Le città resilienti non saranno quelle con il maggior numero di sensori, piattaforme e dashboard, ma quelle capaci di utilizzare tecnologie, dati e AI per mantenere operativi acqua, energia, trasporti, telecomunicazioni e servizi pubblici quando arriva una crisi. È il cambio di prospettiva indicato da un’analisi pubblicata su Cogito, il blog dell’Ocse, che mette in discussione uno degli assunti sui quali si sono costruite molte strategie di smart city: digitalizzare una città non significa automaticamente renderla capace di affrontare eventi estremi, blackout, attacchi cyber o interruzioni delle infrastrutture critiche.
La questione non è marginale. La crescente interdipendenza tra reti fisiche e digitali fa sì che un guasto non rimanga più confinato nel sistema da cui ha avuto origine. Un’interruzione elettrica può propagarsi alle telecomunicazioni, alla gestione del traffico, agli ospedali o al pompaggio dell’acqua; un’alluvione può compromettere mobilità, scuole, abitazioni e accesso dei soccorsi; un incidente informatico può passare dai sistemi amministrativi alla capacità concreta di erogare servizi. È questa concatenazione dei rischi a trasformare la resilienza da tema prevalentemente ambientale a problema tecnologico, organizzativo e industriale.
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Dalla smart city alla capacità di reagire alle crisi
Per anni il paradigma smart city si è concentrato prevalentemente sull’efficienza. Illuminazione intelligente, mobilità connessa, smart metering, piattaforme urbane, applicazioni per i cittadini e centri di controllo hanno consentito di raccogliere informazioni e automatizzare processi. Il passaggio successivo consiste però nel collegare questi strumenti a un obiettivo operativo: stabilire quali servizi debbano continuare a funzionare in condizioni anomale, quali infrastrutture siano prioritarie e chi debba intervenire quando più sistemi entrano contemporaneamente sotto pressione.
La distinzione proposta nell’analisi di Cogito è netta. Il tradizionale progetto smart spesso parte da una tecnologia, un’applicazione o un dataset. Un sistema di resilienza parte invece dal problema pubblico da risolvere: garantire l’approvvigionamento idrico, ripristinare la mobilità, proteggere le persone più fragili o coordinare diversi dipartimenti durante un’emergenza. Una dashboard può mostrare cosa sta accadendo; la vera infrastruttura di resilienza deve consentire anche di capire cosa fare, chi deve farlo e quali funzioni salvaguardare per prime.
Non significa archiviare gli investimenti realizzati nelle smart city, ma cambiare il criterio con cui vengono progettati. Sensori, digital twin, piattaforme dati e sistemi di AI diventano componenti di un’architettura più ampia nella quale tecnologia, procedure amministrative, operatori delle utility e protezione civile devono poter lavorare insieme.
Acqua, energia e trasporti: il nodo delle dipendenze
Il settore idrico rende particolarmente evidente il cambio di impostazione. L’analisi cita l’esperienza francese di Eau 17, nella Charente-Maritime, che con l’iniziativa “Water of the Future” ha elaborato scenari al 2050 prendendo in considerazione disponibilità della risorsa, qualità dell’acqua, domanda, turismo, agricoltura, pianificazione territoriale e capacità delle infrastrutture. Solo dopo l’individuazione dei rischi sono state definite le esigenze digitali, dalla gestione integrata dei dati patrimoniali e finanziari all’uso delle informazioni sugli incidenti per stabilire le priorità di rinnovo della rete.
È un approccio che ribalta la sequenza tradizionale dell’innovazione pubblica. Prima viene la valutazione della vulnerabilità, poi la scelta della tecnologia. Per le amministrazioni significa anche evitare che l’innovazione si riduca a una successione di sperimentazioni incapaci di comunicare fra loro.
La resilienza urbana dipende infatti dalle interdipendenze tra infrastrutture. Energia, acqua, mobilità, edifici, sanità, reti digitali e servizi sociali continuano spesso a essere amministrati attraverso strutture organizzative e sistemi informativi distinti, mentre durante una crisi funzionano come un unico ecosistema. L’effetto domino rende quindi sempre meno efficace una pianificazione per silos.
Questa impostazione converge con le indicazioni che l’Ocse sta sviluppando più in generale sulle politiche urbane. Nel rapporto 2026 “What Works for Inclusive Growth in Cities”, l’organizzazione sottolinea l’esigenza di superare le risposte emergenziali di breve periodo in favore di strutture preventive e continuative, combinando infrastrutture fisiche e interventi sociali. Circa il 60% delle città considerate dalla survey Ocse-Commissione europea continua tuttavia a gestire le politiche di crescita inclusiva attraverso strutture dipartimentali separate, segnale di quanto il passaggio verso una governance realmente integrata resti complesso.
La cybersecurity entra nella progettazione urbana
Più infrastrutture vengono connesse, maggiore diventa anche la superficie di attacco. La cybersecurity non può quindi essere aggiunta a valle di un progetto smart city, ma deve entrare nella progettazione delle architetture e nei piani di continuità operativa.
Cogito richiama il caso di Angers Loire Métropole, dove il programma “Territoire intelligent” ha sviluppato un centro di controllo in grado di gestire da remoto circa 70mila asset pubblici, dai semafori agli impianti di irrigazione e riscaldamento. Nel 2021, tuttavia, un importante attacco informatico ha colpito i servizi digitali municipali e interferito con lo sviluppo del progetto. Non risultano prove che l’incidente abbia disabilitato direttamente infrastrutture fisiche, ma l’episodio mostra quanto la continuità dei servizi urbani sia ormai legata alla sicurezza delle piattaforme che li governano.
Il tema supera i confini delle amministrazioni comunali. Enisa, con l’esercitazione Cyber Europe 2026, ha posto al centro proprio la capacità europea di garantire la continuità dei servizi essenziali in presenza di incidenti cyber, concentrandosi sulle reti ferroviarie e marittime e sulle dipendenze esistenti tra infrastrutture critiche.
Per i fornitori tecnologici si apre quindi un mercato diverso da quello della prima stagione smart city. Alla capacità di installare dispositivi e piattaforme si affiancano requisiti di interoperabilità, gestione delle identità, protezione dei dati, segmentazione delle reti, disaster recovery e continuità operativa. La resilienza diventa così anche un criterio di selezione delle tecnologie.
Digital twin e AI, il valore è nelle decisioni
In questo scenario AI e digital twin possono diventare strumenti decisivi, purché non vengano considerati fini a se stessi. Un gemello digitale urbano può mettere in relazione informazioni su traffico, clima, energia o infrastrutture e consentire la simulazione di scenari prima che un evento si verifichi. L’AI può contribuire all’analisi predittiva, all’individuazione delle anomalie e alla distribuzione delle risorse durante un’emergenza.
È la direzione nella quale si muove anche l’Unione europea. Nel 2026 è arrivato alla fase di adozione l’EU Local Digital Twin Toolbox, che mette a disposizione dati armonizzati, strumenti interoperabili e modelli algoritmici per ambiti quali mobilità urbana, clima, efficienza energetica e pianificazione degli spazi pubblici. L’obiettivo è anche evitare che ogni città debba costruire da zero la propria infrastruttura tecnologica, favorendo soluzioni replicabili e interoperabili.
La differenza rispetto alla prima generazione di smart city è sostanziale. Il Kpi non può più essere soltanto il numero di oggetti connessi o di dataset prodotti. Diventa la capacità di prevenire un’interruzione, ridurne la durata oppure garantire che un servizio essenziale continui a funzionare.
Lo stesso contributo pubblicato da Cogito sostiene che la prossima generazione delle smart city sarà alimentata dall’AI, ma avverte che il successo non sarà misurato sulla quantità di sensori o dashboard installati. Il parametro sarà la capacità di mantenere operativi i servizi sotto pressione, tutelare le persone maggiormente esposte e accelerare il ritorno alla normalità.
Resilienza climatica e digitale devono convergere
Il cambiamento climatico rende questa trasformazione ancora più urgente. Ondate di calore, siccità, incendi e alluvioni esercitano pressioni contemporanee su reti energetiche, sistemi idrici, trasporti, edifici e servizi sanitari.
Secondo il quadro europeo sul clima, 34 dei 36 principali rischi climatici analizzati potrebbero raggiungere livelli critici o catastrofici nel corso del secolo negli scenari caratterizzati da un forte riscaldamento. La Commissione indica tra le risposte necessarie l’integrazione della resilienza climatica nella pianificazione urbana e considera anche gli strumenti digitali per monitoraggio e allerta in tempo reale parte delle capacità da sviluppare.
Gli interventi, dunque, non possono essere esclusivamente digitali. Tecnologie e dati devono lavorare insieme a infrastrutture fisiche, soluzioni basate sulla natura, pianificazione del territorio e politiche sociali. I progetti europei Life presentati nel 2026 all’European Urban Resilience Forum vanno proprio in questa direzione, combinando strumenti digitali con corridoi verdi, materiali in grado di ridurre il calore, sistemi di ombreggiamento e rifugi climatici per le persone vulnerabili.
Il rischio di una nuova frammentazione tecnologica
Il modello dei resilience system presenta però almeno un ostacolo rilevante: richiede una qualità di governance più elevata di quella necessaria per realizzare singoli progetti digitali.
Integrare informazioni provenienti da utility, operatori di telecomunicazioni, trasporto pubblico, amministrazioni, sanità e protezione civile significa risolvere problemi di responsabilità, interoperabilità, accesso ai dati, sicurezza e standard. Una piattaforma tecnologica comune non elimina automaticamente le barriere organizzative.
Esiste inoltre un problema di capacità finanziaria e professionale, soprattutto per le amministrazioni più piccole. Lo stesso contributo di Cogito individua per i governi nazionali un ruolo nella definizione degli standard comuni, nel finanziamento degli investimenti di lungo periodo e nell’accesso alle competenze da parte delle città con minori risorse.
La questione dell’inclusione è altrettanto importante. Le crisi non distribuiscono gli effetti in maniera uniforme: anziani, bambini, persone con disabilità, lavoratori esposti e famiglie che vivono in abitazioni poco efficienti possono avere capacità di adattamento molto diverse. Raccogliere più informazioni non è quindi sufficiente. Occorre collegare dati territoriali e analisi delle vulnerabilità alla possibilità concreta di attivare servizi e assistenza.
Per le città cambia il modello degli investimenti
Il passaggio dalle smart city ai sistemi di resilienza può infine modificare le priorità della spesa pubblica digitale. Il valore non sarà più generato principalmente dalla singola soluzione verticale, ma dalla capacità di far comunicare infrastrutture e organizzazioni differenti.
Per Telco, utility, cloud provider, aziende di cybersecurity e fornitori di piattaforme urbane significa spostarsi verso progetti più complessi, nei quali connettività, cloud, edge computing, dati, AI e sicurezza costituiscono parti della stessa catena operativa. Per la Pubblica amministrazione significa invece costruire gare e programmi capaci di premiare interoperabilità, continuità e risultati misurabili, riducendo il rischio di lock-in e di piattaforme isolate.
È probabilmente qui che si giocherà la nuova fase della trasformazione urbana. La smart city ha dimostrato che una città può raccogliere dati e automatizzare numerose funzioni. La sfida ora è dimostrare che quelle capacità digitali riescono a reggere quando il contesto smette di essere ordinario.
La resilienza, in questa prospettiva, non sostituisce la smart city: ne cambia il criterio di successo. Sensori e AI continueranno ad aumentare, ma il loro valore dipenderà sempre meno dalla sofisticazione della tecnologia e sempre più dalla capacità delle istituzioni di trasformare informazioni e previsioni in decisioni coordinate. È il passaggio da una città semplicemente connessa a una città in grado di continuare a funzionare.







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