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IL CASO

Zte, stop del Congresso a Trump: “Nessun passo indietro sulle sanzioni”

I parlamentari contro l’intenzione del presidente di rivedere la messa al bando dell’azienda in cambio di meno dazi di Pechino sui prodotti agricoli Usa: “I cinesi ci vogliono rubare il primato tecnologico, rischi per la sicurezza nazionale”

16 Mag 2018

Patrizia Licata

giornalista

Zte rischia di diventare il capro espiatorio nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina o la moneta di scambio con cui trattare: nella mente di Donald Trump la pesante penalizzazione imposta al vendor cinese si potrebbe allentare se Pechino rinunciasse ad alcuni dei dazi sui prodotti americani. Il Congresso degli Stati Uniti però non è d’accordo e ha respinto la proposta del presidente di rivedere le sanzioni imposte al vendor cinese di attrezzature Tlc.

Dopo che il dipartimento al Commercio Usa ha vietato le forniture all’azienda cinese da parte delle imprese americane, Trump ha fatto marcia indietro su Zte e due giorni fa ha annunciato su Twitter di essere al lavoro con il presidente cinese Xi per garantire a Zte un modo per tornare velocemente alla sua attività. “Troppi posti di lavoro si stanno perdendo in Cina”, aggiungeva Trump (glissando sui posti di lavoro che sono a rischio tra i fornitori americani di Zte). Il Congresso per ora mette uno stop al presidente: Zte è una minaccia alla sicurezza nazionale e un rischio di sottrazione di segreti industriali, secondo i parlamentari Usa, che si sono impegnati a mantenere il divieto così come è stato imposto.

Zte era stata messa al bando con l’accusa di aver violato le sanzioni degli Usa contro l’Iran e la Corea del Nord, continuando a spedire illegalmente beni e tecnologie ai due regimi. La punizione inflitta dal dipartimento del Commercio è stata severissima: per sette anni l’azienda cinese non potrà comprare attrezzature da fornitori americani. Il danno a questi ultimi, tra cui i big dei chip Qualcomm e Intel, è evidente, ma è soprattutto il vendor di Shenzhen a essere messo in ginocchio: Zte ha annunciato il probabile ritiro dall’attività negli Stati Uniti, pur ribadendo l’impegno in Asia e in Europa per essere leader mondiale del 5G.

Trump continua ora a difendere la decisione di rivedere il bando contro Zte: un’attenzione al partner commerciale cinese che fa parte di un allentamento delle tensioni tra le due super-potenze. Cina e Usa stanno infatti rinegoziando l’intesa commerciale tentando di superare il braccio di ferro culminato nei dazi e Pechino ha gradito l’apertura della Casa Bianca su Zte. Le trattative bilaterali, condotte nelle scorse settimane in Cina, riprenderanno nei prossimi giorni a Washington: secondo il Wall Street Journal la Casa Bianca starebbe lavorando su una versione ammorbidita delle sanzioni in cui il bando su Zte sarebbe reso meno severo in cambio dell’eliminazione dei nuovi dazi cinesi su alcuni prodotti agroalimentari degli Stati Uniti, tra cui maiale, frutta, noci, ginseng.

Il Congresso per ora non ne vuole sapere: il senatore Repubblicano Marco Rubio, si legge su Reuters, ha dichiarato davanti alla commissione Affari esteri del Congresso: “Spero proprio che Trump non vada avanti con questo presunto accordo con i cinesi di cui si sente parlare. I cinesi stanno praticamente conducendo un assalto per rubare tutto quello che noi abbiamo sviluppato e usarlo per soppiantarci come leader delle più importanti tecnologie del 21mo secolo”. Per il senatore Democratico Ron Wyden, che fa parte sia del Finance Committee sia dell’Intelligence Committee, Zte è una minaccia alla sicurezza nazionale: con lui altri 30 senatori Democratici hanno firmato una lettera che accusa Trump di mettere gli interessi della Cina davanti a quelli degli Stati Uniti. Il  deputato Repubblicano Mac Thornberry, che presiede l’House Armed Services Committee, concorda: “Non capisco che cosa faccia Trump. E’ una questione di sicurezza, non commerciale”. E garantisce: su Zte il Congresso non ha intenzione di darla vinta al presidente.

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