negoziale, potrebbe far deragliare la vendita dell’asset (in presenza di un solo acquirente credibile)”. Un’altra opzione sarebbe in ogni caso “una scissione della società, che lascerebbe che sia il mercato a stabilire il prezzo”.

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