Per settimane lo Stretto di Hormuz è stato raccontato come il grande collo di bottiglia dell’energia. Ora il fronte si sposta più in basso, sul fondale. La novità non è soltanto la minaccia di un danno fisico. È il tentativo di trasformare i cavi sottomarini in una leva politica, economica e regolatoria. In altre parole, dopo aver mostrato quanto il mondo dipenda dal passaggio del petrolio, l’Iran prova a misurare quanto dipenda anche dal passaggio dei dati.
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Dal choke point energetico a quello digitale
Il salto di qualità sta qui. Secondo quanto riportato da Cnn e rilanciato da altre testate, esponenti iraniani hanno evocato l’idea di imporre tariffe ai cavi che attraversano Hormuz. I media vicini ai Pasdaran hanno spinto anche oltre. Hanno parlato di obblighi per i grandi gruppi tecnologici, di licenze per gli operatori e persino di diritti esclusivi di riparazione e manutenzione affidati ad aziende iraniane. Non sarebbe quindi solo una minaccia di sabotaggio. Sarebbe anche un tentativo di controllo su un’infrastruttura critica globale.
Cavi sottomarini: perché i fondali contano più del petrolio
La mossa pesa perché i cavi sottomarini non sono un’infrastruttura secondaria. L’Itu ricorda che veicolano oltre il 99% dello scambio internazionale di dati. Su quelle fibre passano comunicazioni, pagamenti, servizi cloud e operazioni essenziali per imprese e governi. Reuters ha ricordato che nel tratto di Hormuz transitano sistemi come Aae-1, Falcon e Gulf Bridge International, che collegano India, Sud-Est asiatico, Golfo ed Europa. Quando si parla di questo fondale, quindi, non si parla di un problema locale. Si parla di una cerniera della connettività globale.
Il faro sul tema si era già acceso a fine aprile, segnalando il rischio per sette grandi dorsali e la fortissima dipendenza dei Paesi del Golfo dai collegamenti sottomarini. L’allarme va letto con prudenza, perché rilanciava anche valutazioni provenienti dall’agenzia iraniana Tasnim, ma il punto politico resta. Se le economie della regione dipendono in misura così alta dalla connettività internazionale, anche la sola minaccia di interferire con quei cavi diventa uno strumento di pressione. Non serve colpire davvero per alterare i comportamenti di operatori, assicuratori e investitori.
Il rischio non è solo il sabotaggio
Qui emerge un aspetto spesso sottovalutato. I guasti ai cavi esistono già in tempi normali e restano stabili intorno a 150-200 casi l’anno. Nella maggior parte dei casi non dipendono da azioni ostili, ma da ancore e attività umane accidentali. In un teatro di guerra, però, questo rischio cambia scala. Navi colpite, traffico deviato e fondali meno sicuri aumentano la probabilità di danni non intenzionali. È il precedente del Mar Rosso a dirlo. Nel 2024 tre cavi furono recisi dopo che una nave danneggiata trascinò l’ancora sul fondale.
Questo elemento complica anche il tema delle riparazioni. Un cavo guasto non si riattiva con un comando remoto. Servono navi specializzate, finestre operative sicure e tempi tecnici non brevi. Se il tratto resta esposto a tensioni militari o a pretese politiche, anche la manutenzione diventa un nodo strategico. Ed è proprio qui che la proposta iraniana diventa più insidiosa. Colpisce la catena completa, non soltanto l’infrastruttura. Colpisce accesso, gestione, tempi di intervento e costi.
Finanza, cloud e AI: l’effetto domino
Le conseguenze andrebbero ben oltre un rallentamento della navigazione. Le analisi parlano di effetti su sistemi bancari, mercati finanziari, transazioni transfrontaliere, piattaforme di lavoro remoto e servizi cloud. Il Golfo rischierebbe blackout o forti degradi di connettività. L’India vedrebbe esposta una parte rilevante dei propri flussi digitali. Anche la direttrice tra Singapore ed Europa, cruciale per il traffico dati asiatico, subirebbe contraccolpi. In un’economia dove la latenza è valore, ogni deviazione pesa. Nei pagamenti pesa subito. Nel trading pesa ancora di più.
C’è poi un secondo livello, meno visibile ma forse più profondo. La crisi di Hormuz non mette sotto stress soltanto l’energia. Mette sotto pressione anche la filiera fisica dell’AI. Aumentano i costi assicurativi. Si complicano le catene di fornitura. Cresce l’incertezza attorno a data center, materie critiche e investimenti digitali nel Golfo. Se il passaggio dei dati diventa instabile, la promessa di una regione che vuole diversificare oltre il petrolio attraverso cloud e AI si fa più fragile. Il punto, quindi, non è solo tecnico. È industriale.
Il nodo giuridico è solo una parte del problema
Teheran e i media a essa vicini hanno provato a rivestire la richiesta di tariffe con un argomento giuridico. Hanno citato la convenzione Unclos e il paragone con il Canale di Suez. Ma diversi osservatori contestano l’analogia. Suez è un canale artificiale sotto controllo egiziano. Hormuz è uno stretto internazionale, soggetto a principi diversi. Anche per questo il punto più rilevante non è stabilire se la pretesa sia davvero applicabile. Il punto è politico. L’Iran segnala di considerare il fondale un altro spazio di deterrenza e negoziazione.
È qui che il dossier dei cavi sottomarini smette di essere una storia tecnica per addetti ai lavori. Diventa una storia di sovranità, resilienza e potere. Le rotte energetiche e quelle digitali stanno convergendo nello stesso teatro di crisi. E questo obbliga governi, telco, hyperscaler e regolatori a ripensare le priorità. Più ridondanza. Più diversificazione delle rotte. Più protezione fisica.






