TECNOLOGIE

Cloud, croce e delizia: ora la battaglia è sulle funzionalità

Il mercato è più complesso, le esigenze più raffinate, le tecnologie più difficili. La partita adesso si gioca sul valore aggiunto. Solo differenziando l’offerta si potrà essere davvero competitivi

08 Apr 2016

Antonio Dini

Le croci e le delizie del cloud. La tecnologia infrastrutturale che assieme alla mobilità sta più cambiando il modo nel quale le risorse informatiche vengono create, distribuite e consumate sul mercato, è come le rose: ha un’ottimo profumo ma anche spine aguzze. Innanzitutto quelle della sicurezza, che da tempo viene indicata come la priorità del futuro ma che poi segna sempre il passo. «È anche vero – ha spiegato Bruce Schneier, uno dei più importanti esperti di sicurezza al mondo – che chi difende un sistema soprattutto nel cloud deve parare tutti i colpi, mentre a chi attacca basta andare a segno una volta sola per vincere: è un settore fortemente asimmetrico». Tuttavia, qualcosa in più si poteva fare da tempo. E non è neanche la cosa più grave.

Nella sua breve vita il cloud computing, termine-ombrello che è figlio della evoluzione recente e del riadattamento di tecnologie e paradigmi informatici esistenti da decenni, ha già visto due “grandi guerre”. La prima, durata quasi dieci anni, è stata tutta basata sul prezzo. Perché il cloud è sia un modo per far fare di più alle aziende (e ai privati) spendendo meno, ma è anche un nuovo paradigma commerciale per chi ne eroga i servizi. È un ambito, ad esempio, in cui il costo marginale di aggiungere un nuovo cliente e minimo e in cui i margini sono proporzionalmente crescenti con lo sviluppo del business. Il contrario insomma di quello che accade nelle attività economiche tradizionali.

«Il mercato del cloud è il fattore che sta abilitando lo sviluppo di nuovi modelli di business da parte di chi lo utilizza. È talmente ovvio e diffuso che non c’è azienda che non abbia almeno studiato la possibilità di utilizzarlo per alcune delle sue attività», spiega Mattia Monga, docente di informatica alla Statale di Milano.

Però non è più il cloud “semplice” degli esordi. Il mercato è più complesso, le esigenze più raffinate, le tecnologie più difficili. Il campo di battaglia del cloud adesso sono le funzionalità, anche per differenziare l’offerta.

A partire dai container, nuovo paradigma tecnologico che cerca di scalzare la virtualizzazione come motore e infrastruttura delle nuvole: anziché far girare macchine virtuali con all’interno i software, i container come Docker prevedono l’utilizzo di versioni spogliate di tutti gli attributi tranne quelli strettamente necessari al funzionamento del software, con benefici per le risorse da mettere in campo e per la complessità da gestire.

Il cloud, che fino ad oggi è stato visto anche come il motore per i Big Data, è considerato inoltre il tassello fondamentale per l’internet delle cose, quella Internet of Things di cui si parla ormai da un decennio ma che solo oggi sembra veramente essere alle porte. Ventri, trenta, anche cinquanta miliardi di apparecchi di qualsiasi genere (sensori, telefoni, prese elettriche, componenti di turbine di aeroplani in volo) sempre connessi entro il 2020, giurano gli analisti di Gartner e di Idc. Mentre l’attuale paradigma è quello della rete come veicolo per il video (che fa più di un terzo del traffico totale), domani sarà quello delle comunicazioni M2M, da macchina a macchina, mediate dal cloud come contenitore ed erogatore al tempo stesso della potenza di calcolo necessaria a far girare i torrenti impetuosi di informazione dei Big data. I vantaggi di questa ondata di nuove tecnologie sono solo la punta dell’iceberg. Il cloud ha permesso anche lo sviluppo di una metodologia di realizzazione dei progetti software per le aziende innovativa: DevOps, (“Development” e “Operations”) cioè il ciclo continuo di sviluppo e messa in produzione del software con cicli molti ravvicinati e continui di programmazione e di erogazione del software dalla nuvola. «Quel che accade – spiega Guy Kindermans, analista belga indipendente – è che le applicazioni non sono più residenti sui client o sui server locali, ma sono nel cloud.

Questo azzera il problema della distribuzione e del deployment, consentendo di lavorare all’aggiornamento costante del software».

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C’è di più: dal momento che le figure degli sviluppatori e degli amministratori dei sistemi si fondono in un’unica inedita creatura, il ciclo di iterazioni dello sviluppo dei prodotti software accelera e il tasso di innovazione esplode. Oggi il cloud permette quindi di creare software legati a forme innovative di logica business prima impensabili.

Le ricadute sono notevoli. Gli alfieri della nuvola vedono in questa, più che nelle tecnologie sul campo come gli smartphone e i tablet, la chiave della trasformazione delle attività delle aziende e dei privati. La digitalizzazione, che sta percorrendo come un brivido i tessuti industriali e dei servizi di tutto il pianeta, è una scossa a tratti intensa e a tratti più lieve che comunque lascia tracce tangibili ovunque. Cambiano i modelli e la nuvola farebbe sia da catalizzatore di questa mutazione che da suo contenitore.

Un aspetto singolare è il ritorno di fiamma della consumerizzazione: se fino a ieri erano le aziende a sfruttare tecnologie e servizi nati per il mercato consumer, oggi sono i privati a farsi forza di strumenti e soluzioni tecnologicamente sempre più complesse e sofisticate, impensabili sino a dieci anni fa anche in azienda.

Il cloud diventa insomma più economico, un po’ più sicuro e certamente sempre più pubblico. Nonostante la spinta dei grandi del mercato server, è avviata la migrazione dai datacenter tradizionali al cloud privato, e poi da questo a soluzioni ibride che sfociano necessariamente in nuovi modelli di cloud pubblico. Un vettore forte e determinato, con un unico verso: il punto di arrivo sono grandi contenitori di risorse di calcolo e di archiviazione, altamente automatizzati (software defined) nei quali girano container e microservizi di calcolo insulati l’uno dall’altro e protetti da barriere che impediscano qualsiasi violazione, ma capaci di scalare e utilizzare servizi e interfacce di programmazione con rapidità ed efficienza.

«L’informatica di domani – dice Kindermans – non sarà forse simile a come l’hanno raccontata i grandi romanzi e film di fantascienza del passato, ma sicuramente sorprenderà per la capacità di creare nuovi paradigmi tecnologici sempre più complessi tecnicamente ma facili da gestire dal punto di vista operativo». Il cui cuore pulsante sarà tutto nel cloud.

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