L'INTERVISTA

Candiani (Microsoft): “Basta confusione sul cloud, l’Italia ha bisogno di accelerare”

L’Ad dell’azienda accende i riflettori sulla necessità di mandare avanti i progetti, in particolare nella PA: “Mancano all’appello le gare Consip e gli slogan sul “Cloud di Stato” non sono costruttivi. L’evoluzione si misura in termini di modernizzazione di processi e servizi. I data center sono commodity. E al Paese serve attrarre gli investimenti esteri”

22 Set 2020

Mila Fiordalisi

Direttore

L’Italia ha bisogno di accelerare sul cloud e soprattutto c’è bisogno di regole chiare e di un contesto favorevole”: Silvia Candiani, Ad di Microsoft Italia accende i riflettori sulla necessità di sgombrare il campo dalla confusione che si sta generando a seguito delle interpretazioni, anche mediatiche, relative all’ipotesi di un “cloud di Stato” su cui si sta concentrando il dibattito politico.

Il Paese non ha bisogno di nuovi slogan e sta passando l’idea di costruire una piattaforma infrastrutturale made in Italy facendo leva sulla messa in sicurezza dei dati. È un paradosso: da un lato perché sempre più aziende stanno migrando al cloud proprio per garantirsi maggiore sicurezza e dall’altro perché il tema vero non è chi fa le infrastrutture ma le regole che sottostanno alla progettazione e al rispetto degli standard. Non a caso l’Europa, attraverso il progetto Gaia-X, alla stregua di quanto accaduto con il Gdpr, mira alla definizione di regole comuni e a una piattaforma aperta a tutti – noi di Microsoft stiamo già partecipando al progetto così come altre aziende non europee – e soprattutto all’interoperabilità delle soluzioni attraverso la definizione di una serie di parametri tecnici e di sicurezza che possano garantire la sovranità dei dati a livello continentale”

Candiani, dunque l’Italia rischia l’impasse?

Le aziende italiane stanno accelerando sul cloud. Stando alle ultime rilevazioni di Idc il mercato è in grande crescita, ad oggi vale circa 3 miliardi di euro e il 25% delle realtà è già in cloud, un dato poco al di sotto della media Ue. In collaborazione con The European House Ambrosetti abbiamo realizzato uno studio da cui è emerso che la diffusione del cloud in Italia può generare un extra-Pil pari a 20 miliardi in 5 anni e 1,2 miliardi di risparmi per la PA. L’efficienza in termini di taglio-costi è intorno al 20% per non parlare delle economie di scala. E il cloud, appunto, deve essere inteso come un hyperscale: sono le funzionalità avanzate ed i servizi a fare la differenza. La tecnologia è una “commodity” e solo i servizi avanzati consentono di creare nuovi business e di spingere l’economia. E non è un caso se negli Usa le nuove aziende, a partire dalle startup, nascono cloud-native. L’Italia continuerà a spingere verso il cloud, ma resta da sciogliere il nodo della PA. È qui il forte ritardo.

Un ritardo dovuto a cosa in particolare?

Processi, back office, potenza di calcolo: c’è da lavorare su vari fronti, in primis quello della cultura digitale. Lo smart working accelerato dalla pandemia ha aperto gli occhi alla PA mostrando i reali benefici del digitale. Ma siamo solo all’inizio. Non potrà esserci smart working a regime senza una revisione dei processi e delle modalità organizzative e senza una formazione adeguata e un’adozione massiccia del cloud. Agid nel piano triennale aveva già inaugurato la stagione del cloud-first. Ma mancano ancora all’appello le gare Consip. Ed è tempo di accelerare. Ne va dell’economia del Paese e degli investimenti messi in campo anche e soprattutto dalle aziende che stanno contribuendo a spingere la partita cloud e a creare gli ecosistemi fondamentali per lo sviluppo.

A proposito di investimenti, Microsoft ha annunciato un maxi piano da 1,5 miliardi in Italia. Può darci qualche dettaglio?

Ci prepariamo a inaugurare un data center in Italia ma soprattutto il progetto mira alla creazione dell’ecosistema più adatto per favorire la digitalizzazione del Paese. Il Politecnico di Milano ha stimato in 9 miliardi di euro l’impatto economico derivante dai nostri investimenti e la creazione di 10mila posti di lavoro nell’indotto. A tal proposito abbiamo messo in campo investimenti specifici sulle skill. La tecnologia senza persone non si può fare. E in un momento così critico per l’economia, a causa delle conseguenze che deriveranno dalla pandemia, bisogna colmare quanto prima i gap: la disoccupazione giovanile sta aumentando eppure ci sono già 150mila posizioni vacanti nell’Ict, uno spreco che non ci possiamo più permettere. E peraltro questi numeri cresceranno. Abbiamo avviato tutta una serie di iniziative, sia per la formazione dei giovani sia per la riconversione attraverso collaborazioni con scuole e università ma anche erogando corsi dedicati a chi è già nel mondo del lavoro. Da soli abbiamo formato 500mila persone in un anno e stiamo raddoppiando il passo: la partnership appena annunciata con Adecco con la nascita del Phyd Hub a Milano mira proprio a formare i lavoratori alle nuove competenze richieste dalla trasformazione digitale. E abbiamo partnership attive con molte altre realtà. Il nostro obiettivo è formare 1,5 milioni di persone in tre anni. Poi puntiamo a diffondere le best practice sullo smart working a spingere l’adozione dell’intelligenza artificiale attraverso centri di eccellenza e lavoreremo molto anche sull’ecosostenibilità per abbattere il fooprint di Co2 attraverso le tecnologie. Insomma puntiamo ad abilitare gli ecosistemi. Da soli non si va da nessuna parte. L’Italia deve incentivare gli investimenti e attrarne sempre di più dall’estero. È un tema chiave di politica industriale.

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