IL CASO

Digital tax, strappo degli Usa: stop alle trattative Ocse

Interrotti i colloqui per trovare un accordo fiscale globale: “Priorità all’emergenza sanitaria e alla ripresa economica”. Levata di scudi dai ministri europei: “Noi andiamo avanti”

18 Giu 2020

Federica Meta

Giornalista

Strappo degli Usa sulla digital tax. Ieri in audizione in Commissione Finanze del Senato il Rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, Robert Lighthizer, ha annunciato l’intenzione di sospendere – non si tratta dunque di un addio definitivo – i colloqui in sede Ocse avviati per trovare un accordo globale sulla digital tax. Come riferito anche dalla portavoce del Tesoro, Monica Crowley, gli Usa hanno preso la decisione a fronte degli impegni per affrontare l’emergenza sanitaria. “I governi di tutto il mondo si concentrano sulla risposta alla pandemia di Covid-19 e sulla riapertura sicura delle loro economie”, ha spiegato Crowley.

L’annuncio fa seguito alla lettera che il Segretario di Stato Stato Steve Mnuchin ha inviato ai ministri dell’Economia di Italia, Francia, Spagna e Regno Unito e nella quale annunciava lo stop alle trattative. “Accelerare le negoziazioni ci distrarrebbe dall’affrontare questioni ben più importanti, come la ripresa economica”, spiegava Mnuchin nella missiva.

Il dossier Digital tax è da tempo sul tavolo dell’Ocse e a gennaio 137 Paesi si erano impegnati a trovare un accordo globale sulla tassazione entro la fine del 2020.

La reazione dei ministri europei

“Vi confermo – ha detto oggi ai media francesi il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire – che con il mio omologo italiano, spagnolo, britannico, abbiamo ricevuto una lettera del segretario americano al Tesoro, Steven Mnuchin, nella quale ci conferma che non vogliono proseguire i negoziati all’Ocse sulla tassazione digitale. Questa lettera è una provocazione”.

Rammarico è stato espresso anche dal commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni. “Esprimo profondo rammarico per la decisione degli Usa di frenare le discussioni internazionali sulla tassazione dell’economia digitale – dice – Spero che questo sarà un contrattempo temporaneo e non uno stop definitivo”. Ma se non si troverà un’intesa globale quest’anno “siamo stati chiari che andremo avanti con una nuova proposta a livello Ue”.

“La Commissione europea vuole una soluzione globale per portare la tassazione sulle aziende nel 21esimo secolo, e crediamo che l’approccio Ocse dei due pilastri sia quello giusto – ricorda Gentiloni – Mentre si lavorerà per trovare un’intesa globale entro quest’anno, la Commissione è al fianco di tutti gli Stati membri che sono andati avanti con la loro tassazione sui servizi digitali. E se necessario, reagiremo uniti”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro italiano dell’Economia, Roberto Gualtieri che su Twitter scrive che “la posizione dell’Italia non è cambiata”. “Abbiamo sempre sostenuto l’importanza di una soluzione globale e, nonostante l’emergenza Covid19, con Francia, Spagna e UK siamo determinati a continuare a lavorare per una soluzione entro il 2020, come deciso dal G20”, conclude.

L’indagine Usa sulle digital tax europee

Lo United States Trade Representative (Ustr) della Casa Bianca, Robert Lighthizer, ha annunciato l’avvio delle indagini sulle imposte sui servizi digitali adottate o anche solo prese in considerazione dai partner commerciali statunitensi. L’inchiesta sarà condotta ai sensi della sezione 301 della legge commerciale del 1974.

La norma conferisce all’Ustr ampi poteri di indagine sulle decisioni di un Paese straniero se queste possono essere ingiuste o discriminatoria e dunque influire negativamente sul commercio degli Stati Uniti.

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“Il presidente Trump è preoccupato per il fatto che molti dei nostri partner commerciali stanno adottando regimi fiscali progettati per colpire ingiustamente le nostre società – ha spiegato Lighthizer – Siamo pronti ad adottare tutte le misure appropriate per difendere le nostre imprese e i nostri lavoratori da tali discriminazioni”.

Nei mesi scorsi il presidente Trump è arrivato a minacciare dazi nei confronti di quei Paesi che hanno adottato web tax o misure similari.

Le mosse della Ue e il dossier Ocse

La Francia, l’Italia e l’Austria sono i paesi Ue in prima linea nel sostenere la necessità della web tax e hanno già implementato delle norme a livello nazionale. L’Ue nel suo insieme non è invece riuscita a trovare un compromesso tra posizioni divergenti, con Irlanda, Svezia, Danimarca e Finlandia che hanno detto no alla digital tax finché non ci sarà una decisione su scala internazionale in ambito Ocse che armonizzi la tassazione a livello globale.

La Commission europea ha deciso di perseguire la soluzione “internazionale” cercando un accordo all’interno dell’Ocse entro la fine dell’anno. Ma se questo accordo non arriverà, Bruxelles si è detta pronta mettere a punto una digital tax europea.

In realtà la stessa Ocse (che a fine gennaio ha raggiunto un accordo cui partecipano 137 Paesi) ha riconosciuto, nel recente report “Tax and Fiscal Policy in Response to the Coronavirus Crisis”, che nella situazione critica generata dalla pandemia di coronavirus, diventa cruciale rispondere in maniera efficace alla sfide poste dalla digitalizzazione e garantire misure per la tassazione minima delle big tech. Secondo l’Ocse il forte impulso all’utilizzo di servizi su piattaforme digitali – basti pensare alla diffusione dello smart working e della didattica a distanza – possono rappresentare un nuovo stimolo a cercare un accordo a livello internazionale sulla web tax.

Dopo la crisi molti governi saranno chiamati a mettere in campo misure fiscali difficili, motivo per cui – prevede l’Ocse – aumenterà il  numero di Paesi che chiederà la web tax. Non solo per aumentare le entrate fiscale ma anche per evitare disparità tra le imprese “tradizionali” – Pmi soprattutto – e le multinazionali che operano sul web.

In seno all’Ocse è operativa la “task force on digital economy” volta ad esaminare le regole concernenti la distribuzione dei profitti delle imprese digitali al fine di arrivare a un nuovo quadro condiviso di norme su dove vadano corrisposte le imposte e quale quota dei profitti possa essere tassata da ogni giurisdizione coinvolta.

Secondo obiettivo della task force è quello di architettare un nuovo sistema che assicuri che le multinazionali del digitale paghino una quota minima di imposte, al fine di proteggere gli Stati dal fenomeno della Base Erosion and Profit Shifting (BEPS), ovvero l’insieme di strategie di natura fiscale che talune imprese pongono in essere per erodere la base imponibile e dunque sottrarre imposte al fisco.

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