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IL RAPPORTO

Russiagate, il Senato Usa: Instagram al centro della propaganda fake

Più contenuti artefatti e più engagement sul social delle foto che su Facebook o Twitter: lo conclude un report dell’Intelligence committee della Camera alta del Congresso. Occhi puntati sulla “warfare dei meme” condotta dalla Internet research agency russa: agirà anche nelle elezioni del 2020

18 Dic 2018

Patrizia Licata

giornalista

Instagram ha svolto un ruolo centrale nalla manipolazione dell’opinione degli elettori americani nel 2016 da parte dei troll russi: lo ha concluso un’analisi del Senato degli Stati Uniti sul cosiddetto Russiagate. La app delle foto di Facebook peserà anche sulla campagna elettorale del 2020 per capacità di influenzare le intenzioni di voto degli americani, avvertono i ricercatori.

Il report commissionato dal Senate Intelligence committee punta il dito sulla propaganda messa in atto dall’Ira (la Internet research agency russa), che ha mirato a creare confusione e ad esacerbare le contrapposizioni politiche e sociali negli Stati Uniti diffondendo informazioni spesso false e concentrandosi su temi altamente divisivi in vista delle elezioni presidenziali che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca. I troll russi sono riusciti, indica lo studio del Senato, a ottenere più coinvolgimento e partecipazione del pubblico su Instagram che su qualunque altra piattaforma di social media, incluso Facebook.

Lo studio, condotto da ricercatori di New Knowledge, Columbia University e Canfield Research, ha rilevato 187 milioni di interazioni con contenuti su Instagram dietro cui si celava l’azione degli hacker russi, contro 77 milioni di interazioni su Facebook e 73 milioni su Twitter.

“Instagram ha costituito un campo di battaglia molto rilevante per le operazioni condotte dall’Ira per influenzare l’opinione pubblica”, si legge nel report, “e i top manager di Facebook sembrano aver cercato in ogni modo di evitare di farne menzione quando si sono presentati in audizione davanti al Congresso”.

Ciò è accaduto in parte perché Instagram non ha le possibilità di condivisione di Facebook; ciononostante, secondo lo studio del Senato, i contenuti postati dall’Ira sul social media delle foto hanno alimentato accesi dibattiti con lo scopo di rafforzare il consenso verso Donald Trump e indebolire la posizione di Hillary Clinton, anche in modi molti sottili. Circa il 40% degli account Instagram creati dai troll russi hanno raccolto più di 10.000 follower, ma una dozzina ha superato i 100.000. Il più seguito è stato @blackstagram__(303.663 follower); molti altri account sembrano aver usato l’e-commerce per raccogliere denaro o informazioni sugli elettori americani.

L’attività dell’Ira si è spostata su Instagram dopo che la stampa aveva cominciato a denunciare l’azione dei troll russi su Twitter e Facebook, ma ha sempre mirato a creare contenuti che fossero ripresi dagli altri social media. Per esempio, alcuni profili fake su Facebook inducevano gli “amici” a seguirli anche su Instagram e qui i messaggi pilotati dall’Ira riprendevano quelli diffusi su canali come Twitter e YouTube.

Il fatto che Instagram abbia generato per i troll russi risultati migliori di Facebook “potrebbe indicare che la piattaforma sia più idonea per la memetic warfare” o cyberguerra a colpi di meme, gli slogan che diventano virali. I ricercatori spiegano infatti che Instagram è organizzato in base a hashtag e aree di interesse ed è basato più su foto e video che su testi.

Il ruolo del social media delle immagini potrebbe significare anche che l’Ira abbia usato delle click farm o fabbriche artificiali che pompano il numero di click. “La nostra valutazione è che Instagram resterà probabilmente un terreno di battaglia importante”, sottolinea lo studio.

Facebook ha replicato alla pubblicazione del report dicendo di aver fornito al Congresso Usa migliaia di ads e che sta facendon progressin nel prevenire le interferenze sulle elezioni. Anche Twitter ha dichiarato di aver compiuto passi in avanti nel contrasto alle manipolazioni del suo servizio e ha ricordato di aver fornito alle autorità nuovi dati a supporto delle inchieste in corso

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