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#INNOVATIONFIRST

Troiani (Bip): “Bene le reti ultrabroadband, ora accelerare sui servizi digitali”

Per l’Ad della multinazionale di management consulting una delle priorità dovrebbe essere la scuola. Necessario creare un ambiente idoneo allo sviluppo dei nuovi servizi

07 Feb 2018

Gildo Campesato

Direttore responsabile

I governi Renzi e Gentiloni hanno certamente dato un impulso importante per la realizzazione delle infrastrutture. Ora è necessario concentrarsi su come stimolare la diffusione di servizi che sfruttino la banda ultralarga”, osserva Fabio Troiani, Fabio Troiani, ceo di Bip – Business Integration Partners, una delle principali multinazionali di management consulting in Europa attiva in 11 Paesi con oltre 1.600 dipendenti.

Che pensa dell’affermazione di Gentiloni per cui Internet a banda larga è un servizio universale?

Certamente Internet a banda larga deve essere un servizio universale, così come deve esserlo più in generale l’accesso all’informazione libera e non controllata. Solo così possiamo restare al passo con i cambiamenti epocali che stanno modificando radicalmente i modelli di business e il modo in cui le persone accedono a servizi e prodotti e vivono la loro quotidianità.

Quanto sono importanti stabilità e supporto normativi per aiutare gli investimenti delle telco?

È evidente che in passato l’incertezza dell’orientamento regolatorio ha frenato gli investimenti. Un quadro regolatorio ambiguo genera incertezze sulle opportunità di business, scoraggiando gli investimenti privati. Le regole dovrebbero invece essere chiare e trasparenti fin da subito, mettendo le aziende nelle condizioni di prendere decisioni e investire.

Le infrastrutture da sole non bastano, è necessario anche lo sviluppo dei servizi digitali. Concorda?

Certamente. Più in generale è indispensabile mettere in piedi una vera cultura digitale, senza limitarci a garantire l’accesso alla banda larga.

Come la politica può favorire la digitalizzazione di imprese, pubblica amministrazione, cittadini?

La pubblica amministrazione è ancora molto frammentata e bloccata dalla burocrazia, soprattutto per quanto riguarda i progetti di trasformazione digitale, dove manca un vero traino. È emblematico il caso della scuola pubblica, ancora molto arretrata rispetto alla realtà in cui i giovani vivono quotidianamente.

Molti servizi pubblici digitalizzati negli ultimi anni, inoltre, stanno avendo poco successo tra i cittadini. Per favorire la digitalizzazione del Paese, il Governo dovrebbe favorire una cultura digitale, semplificando l’adozione di nuovi servizi e valorizzandone i vantaggi rispetto ai servizi più tradizionali. In altre parole, l’obiettivo deve essere valorizzare la percezione dell’ultrabroadband.

I voucher per l’uso dell’ultrabroadband possono essere una buona idea? A che condizioni?

I voucher da soli non possono essere la soluzione alla diffusione dell’ultrabroadband. Possono essere uno strumento integrativo per situazione specifiche, da usare per esempio nelle scuole o con le famiglie a basso reddito.

L’Italia ha detto di volere essere all’avanguardia in Europa sul 5G tanto da sperimentarne i servizi in 5 città. La convince tale enfasi?
Dovrebbe essere naturale, per l’Italia, puntare a essere all’avanguardia in Europa sul 5G, considerando che abbiamo una tradizione molto positiva nell’adozione di terminali mobili, con una penetrazione simile a quella dei Paesi Scandinavi.
Il primo passo è avere al più presto le infrastrutture, in modo che le aziende possano creare un mondo di servizi innovativi, sfruttando il 5G per sperimentare nuove modalità di interazione con gli utenti. Prima abbiamo le infrastrutture, più possibilità abbiamo di essere all’avanguardia rispetto ad altri Paesi in Europa.

A quali condizioni l’Italia può effettivamente diventare leader nel 5G?

Ormai lo sviluppo delle tecnologie e delle infrastrutture è nelle mani di pochi soggetti internazionali, principalmente americani e cinesi. Possiamo però puntare a diventare leader nell’industria di servizi e soluzioni avanzate legate all’ultrabroadband, a condizione che lo Stato riesca a creare un ambiente idoneo per incentivarne lo sviluppo, mettendo a disposizione frequenze, infrastrutture e know how.

Siamo prossimi alle aste delle frequenze sul 5G. Quali sono gli obiettivi da privilegiare? La massimizzazione delle entrate pubbliche? L’ingresso di nuovi player? Gli investimenti nelle reti consentendo una rapida infrastrutturazione del 5G?

Con l‘ingresso di Free abbiamo già quattro player: una competizione che dovrebbe garantire buone tariffe per gli utenti. L’obiettivo da privilegiare non dovrebbero essere neanche le entrate pubbliche, a meno che queste non vengano reinvestite nella trasformazione digitale e nella trasformazione dei servizi. Viceversa, il Governo dovrebbe incoraggiare una copertura dei servizi in tempi rapidi non solo nelle aree di maggiore interesse, ma su tutto il territorio, in modo da valorizzare le community territoriali.

Che ne pensa del “modello francese” con lo Stato che ha dato in uso pressoché gratuito le frequenze 5G agli operatori esistenti in cambio di una veloce e diffusa posa delle nuove reti?

Un modello come quello francese è realisticamente poco applicabile in Italia, considerando il nostro debito pubblico. Altri Paesi, invece, hanno messo a disposizione degli operatori frequenze a basso costo, in cambio di servizi di pubblica utilità. Gli Stati Uniti, per esempio, nell’ambito del progetto “FirstNet”, hanno promesso agli operatori privati uno spettro di frequenze, in cambio della realizzazione di un unico servizio di rete a supporto dell’Homeland Security. Può essere una strategia vincente per favorire l’ecosistema diffondendo al tempo stesso servizi di pubblica utilità, garantendo un risparmio significativo per i conti pubblici.

Rete fissa e rete mobile vanno sempre più integrandosi. È immaginabile un modello di rete condiviso tra operatori?  A che condizioni?

La rete fissa ultrabroadband è diventata ormai funzionale alla diffusione delle reti mobili 5G capillari ad alta capacità: solo le reti utrabroadband, infatti, riescono a garantire la capacità di trasmissione necessaria per il “backhauling“ delle stazioni radio 5G.

Per quanto riguarda la rete fissa, c’è già un consolidamento in atto tra gli operatori. Nelle reti mobili, invece, ci sono ancora pochi esempi di condivisioni di rete, anche se questo potrebbe servire a garantire una copertura 5G in tempi più rapidi.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
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