LA POLEMICA

Bufale in rete, Facebook sotto accusa: “La qualità si paga”

Il sito social annuncia nuovi strumenti per “smascherare” le fake news che saranno evidenziate nelle bacheche attraverso un bollino rosso. Ma gli editori americani accendono la polemica: “Per ottenere notizie attendibili servono investimenti”

19 Dic 2016

Patrizia Licata

E’ possibile definire, segnalare e arginare le fake news sui social network? E’ il dilemma in cui è rimasta invischiata Facebook dopo l’esito del voto presidenziale americano, con la vittoria, a sorpresa, del candidato Repubblicano Donald Trump e la sconfitta dell’avversario Democratico Hillary Clinton. Messa presto sul banco degli imputati per il proliferare di notizie bufala sulla sua piattaforma, che secondo molti avrebbero favorito Trump, Facebook ha negato ogni responsabilità ma è corsa presto ai ripari e nei giorni scorsi ha annunciato che verrà data agli utenti la possibilità di segnalare gli articoli falsi grazie alla collaborazione con siti di news e di fact checking come Snopes, Abc News, Associated Press, FactCheck.org e Politifact che verificheranno l’autenticità di notizie e storie sospette.

I nuovi strumenti, per ora in via di sperimentazione, permetteranno all’utente di fare una segnalazione di una notizia falsa e di inviare un messaggio all’amico che l’ha condivisa e diffusa. Le notizie false perderanno credibilità, così come le testate che le ospitano, e non saranno in evidenza in bacheca. Sarà compito dei media scelti come “terze parti che verificano” controllare se si tratta davvero di una bufala: in tal caso, la news apparirà con un bollino rosso e il marchio “disputed by third party fact-checkers”, pur se sarà sempre possibile condividerla.

Basterà? E’ molto critico il Wall Street Journal, secondo cui è una bufala pure quella che racconta che Hillary Clinton ha perso le elezioni presidenziali a causa delle fake news che avrebbero avvicinato gli elettori in modo decisivo a Donald Trump: “Non esiste alcuna prova”, scrive il giornale americano, “che notizie false come quella del supporto del Papa a Trump abbiano influito sul voto degli americani”.

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Più dell’80% degli americani ha risposto in un sondaggio di Pew Research che sa benissimo distinguere tra notizie vere e notizie false e un terzo dice comunque di non vedere molte “bufale” in giro su Internet. “La fake news esistono ma parlare di epidemia che sta uccidendo la democrazia, come ha fatto Hillary Clinton, è davvero un’esagerazione”, commenta il WSJ.

Il cuore del problema risiede invece nella difficoltà di distinguere il vero dal falso: il sito Politifact – tra i controllori ora al servizio di Facebook – è passato dal 2008 al 2016 dal bollino di “verità” a quello di “bugia dell’anno” per le medesime affermazioni del presidente Barack Obama sull’Obamacare. Siccome ora Facebook userà un criterio di selezione delle notizie che resta soggettivo in quanto affidato alla discrezionalità del singolo editor, la soluzione per il Wall Street Journal non è questa, ma dare più spazio al giornalismo di qualità: “Se Facebook si preoccupa davvero della proliferazione di notizie false, ecco un suggerimento: paghi i giornali per avere notizie accertate e affidabili“.

Il modello di business di Facebook si basa anche sul guadagno generato dalle notizie prodotte da altri, chiunque altro, ma il giornalismo di qualità richiede investimenti e preservare i più alti standard di accuratezza è costoso. Il fact checking di Facebook potrebbe non essere efficace, danneggiarne la repuazione ed esporre la società di Mark Zuckerberg a pressioni politiche. Fermo restando, conclude il WSJ, che non è per le bufale social che la Clinton ha perso.