Digital tax, ancora uno slittamento: versamento entro il 16 maggio

FISCO

Slitta (ancora) la digital tax: versamento entro il 16 maggio

La precedente proroga fissava la data al 16 marzo. La decisione del Mef legata al rinvio alla prossima settimana del primo decreto economico del governo Draghi dove saranno contenute anche le novità fiscali

10 Mar 2021

Federica Meta

Giornalista

La digital tax slitta ancora. Il Mef comunica in una nota che “è in corso di redazione il provvedimento che modificherà i termini per il versamento dell’imposta sui servizi digitali e per la presentazione della relativa dichiarazione”. La modifica, spiega il ministero, fissa i nuovi termini per il versamento dell’imposta e per la presentazione della relativa dichiarazione “rispettivamente al 16 maggio e al 30 giugno dell’anno solare successivo a quello in cui si verifica il presupposto d’imposta”. I nuovi termini sostituiscono da subito quelli del 16 marzo 2021 e 30 aprile 2021, già stabiliti con una precedente proroga.

Il rinvio è legato allo slittamento alla prossima settimana del primo decreto del governo Draghi per il quale serviranno ancora simulazioni, approfondimenti e confronti tra i partiti della maggioranza per mettere a punto il nuovo sistema dei sostegni e stabilire come spendere i 32 miliardi di extradeficit già autorizzati dal Parlamento.

Per il Movimento 5 Stelle la digital tax è uno dei pilastri della ripartenza. “Il debito comunitario contratto a supporto del NextGeneration EU, che dovrà essere onorato entro il 2058, deve essere ripagato da una fiscalità federale europea che attinga da quelle basi imponibili nascoste nei paradisi fiscali, fuori e dentro l’Ue – spiega in una nota Francesco Berti, deputato del MoVimento 5 Stelle in commissione Politiche Ue – Il report Corporate tax Heaven Index stima, infatti, a 245 miliardi evasi a livello mondiale per colpa dei paradisi fiscali, di cui 166 a livello Ocse. Il report tax justice network 2020 ne stimava 59 solo a livello Ue. Per questi motivi è necessario che, a prescindere dall’accordo in sede Ocse che grazie alla rimozione del veto degli Usa da parte di Biden sembra oggi possibile, si lavori da subito affinché la tabella di marcia per l’introduzione della digital tax entro il 2023 sia rispettata”.

A gennaio l’Agenzia delle Entrate aveva pubblicato il modello da utilizzare per comunicare i dati relativi al pagamento dovuto per il 2020.

Cosa prevede la digital tax italiana

Prelievo del 3% per le imprese con ricavi ovunque realizzati non inferiori a 750 milioni e ricavi derivanti da servizi digitali non inferiori a 5,5 milioni. E’ questo il cuore della web tax prevista dalla Legge di Bilancio 2019. Saranno la pubblicità mirata agli utenti online, la fornitura di beni e servizi venduti su piattaforme digitali e la trasmissione di dati degli utenti e generati dall’utilizzo di un’interfaccia digitale i tre ambiti di applicazione della nuova tassa.

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Il prelievo colpisce soltanto il B2B: esclusi quindi servizi come Netflix e Spotify, come invece era stato ventilato nei giorni scorsi. Tra le aziende target potranno esserci Google, Facebook e Amazon sui business relativi alla pubblicità come pure i servizi offerti da Alibaba, Amazon o eBay. Si teme che il prelievo possa però ripercuotersi sulle piccole e medie imprese italiane che vendono, anche oltre confine, prodotti made in Italy.

L’imposta dovrà essere versata entro il mese successivo a ciascun trimestre e alla presentazione della dichiarazione annuale dell’ammontare dei servizi tassabili prestati entro 4 mesi dalla chiusura del periodo d’imposta.

La proposta Ocse

L’Ocse propone di dare ai paesi due nuovi tipi di diritto di imporre una tassazione sulle aziende. Il primo riguarda le aziende del digitale e che si rivolgono direttamente ai consumatori – quindi colossi come Google, Facebook, Amazon, Apple: i singoli stati potranno tassare una quota degli utili globali di queste multinazionali. Anche se tali utili vengono oggi trasferiti in sedi esterne a quello stato, l’Ocse propone di riallocarne una parte. La base per uno stato per calcolare l’aliquota resta il fatturato generato dalla data azienda nel suo territorio.

Le trattative a livello Ocse piotrebbero riprendere quota dopo che la nuova amministrazione Usa di Joe Biden ha (ri)aperto alla possibilità di gestire le nuove norme a livello globale dopo la chiusura ai colloqui multilaterali decisa dall’ex coinquilino della Casa Bianca, Donald Trump.

Come ha sottolineato il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria, occorre “assicurare che i grandi e redditizi gruppi multinazionali, incluse le società digitali, paghino le tasse dovunque abbiano significativi legami diretti con i consumatori e generino i loro profitti”.

In pratica, da un lato sarà il volume del fatturato a determinare il diritto di imposizione, dall’altro la proposta di riallocazione degli utili nei paesi in cui vengono realizzate le vendite prevede un sistema fondato sugli utili residuali del gruppo, anche se l’Ocse non ha definito la formula per il calcolo del residual profit.

La seconda tipologia di tassazione è per le economie emergenti dove le multinazionali vendono i loro prodotti e servizi ma spesso non hanno alcuna presenza fisica: è perciò prevista la possibilità di tassare le attività di distribuzione dei prodotti, assumendo una quota minima di guadagno realizzato sul dato mercato. Anche qui non ci sono dettagli e parametri: l’Ocse dovrà lavorare su quali siano la soglia di fatturato o dimensioni della multinazionale che fanno scattare la tassazione.

Separatamente, l’Ocse intende avanzare una proposta su un’aliquota minima di corporate tax sotto la quale non è possibile scendere.

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