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LO STUDIO

Tlc, la performance migliore in Europa

Performance a prova di crisi per il comparto che dimostra di aver “tenuto” più degli altri: lo dice lo studio curato da Antonio Tajani e licenziato dalla Direzione generale per le imprese e l’industria della Commissione Ue. Sfiora il 6% il contributo all’economia. Schiarite sul fronte degli investimenti

19 Feb 2014

Francesco Molica

La tagliola della crisi finanziaria esplosa nel 2008 non ha risparmiato quasi nessun comparto dell’economia europea. Eppure, stando ad uno studio licenziato ieri dalla Direzione generale per le Imprese e l’Industria della Commissione Ue, il settore delle telecomunicazioni figura tra quelli che avrebbero “sanguinato” di meno. Al punto che i prezzi dei relativi servizi avrebbero registrato un lieve miglioramento nell’arco degli ultimi cinque anni. Un modesto 1,1% che tuttavia giganteggia di fianco al crollo del 24,5% dei listini nell’automotive o del 12,6% dei prezzi nel manifatturiero.

Curato sotto la responsabilità del vice-presidente dell’esecutivo comunitario Antonio Tajani, il rapporto indica che nel biennio 2010-2011 gli operatori tlc avrebbero sperimentato una crescita del valore aggiunto superiore alla media europea. In chiaro: nel biennio di riferimento il loro contributo all’economia dell’Ue lambirebbe il 6%, il secondo valore più alto dopo quello espresso dal segmento dell’elettronica. S’intravvedono schiarite anche sul versante critico degli investimenti. Che dopo un brusco avvitamento nel 2009 hanno piano piano cominciato a risalire la china. E sarebbero ormai ad un passo dal riappropriarsi dei livelli anteriori alla crisi.

Pur collocandolo su uno scenario ben più cupo, anche l’ultima relazione economica annuale di Etno, presentata nella sua integralità nel mese di dicembre, aveva gettato luce su un rinnovato sforzo economico da parte delle telco del continente. Ad esempio nell’accelerare il roll-out delle reti di nuova generazione. Secondo l’associazione europea degli incumbent, il CapEx degli operatori europei per gli anni 2011-2012 sarebbe tuttavia di segno negativo (-0,2%), contro un balzo del 6,7% negli Stati Uniti e del 7,5% nel mercato giapponese.

L’altra cifra macroscopica che emerge dallo studio della Commissione interessa i livelli occupazionali dell’universo delle tlc dell’Ue. Dal 2000 a oggi si sarebbero complessivamente contratti del 20%. In Germania il settore impiega il 40% della forza lavoro in meno rispetto al giro di boa del millennio. Con un tracollo del 25% in Italia e del 15% in Francia. Questa netta riduzione deve però essere contestualizzata, in quanto è parzialmente il risultato delle grandi privatizzazioni (degli ormai ex monopoli) cominciate negli anni Novanta, con un conseguente snellimento degli organici ipertrofici ereditati dal settore pubblico. L’industria delle telecom europee vanta non a caso uno dei livelli più alti di produttività del lavoro.

Il dato rilevante che traspare anche da altri indicatori analizzati dal rapporto sembra insomma che il comparto ha subito meno ammaccature durante la crisi al confronto di altri segmenti di mercato. “La quota di export di servizi – scrive la Commissione – si è contratta in tutti i settori”. Ma “i servizi nel campo delle comunicazioni (incluso quello delle telecomunicazioni) e delle assicurazioni hanno subito la diminuzione più ridotta”.

Lo studio della Dg Imprese e Industria sembra aggiungere un’ulteriore, e in parte diversa, prospettiva al dibattito pubblico sullo stato di salute del mercato delle telecom europeo, che in molti tra decisori politici e analisti considerano in forte sofferenza. Proprio su quest’ultimo assunto si erge buona parte delle iniziative legislative intraprese negli ultimi tempi dal commissario Ue per l’agenda digitale Neelie Kroes, a cominciare dall’ambizioso pacchetto sul mercato unico delle tlc. In un documento di accompagnamento alla proposta, che è stata presentata in settembre e martedì prossimo affronterà un voto decisivo al Parlamento europeo, la Commissione scriveva che in termini reali il settore ha diminuito il reddito del 2,2% nel 2011 e dell’1,1% nel 2012 e la capitalizzazione di Borsa è scesa del 2,2% dal 2011 e il tasso di investimento netto degli ex monopolisti è “virtualmente zero”, con una distanza che si accresce rispetto ai concorrenti.

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