IL REPORT

Cybersecurity, fattore umano rischio numero uno per il 94% dei Ciso

Dal click sul link pericoloso alla condivisione di credenziali: è la “negligenza” dei dipendenti la causa primaria di attacchi hacker all’azienda, secondo i responsabili italiani della sicurezza. Ma anche i Chief Information Security Officer sbagliano: solo il 43% monitora l’accesso ai dati da parte degli utenti. Lo scenario disegnato da Proofpoint

Pubblicato il 02 Dic 2022

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Click su link pericolosi, utilizzo in modo incontrollato di dispositivi Usb, download di allegati e file da fonti sconosciute, condivisione di dati personali con fonti esterne… Sono molteplici i “passi falsi” riconducibili ai dipendenti, che possono aprire la porta a attacchi hacker: è questa l’opinione del 94% dei Chief Information Security Officer italiani secondo cui è l’interazione umana una delle principali fonti di rischio. Emerge dal report di Proofpoint: nonostante le iniziative dedicate alla formazione resta ancora alta la preoccupazione per la cybersecurity.

Gli errori più comuni: e non sempre è dolo

Secondo i Ciso, sono molti i modi in cui i dipendenti possono rendere più vulnerabile l’azienda, dalla tendenza a cliccare su link pericolosi (80%) all’ utilizzo in modo incontrollato di dispositivi Usb (65%), scaricare allegati e file da fonti sconosciute (57%) e condividere informazioni personali con fonti esterne (57%).

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Non c’è per forza dolo – si legge nel documento -. In molti casi il rischio nasce da una scarsa attenzione generale alla sicurezza”, con il 47% dei dipendenti che condivide le credenziali del proprio account e il 39% permette l’utilizzo di dispositivi aziendali a familiari e amici. La scarsa attenzione alla sicurezza costringe le aziende a pagare un tributo importante: tra le organizzazioni che ammettono di aver subito un cyberattacco, in quasi due terzi dei casi la responsabilità è stata di insider negligenti o criminali.

L’impatto registrato dalle organizzazioni colpite è stato significativo, andando anche oltre la semplice perdita finanziaria, comunque riportata dal 38% dei Ciso. Una percentuale ancora più alta, il 50%, ha indicato il danno di reputazione come risultato di una violazione, mentre per uno su quattro (25%) vi è stata la perdita di dati critici per l’azienda.

Formazione in aumento, ma non basta

La maggioranza di Ciso ha messo in atto protocolli per combattere le minacce. In particolare, iniziative mirate a identificare minacce basate sull’email vengono intraprese dalla quasi totalità delle aziende (96%). Altre misure adottate includono formazione sulla gestione delle password (88%) e sulle best practice di sicurezza (80%). Solo il 4% dei Ciso ammette di non avere un programma di formazione continua sulla sicurezza informatica.

In termini di sicurezza complessiva, il 65% dei Ciso ha adottato tecnologie dedicate per controllare e gestire le minacce interne, mentre il 33% ha predisposto un piano di risposta al cosiddetto insider risk. ma nonostante questi dati siano ampiamente positivi, un terzo delle organizzazioni italiane rimane senza strumenti specifici per le minacce interne e un quinto esatto (20%) senza alcuna forma di protocollo specifico.

Le responsabilità dei Ciso

Sebbene sia certamente positivo che oltre due terzi (71%) dei Ciso dichiarino di compartimentare questo tipo di dati e di limitarne l’accesso a determinati dipendenti, le buone notizie finiscono qui. Meno della metà dei Ciso (43%) monitora regolarmente l’accesso ai dati da parte degli utenti, mentre circa un quarto (24%) non ha una buona visibilità dei luoghi in cui vengono archiviati.

Lavoro ibrido “leva” di attacchi

La forte adozione del lavoro ibrido e il crescente utilizzo di piattaforme cloud, accelerato ulteriormente dall’impatto della pandemia nel corso degli ultimi due anni, ha peggiorato ulteriormente la situazione a livello di sicurezza, riducendo la visibilità dei Ciso su chi accede ai dati e da dove, secondo il 22% degli intervistati.

Con il 90% degli attacchi informatici che richiede un’interazione umana per avere successo, sempre più spesso i cybecriminali puntano sulle persone per farsi aprire la porta dell’azienda, con un clic o un download incauto. I Ciso italiani ne sono evidentemente consapevoli, identificando correttamente i rischi elevati per le persone e formando gli utenti sulle minacce più pericolose e prevalenti. Detto questo, la strada da percorrere è ancora lunga.

Ma solo il 43% dei Ciso italiani dichiara di disporre di un agent specifico di Data Loss Prevention e il 14% addirittura ammette di non avere alcun tipo di protocollo o tecnologia preventiva dalla perdita di dati.

Dati aziendali priorità per i responsabili della security

“I dati non si perdono da soli, sono le persone a perderli. Vengono rubati da un aggressore esterno tramite credenziali compromesse, inoltrati a una terza parte non autorizzata da un utente disattento o rubati da un dipendente malintenzionato che spesso li passa a un concorrente – dice Emiliano Massa, Area Vp regione Southern Europe di Proofpoint –. Sebbene i risultati della nostra indagine dimostrino che i Ciso sono ben consapevoli di questo problema e stanno adottando misure per contrastarlo, oggi è più importante che mai difendere i dati aziendali, proteggendo le persone che li trattano regolarmente, con processi di formazione e misure tecniche adeguate”.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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