Ultrabroadband, il costo del non fare vale 379 miliardi - CorCom

IL RAPPORTO

Ultrabroadband, il costo del non fare vale 379 miliardi

Dato tlc più alto di energia, logistica, rifiuti e trasporti. La stima emerge dal rapporto sui Costi del non fare realizzato da Agici che monitora la realizzazione delle infrastrutture prioritarie. Fra i vantaggi spiccano gli oltre 300 miliardi di riduzione dei costi e l’effetto positivo sull’occupazione

09 Feb 2017

Andrea Frollà

La realizzazione di una moderna rete a banda larga in Italia garantirebbe al Paese benefici per 379 miliardi, circa 17.300 euro a famiglia, al netto dei costi di investimento e implementazione di servizi e tecnologie. La stima riferita al periodo 2016-2030 è contenuta nel rapporto sui Costi del non fare realizzato da Agici, società di ricerca e consulenza specializzata nel settore delle utilities e delle infrastrutture, e rende meglio di molti ragionamenti quanto sia importante dotare l’Italia di una rete ultrabroadband all’avanguardia.

Il dato è il più alto fra tutti i settori analizzati (energia, logistica, idrico, rifiuti, autostrade e ferrovie) e si basa su un’analisi costi/benefici che considera sia gli impatti diretti generati nella fase di realizzazione dell’infrastruttura, sia gli impatti indotti, generati dalla possibilità di usufruire di servizi innovativi ad alto valore aggiunto. Nel caso specifico della banda ultralarga, si legge nel rapporto, sono stati presi in esame sette servizi applicativi abilitati o fortemente migliorati dall’ultrabroadband per i quali si ipotizza una estesa adozione grazie alla realizzazione della rete: e-commerce, telelavoro, telepresenza, cloud computing, assistenza sanitaria remota, fascicolo sanitario elettronico e formazione universitaria a distanza.

Fra le voci di costo sono ricompresi gli investimenti pubblici e privati per lo sviluppo dell’infrastruttura necessari per centrare gli obiettivi della Strategia Italiana per la Banda Ultralarga, i costi di implementazione dei servizi considerati (ad esempio, i canoni corrisposti dalle imprese ai fornitori dei servizi cloud computing o per la telepresenza oltre che i costi dei device) e i costi addizionali per diffondere le tecnologie digitali e dell’informazione, tra cui rientrano l’acquisto di device per l’utilizzo di internet (pc, tablet, ecc.) e la sottoscrizione di abbonamenti aggiuntivi.

Mentre alla voce benefici figurano i posti di lavoro creati nella fase di realizzazione della rete e il fatturato indotto dall’occupazione generata, oltre a tutti i benefici indotti (mobilità più sostenibile, aumento dell’efficienza e quindi riduzione delle spese, produttività del lavoro. E dal saldo fra i 139 miliardi di euro in costi e i 518 miliardi di benefici, tra cui spiccano i 332 miliardi di impatto sull’efficienza (riduzione dei costi), esce appunto un motivo da 379 miliardi per accelerare lo sviluppo della rete ultra-veloce.

Addirittura, sottolinea il report dell’Agici, considerato che l’analisi è basata su un campione parziale di servizi che possono trarre vantaggio da un aumento di performance della rete in termini di usabilità e di tassi di adozione, l’impatto indiretto dell’ultrabroadband potrebbe essere anche maggiore.

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Gli ultimi dati ufficiali della Commissione Europea, di fine 2015, evidenziano da un lato un incremento importante del tasso di copertura delle connessioni ad almeno 30 Mbps che è passato dal 36,3% del 2014 al 43,9% del 2015. Anche il tasso di penetrazione è aumentato non poco, con una percentuale di sottoscrizioni di abbonamenti che passa dal 3,8% del 2014 al 5,4% del 2015. Alcuni dati più recenti di metà 2016 parlano di una copertura del 53% della popolazione e di una penetrazione superiore al 7%. Il dato di penetrazione presenta una situazione a luci e ombre. Se, infatti in circa un anno e mezzo gli abbonamenti sono raddoppiati, è comunque evidente che il numero di famiglie che richiede i servizi ultra broadband è ancora limitato. Ecco perché operatori privati, politica e istituzioni sono chiamati a spingere sui piano di sviluppo in atto. Farsi scappare una torta da 379 miliardi in 15 anni sarebbe davvero assurdo.

Il rapporto annuale dedica ampio spazio anche all’Internet of Things, considerato un driver di sviluppo infrastrutturale del Paese. Nell’ambito dei trasporti, spiegano ad esempio i curatori, l’IoT favorisce la manutenzione predittiva: Trenitalia, grazie all’innovativo sistema Dynamic Maintenance Management System, ha stimato che prevedere gli interventi di manutenzione comporta un risparmio di costi operativi nell’ordine dell’8-10%. Per quanto riguarda la viabilità su gomma, i dispositivi IoT consentono la gestione intelligente della rete stradale grazie agli Intelligent Transport System che incrementano la sicurezza sulle autostrade. Mentre per una migliore gestione del traffico urbano i sistemi di Traffic Management System favoriscono maggiore velocità del flusso sulle strade cittadine tra il 5% e il 25%, così come già accade per le strade di Abu Dhabi.

L’IoT, sottolinea il report, ha poi “ottime potenzialità anche nella logistica per tracciare la merce e semplificare le operazioni nei nodi di scambio”. Nell’ambito delle infrastrutture per il trasporto di energia, l’IoT può inoltre favorire lo sviluppo di smart grid e l’adozione di tecniche di gestione dell’energia come la Demand Response. I benefici potenziali si sprecano anche in ambit smart city, in quanto la digitalizzazione e le tecnologie IoT sono fondamentali per sviluppare ambienti resilienti e sostenibili, che rispondano efficacemente ai rischi dell’inquinamento, al consumo energetico e al cambiamento climatico. Gli analisti dell’Agici individuano quattro driver per il mercato IoT: efficienza operativa, efficienza energetica, sicurezza e miglioramento ambientale.

Allargando infine lo sguardo al tema più ampio dello sviluppo infrastrutturale del Paese, il rapporto individua alcune proposte tra le quali: la selezione delle priorità sulla base di utilità economica, ambientale e sociale, la diffusione di una cultura valutativa, l’aumento della qualità dei progetti per migliorarne la realizzabilità e la finanziabilità, la riforma dell’iter autorizzativo in modo da ridurre le componenti di rischio insite nella realizzazione delle opere e infine l’agevolazione al ricorso a capitali privati per il finanziamento delle opere pubbliche rimuovendo i vincoli di investimento per determinate categorie di investitori.