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Tv italiane contro la Ue: “Sulle frequenze vogliamo più tempo”

Confindustria Radio Televisioni in audizione in commissione Trasporti e Tlc della Camera: “La decisione europea non tiene conto della specificità italiana. Spostare al 2022 il termine per il rilascio dei 700 Mhz ai servizi mobili a larga banda”

09 Mar 2016

Rivedere il termine ultimo per il rilascio della banda a 700 Mhz ai servizi mobili a larga banda al 2022, conformandosi alle previsioni del Rapporto Lamy e dei gruppi internazionali di gestione dello spettro, garantendo alla piattaforma terrestre un orizzonte certo fino al 2030, con una rivalutazione tecnologica e di mercato al 2025.

Sono queste le conclusioni espresse dagli Operatori di Rete Dtt associati in Confindustria Radio Televisioni in audizione oggi presso la Commissione IX Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera dei Deputati sulla Proposta di Decisione della Commissione Ue sull’utilizzo della banda UHF 470-790 MHz nella Ue (Com 2016 43 def) sul quale il Parlamento dovrà esprimere un parere motivato (atto di indirizzo) sui profili di merito e di conformità ai Trattati (sussidiarietà e proporzionalità).

Secondo l’associazione è necessario avviare, su impulso del Mise e dall’Agcom, il processo di elaborazione di un percorso di transizione condiviso con gli operatori e la relazione operosa con i Paesi confinanti (in particolare la Francia, molto avanti nel processo di transizione), attivando, sin da subito, un tavolo di confronto politico-istituzionale, in grado di governare il processo, salvaguardando le esigenze dei cittadini e delle imprese del settore.

“La proposta di decisione della Commissione Europea, nella sua attuale formulazione – spiega Confindustria Radio Tv – non prende infatti in considerazione le specificità dell’Italia e la sua identità culturale, non tenendo nel debito conto il ruolo e l’importanza della Tv digitale terrestre quale mezzo più efficiente, più diffuso e più capillare per la fruizione dei contenuti audiovisivi in chiaro. Oggi la Tv digitale terrestre in Italia rappresenta infatti l’unica offerta gratuita per 18 milioni di famiglie su 24 milioni e in Europa raggiunge 250 milioni di cittadini”.

Per l’associazione “un passaggio tecnologico non graduale e non coordinato costringerebbe, da un lato, gli operatori a rivedere i propri piani industriali e finanziari – in tempi stretti economicamente non sostenibili – e, dall’altro, le famiglie a sopportare i costi di un nuovo switch-off tecnologico. Una soluzione di sistema richiede quindi equilibrio tra disciplina tecnica, esigenze industriali e valore sociale della televisione, assolutamente centrale, che, se non adeguatamente considerati e tutelati, metterebbero a rischio il sistema della tv nazionale e locale free.

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