Fusione Wind-3: l’Italia non è la Gran Bretagna

L'editoriale

L’Ofcom inglese vuole bloccare la fusione 02-Three per difendere la concorrenza. Ma il consolidamento del mercato italiano fa bene proprio alla concorrenza. E al Paese.

Come è avvenuto, sia pure in forma diversa, con l’Openreach di BT (diventato in Italia l’OpenAccess di Telecom), faranno scuola da noi anche gli esiti del processo di fusione che sta interessando la telefonia mobile inglese? L’Ofcom, l’autorità di controllo delle telecomunicazioni della Gran Bretagna, ha chiesto alla Commissione Ue (che ha competenza in materia) di bloccare la vendita di 02 a Three, altro operatore mobile inglese controllato dal colosso di Hong Kong Hutchison Whampoa, lo stesso che in Italia è proprietario di 3. È possibile che Ofcom venga ascoltata dall’Ue, viste le recenti prese di posizione   della commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager.

Dall’operazione nascerebbe un gruppo che controlla il 40% del mercato del mobile britannico, con Vodafone che ne possiede un altro 40% e BT con in mano il rimanente 20% scarso grazie al ritorno sul mercato della telefonia cellulare con la recentissima acquisizione di EE dalla francese Orange. Molti giochi in movimento col risultato di un mercato troppo squilibrato e scarsamente concorrenziale, stando alle accuse della direttrice generale di Ofcom Sharon White, intervenuta sul Financial Time per criticare l’operazione 02-Three.

Lo stesso metro va usato anche in Italia per giudicare la progettata fusione fra Wind e 3 annunciata ad inizio agosto 2015 ed ora in attesa del via libera delle autorità europee?

Il metro, quello della concorrenza e della crescita del mercato segnalato da Ofcom, è certamente giusto ma le misure che ne scaturiscono non debbono per forza essere le stesse nei due Paesi.

Innanzitutto, a fondersi in Italia sono i due operatori minori e non il secondo e il terzo come in Gran Bretagna. La spartizione del mercato che ne risulta è dunque diversa. Oltremanica ci sarebbero due operatori dominanti ed uno indietro ad arrancare; da noi risulterebbero tre operatori con una quota di mercato attorno al 30% ciascuno.  Si potrà poi discutere chi è più avanti per sim e chi emerge per ricavi, ma fra Tim, Vodafone e Wind/3 la competizione sarebbe fra forze sostanzialmente equivalenti.

A fondersi sarebbero gli operatori più deboli per la situazione finanziaria: o per il peso dell’indebitamento pregresso per Wind o per i margini di Ebitda risicati per 3. Entrambi hanno puntato molto su politiche commerciali di prezzo. E non a caso 3 sembra aver perso per strada gli slanci innovativi dei primi anni che l’avevano vista lanciare iniziative come il videofonino” dagli esiti economici gravosi, ma certamente d’avanguardia.

Dal punto di vista dei consumatori il prezzo basso è certamente un vantaggio. Tuttavia, se esso va a scapito di equilibri aziendali sani, alla lunga questa dicotomia rischia di diventare una penalizzazione per tutti. Vuoi perché prima o dopo i prezzi dovranno riallinearsi ai costi reali, vuoi perché una concorrenza di prezzo “insana” finisce inevitabilmente per penalizzare gli investimenti, lo sviluppo delle reti, l’offerta di nuovi servizi. Ne verrebbe indebolito l’intero sistema.

E ciò sarebbe grave in un momento in cui l’innovazione tecnologica corre e c’è una continua necessita di adeguare le reti alle nuove esigenze emergenti. Il 4G si sta affermando ed il 5G è alle porte con tutti i servizi che attorno ad esso ruoteranno, a partire dall’Internet of Things. Se la telefonia mobile resta indietro, è l’Italia a rimanere indietro, con effetti pesanti per la competitività del sistema Paese. Al contrario, il traino degli investimenti delle telco non può che fare bene alla crescita del Pil e ai processi di innovazione e ammodernamento dell’Italia.

La fusione fra 3 e Wind non nuocerebbe dunque alla concorrenza come potrebbe avvenire nel caso inglese, anzi. Una competizione fra tre operatori forti è infatti preferibile a quella tra due player forti e due debolucci. Proprio perché tutti gli operatori in campo avrebbero la forza di competere tanto sui prezzi quanto sulla qualità dei servizi, sempre più importante in un mondo always on. Non a caso, proprio Wind e 3 sono quelli che allo stato si sono impegnati meno nelle reti 4G. Il mercato ha bisogno di più competitor forti, non di una diarchia fra forti e deboli.

Tra l’altro, stiamo assistendo ad una integrazione sempre più forte fra rete mobile e rete fissa. Non solo con sinergie tecnologiche di rete, ma anche con offerte commerciali bundle destinate ad assumere sempre più rilevanza grazie alla crescente domanda di contenuti video da godere sui più diversi device. A differenza di Wind che possiede Infostrada, 3 non ha rete fissa. La fusione non potrebbe che favorire gli investimenti anche sui nuovi network broadband fissi.

Le razionalizzazioni organizzative porteranno a sinergie finanziarie che libereranno risorse per investimenti e miglioramenti della qualità della customer experience. Certo, la fusione fra 3 e Wind porterà inevitabilmente con sé una razionalizzazione dei costi e delle strutture operative (in primis nelle reti di vendita e nelle operation). Ne deriveranno problemi sociali che andranno considerati e gestiti con intelligenza. Ma è meglio che essi siano affrontati da una sola azienda sana piuttosto che scoppino, come prima o dopo succederebbe fatalmente, in due aziende dalla salute compromessa.

Ecco perché, usato in Italia, il metro inglese dà misure diverse che a Londra. La commissione Ue, il cui pronunciamento è previsto entro questo inizio di primavera, dovrebbe considerarlo con attenzione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA 01 Febbraio 2016

TAG: Wind, 3, Vodafone, Telecom Italia

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