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Valletti: “Tlc e Tv, i conti non tornano”

L’economista analizza l’esito dell’asta per le frequenze Lte e lo mette a confronto con il beauty contest televisivo: “Squilibrio inaccettabile. Così si congela il mercato per i prossimi vent’anni”

31 Ott 2011

L’asta Lte ha avuto un ottimo risultato: ha generato incassi e
liberato risorse frequenziali sottoutilizzate. Ma ha messo anche in
luce uno squilibrio inaccettabile tra operatori tv e telco mobili:
le frequenze intorno a 800 MHz vendute all’asta sono pressoché
identiche a quelle che stanno per essere assegnate gratis alle tv
con il beauty contest: “Qualcosa non torna” dice Tommaso
Valletti, ordinario di Economia all’Imperial College London e
all’Università Tor Vergata di Roma, Research Fellow del Cepr di
Londra e membro della Competition Commission (Uk).
Professore, cos’è che non torna?
Il fatto è che in Italia manca una pianificazione di lungo termine
dello spettro radiofrequenziale, e in sua assenza è difficile fare
una politica industriale seria. Si corre il rischio di congelare
strutture di mercato per i prossimi 10 o addirittura 20 anni,
generando oligopoli più concentrati sia nella telefonia mobile che
nella televisione nel cui mercato in Italia, a quanto mi risulta,
non vuole entrare nessun nuovo soggetto. Quanto all’asta che si
è conclusa, dati i vincoli che aveva, è andata bene: le frequenze
a 800 Mhz, da sole, hanno incassato 2.962.300.000 euro, poco meno
di 50 milioni per MHz. Ma H3G, per esempio, è rimasta fuori: cosa
succederà? È una domanda rilevante in un mercato di soli 4
operatori mobili. Un piano a lungo termine non lascerebbe
incertezze. Invece in Italia vince la strategia dei piccoli passi.
Non è un caso che chiamiamo la situazione dello spettro il nostro
“Far West”.
Lei sostiene sostiene che ci sia uno squilibrio tra tv e
Tlc.

Lo ha reso lampante l’asta 4G e il beauty contest in corso. In
ballo ci sono oggetti simili: frequenze limitrofe, quasi identiche
quindi. Ma non esiste la “law of one price”: alcune di quelle
frequenze sono state acquistate dagli operatori mobili a 50 milioni
per Mhz. Altre, contigue, vengono acquisite a zero euro dagli
operatori televisivi: è chiaro che il mercato non funziona.
Meglio, non si consente al mercato di funzionare.
Questo cosa produce?
Grosse inefficienze. Con l’asta 4G il mercato ha mandato un
segnale chiaro: ci ha detto che quelle frequenze sarebbero meglio
utilizzate dagli operatori telefonici, disposti a investire grazie
alla forte domanda per quel tipo di servizi. Al contrario, nel caso
della tv questo meccanismo non c’è. L’esperienza ci insegna
però che ogni qualvolta le tv sono in competizione con gli
operatori mobili, come nell’asta equivalente che si è svolta
negli Stati Uniti due anni fa, gli operatori mobili vincono e i
televisivi lasciano. Perché le telco hanno un progetto di maggior
valore: e non penso solo alla massa di ragazzini che scaricano
videogiochi, ma anche ai costi per la trasmissione dati,
all’impatto positivo sull’Ict italiano, alle imprese che usano
le tecnologie informatiche, alla maggior qualità, a prezzi più
bassi di quei servizi ecc.
Il beauty contest cosa comporta?
Dipende dagli obiettivi. Se lo scopo era l’efficienza economica,
non è stata una buona soluzione perché il settore mobile sembra
fare un migliore uso delle stesse frequenze. Al contrario, non
sappiamo che uso voglia farne la tv per il semplice fatto che non
deve fare offerte economiche. Stando all’esperienza
internazionale, l’efficienza economica si sarebbe ottenuta
allargando il campo delle aste alle Tlc mobili.Ma ho dubbi sulle
scelte fatte anche nel caso l’obiettivo fosse stato quello di un
maggior pluralismo: se saranno Rai e Mediaset ad avere le frequenze
migliori non mi sembra un obiettivo raggiunto.
Come valorizzare le frequenze in mano alle tv?
Le tv pagano cifre irrisorie per l’uso dello spettro: si tratta
di una percentuale sui fatturati. Il che significa che se ho una
frequenza inutilizzata, con il solo monoscopio, o se ripeto a
distanza di un’ora lo stesso programma – dunque a fatturato zero
– per me l’uso della frequenza non ha costi. In Inghilterra anche
le frequenze lasciate in mano al servizio pubblico vengono fatte
pagare con cifre rilevanti ogni anno, non a percentuale sul
fatturato. Quindi, se tu quella frequenza vuoi tenerla senza
utilizzarla, devi comunque pagarla. Tant’è che il ministero
della Difesa britannico ne ha restituite molte.
Si potrebbe verificare l’uso delle frequenze da parte
delle tv.

La ricognizione è un metodo inefficiente: se per non perdere
frequenze l’emittente deve dimostrare che le utilizza, metterà
in atto meccanismi più inefficienti possibile pur di tenerle,
sottraendole agli eventuali concorrenti. Per esempio, trasmetterà
lo stesso programma ogni mezz’ora. Ma se è costretta a pagare
canoni proporzionati alla quantità di frequenze occupate, e non al
fatturato, ecco che avremo messo in atto un meccanismo senz’altro
più efficace.