L'APPELLO

Tlc, Labriola: “Serve una politica industriale in Italia e in Europa”

L’Ad di Tim: “Siamo l’unico settore infrastrutturale in cui è stata liberalizzata la competizione sulle reti. Sarebbe utile un nuovo modello di definizione dei prezzi”. E sull’impatto della crisi energetica: “Senza aiuti a rischio gli investimenti per il 5G”

17 Ott 2022

Federica Meta

Giornalista

CAPITAL MARKET DAY DI TELECOM ITALIA
PIETRO LABRIOLA AD TELECOM

Il settore delle telecomunicazioni ha bisogno di una politica industriale, “in Italia e in Europa”. A ribadirlo è l’Ad di Tim, Pietro Labriola, di fronte alla platea dei Giovani Imprenditori di Confindustria a Capri. “C’è una situazione specifica delle telecomunicazioni in Europa. Le scelte di politica industriale fatta, differentemente dagli Usa, dal Sud America e dai Paesi asiatici, sono state quella della massimizzazione della riduzione del prezzo per i consumatori e di trasferire valore dagli incumbent, gli ex concessionari pubblici, ad altri operatori: 30 anni dopo non ci sono in Europa operatori che riescono ad avere un livello di redditività adeguato”, ha evidenziato Labriola.

Fra i punti di attenzione sollevati dall’Ad di Tim i forti investimenti necessari per la costruzione delle reti di nuova generazione “in un contesto in cui, rispetto alle public utilities che hanno un modello di ritorno sul capitale definito, le telecomunicazioni non lo hanno”.

“La specificità delle telecomunicazioni è che siamo l’unico settore infrastrutturale in cui è stata liberalizzata la competizione sull’infrastruttura: quando andate a vedere le public utilities, non è così”, ha aggiunto Labriola.

Un nuovo modello di definizione dei prezzi

Per il comparto sarebbe utile arrivare a un nuovo modello di definizione dei prezzi. “L’Olanda è il primo Paese nel quale il regolatore ha definito i prezzi a cui si vende la fibra a livello wholesale nei prossimi 8 anni: quando ho un investimento che ha un ritorno a 10-15 anni non posso avere la definizione dei prezzi per due anni”, ha sottolineato ancora. “Questo insieme di fattori con gli altri operatori lo stiamo discutendo anche a livello comunitario. Dobbiamo decidere qual è la politica industriale per le telecomunicazioni europee e in Italia”, ha concluso Labriola.

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Crisi energetica, 5G a rischio

“Noi siamo nella lista delle aziende energivore? No. Ma se non c’è qualche intervento l’anno prossimo tutte le industrie del settore delle telecomunicazioni dovranno fare un trade off: decidere se mettere soldi nella rete 5G o pagare l’energia – ha poi avvertito Labriola – Se non ci sarà un sostegno che aiuti le imprese a far fronte allo shock dei costi per le bollette il maggior onere toglierà risorse anche a investimenti prioritari per il futuro del Paese, come quelli per le reti di ultima generazione. E più in generale, avverte Labriola, è necessario che ora si decida “quale dovrà essere la politica industriale per il settore in Italia ed in Europa”.

L’appello di Asstel

Asstel è stata tra le prime associazioni di categoria a lanciare l’allarme sull’impatto che la crisi energetica potrebbe avere sulla filiera delle Tlc, chiedendo aiuti ad hoc per il settore.

“Le imprese della filiera delle telecomunicazioni stanno sperimentando una situazione di estrema criticità con riferimento agli aumenti oltre ogni previsione dei costi di approvvigionamento energetico, a fronte della necessità di non interrompere i servizi di comunicazione e della loro, evidente, dipendenza dall’alimentazione energetica degli impianti trasmissivi – ha sottolineato la direttrice di Asstel, Laura Di Raimondo – Considerando l’importante ruolo di pubblica utilità che rivestono i servizi di telecomunicazione, le misure per il contenimento degli oneri di sistema dovrebbero essere rese strutturali per le imprese di settore, che dovrebbero essere ammesse anche alle misure di mitigazione del costo dell’energia predisposte a favore delle imprese energivore”.

Il titolo di Tim in flessione

Il downgrade di S&P torna a spingere in basso le quotazioni di Tim in Borsa dopo una settimana già molto negativa in cui il prezzo è sceso del 7,5% complessivamente a causa dei tempi lunghi per arrivare al riassetto della rete. Le quotazioni cedono lo 0,5% a 0,1722 euro dopo un minimo a 0,1695. A sorpresa l’agenzia ha tagliato il rating di lungo termine del gruppo delle telecomunicazioni passando da “BB-” a “B+” con un outlook negativo: la visibilità sul turnaround e deleverage di Telecom dal 2023 si è ridotta perché il contesto macroeconomico è peggiorato e le condizioni difficili nel mercato interno, fortemente competitivo, influiranno ancora sugli utili e sui flussi di cassa, secondo S&P che sottolinea l’arrivo di “grandi scadenze del debito nei prossimi 24 mesi tra tassi di interesse in aumento e mercati del debito vincolati” per Tim.

Al fattore S&P si aggiunge peraltro il passo lento con cui si sta muovendo il progetto di riorganizzazione del gruppo: la richiesta di Cdp di ottenere una proroga alla data del 31 ottobre prevista dal Memorandum of Understanding sulla rete unica non ha trovato risposta formale nel cda di Tim di venerdì a cui non sono stati impossibilitati a partecipare i rappresentanti di Vivendi. Secondo le indiscrezioni la proroga dovrebbe portare la nuova scadenza a fine novembre ma è da capire se porterà con sè anche l’esclusiva alla cordata Cdp: le case di investimento segnalano comunque come l’attenzione di altri soggetti, a partire dai fondi infrastrutturali, per le reti è molto alta come testimoniato anche dalle operazioni Vodafone-Altice sull’Ftth in Germania e Mubadala in Globalconnect, mentre i rumors di stampa tengono sempre alta l’ipotesi prospettata da Fratelli d’Italia prima delle elezioni di avviare il riassetto di Tim attraverso un’opa guidata da Cpd in ragione delle basse quotazioni di Borsa. Attualmente la capitalizzazione è di 3,6 miliardi.

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