SCENARI

Chips Act, il piano Usa non basta: i warning dei produttori agitano le Borse

I big americani pronti a investire in nuovi stabilimenti produttivi grazie agli oltre 50 miliardi di fondi pubblici ma la frenata dei ricavi di Micron e Nvidia spinge i titoli al ribasso impattando sul Nasdaq anche a seguito dei rialzi dell’inflazione. Nuova tech war in vista: Pechino accusa Washington di protezionismo

10 Ago 2022

Patrizia Licata

giornalista

chip automotive

Non basta – per ora – il Chips and Science act voluto dal presidente Joe Biden per scaldare il mercato americano dei semiconduttori, con i titoli quotati a New York che perdono terreno dopo il warning lanciato dal produttore nazionale Micron Technology sulla prossima trimestrale. A contribuire al nervosismo sono arrivati i dati trimestrali preliminari pubblicati da un altro produttore Usa, Nvidia, che mostrano ricavi inferiori alle attese. Le vendite dei titoli dei chipmaker si sono estese anche alle Borse europee e asiatiche.

Le preoccupazioni per le prospettive dell’industria dei chip pesano su tutti i titoli tecnologici e su quelli delle aziende che possono subire i maggiori impatti dalla crisi, come i costruttori d’auto. A ciò si aggiungono l’aumento dell’inflazione e le turbolenze geopolitiche. I semiconduttori sono la base dell’economia digitale e il 50% della produzione globale ad oggi viene effettuata a Taiwan, epicentro del nuovo focolaio di tensione globale.

Micron, warning sui ricavi. Ma investirà 40 miliardi di dollari

Micron ha fatto sapere che il trimestre in corso dovrebbe chiudersi con ricavi a 7,2 miliardi di dollari, inferiori alle stime – già ridimensionate – fornite il 30 giugno. A causare il ribasso sono le condizioni difficili del mercato, con un ulteriore indebolimento della domanda nei settori Pc e dei giochi, e i problemi sulle catene di approvvigionamento. L’annuncio, insieme ai dati preliminari di Nvidia, hanno generato allarme: “Questi sono due big che gli investitori ritenevano più attrezzati per resistere alle difficoltà sulle supply chain. Ora la preoccupazione è che tutti il comparto tecnologico subisca delle ricadute”, ha commentato Ed Moya, senior market analyst di Oanda.

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Micron ha però anche annunciato che investirà 40 miliardi di dollari entro il 2030 per produrre semiconduttori negli Stati Uniti, grazie al sostegno dei fondi che saranno stanziati dal Chips act. L’azienda ha detto che creerà fino a 40.000 posti di lavoro negli Stati Uniti, compresi 5.000 con ruoli tecnici e operativi con stipendi elevati. Secondo Micron, la sua quota di chip prodotta negli Usa passerà dal 2% al 10%. La produzione dovrebbe partire nella seconda metà del decennio.

I sussidi di Biden hanno già prodotto effetti positivi: Qualcomm e Globalfoundries hanno esteso il loro accordo globale di collaborazione per la produzione di chip mettendo un ulteriore accento sulla manifattura nelle fabbriche degli Stati Uniti e sulle applicazioni per 5G, IoT e automotive. La nuova intesa al 2028 più che raddoppia la capacità produttiva dei precedenti accordi tra le due partner e prevede un allargamento degli impianti di Globalfoundries nello Stat di New York grazie agli investimenti di Qualcomm e al sostegno federale.

Il piano da 52 miliardi per rilanciare i chip made in Usa

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha promulgato il Chips and science Act, la legge che mira a rivitalizzare la produzione nazionale dei semiconduttori e aumentare la competitività degli Stati Uniti sul mercato mondiale. La legge destinerà oltre 52 miliardi di dollari alle società che produrranno i chip negli Stati Uniti e coprirà sgravi fiscale per 24 miliardi per incoraggiare gli investimenti nel settore.Verranno anche fornite decine di miliardi di dollari alla ricerca scientifica.

“Dobbiamo produrre i chip in America per ridurre i costi quotidiani e creare posti di lavoro”, ha dichiarato Biden. Il presidente ha ricordato che, 30 anni fa, gli Stati Uniti detenevano una quota del 40% della produzione globale; poi la produzione di semiconduttori si è spostata all’estero e oggi negli Usa si produce il 10% dei semiconduttori, nonostante la leadership “nella progettazione e nella ricerca”.

La Cina contro il Chips act americano: “Coercizione economica”

La Cina ha immediatamente condannato il Chips act definendolo “un altro esempio di coercizione economica“. Parlando nel briefing quotidiano, il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin ha accusato la legge “di mirare a rafforzare la competitività dell’industria Usa hi-tech e dei microchip” fornendo “enormi sussidi all’industria nazionale dei microprocessori con politiche di sostegno industriale differenziate”.

Pechino attacca le “le restrizioni a investimenti e attività economiche e commerciali delle società cinesi” con la conseguente fine “della cooperazione Cina-Usa” e le ripercussioni “sulla supply chain globale dei microchip”.

Nei giorni scorsi i media Usa hanno riferito che l’amministrazione Biden sta valutando un divieto delle esportazioni verso la Cina delle attrezzature necessarie alla fabbricazione dei chip Nand avanzati, quelli con più di 128 layer. Le memorie Nand sono usate in dispositivi come smartphone e computer, ma anche nei server dei datacenter. La produzione cinese di questo tipo di semiconduttori è cresciuta fino a rappresentare più del 23% del totale globale quest’anno contro il 14% del 2019. Nel contempo la produzione negli Usa è scesa dal 2,3% all’1,6%.

L’inflazione pesa sui titoli tecnologici

La piazza Wall Street e le altre Borse mondiali restano nervose per i nuovi dati sull’inflazione negli Stati Uniti (sui prezzi al consumo si prevede almeno un +8,7% rispetto a un anno fa) e in Cina. Nel Paese asiatico l’indice dei prezzi al consumo a luglio è cresciuto del 2,7% rispetto allo stesso mese del 2021, il tasso più alto dal luglio del 2020 sebbene inferiore alle attese degli economisti. A Hong Kong l’indice Hang Seng ha perso il 2,07% e l’Hang Seng Tech il 3,11%. Più lieve il calo registrato nei mercati della Cina continentale.

Anche i mercati europei sono in calo in attesa della pubblicazione dei dati sull’inflazione statunitense e dopo che un forte mercato del lavoro ha rafforzato le prospettive di ulteriori aggressive strette monetarie da parte della Federal Reserve.

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