Mediterra ha scelto gli stabilimenti dell’ex Italtel di Carini, in provincia di Palermo, per aprire il suo roadshow sui data center regionali. In questo luogo che ha una forte valenza storica e culturale per il territorio – basti ricordare la stagione degli anni ’80 con Marisa Bellisario alla guida del gruppo – la società ha annunciato un investimento superiore a 20 milioni di euro per il sito PMO01, risultato dell’acquisizione di Open Hub Med, e ha presentato un Patto per la connettività del Mediterraneo.
Per il ceo Emmanuel Becker, l’infrastruttura siciliana può diventare il punto di partenza di una collaborazione più ampia: portare servizi digitali sul territorio, creare lavoro qualificato e collegare la domanda italiana ed europea ai mercati del Nord Africa e del Medio Oriente. Il progetto si intreccia con la sua idea di sovranità digitale, fondata anche su una rete di data center distribuiti su scala regionale.
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Becker, perché avete deciso di avviare il roadshow proprio da Carini?
Volevamo mostrare che siamo presenti sul territorio e che intendiamo investire. La Sicilia dispone già di una connettività internazionale importante: qui approdano numerosi cavi sottomarini. Con PMO01 e con la collaborazione già avviata con Unitirreno, vogliamo rafforzarla e fare in modo che sia utile anche oltre l’isola: all’Italia, all’Europa e ai Paesi del Mediterraneo. Carini può diventare una porta digitale attraverso cui erogare servizi, ma per riuscirci abbiamo bisogno di lavorare insieme agli altri attori della filiera e di produrre benefici riconoscibili per il territorio.
Da questa idea nasce il Patto per la connettività del Mediterraneo. Che cosa proponete?
Proponiamo di riunire soggetti che condividono l’obiettivo di sviluppare l’ecosistema digitale della Sicilia. Pensiamo ai nostri clienti e partner, alle altre imprese, alle istituzioni e al mondo della formazione: insieme siamo più forti. Il Patto è un impegno condiviso, senza obblighi economici o contrattuali: ciascuno può contribuire secondo il proprio ruolo a migliorare connettività, attrattività e competitività del territorio. Partiamo dalla Sicilia perché qui vediamo la possibilità di costruire servizi rivolti al mercato locale ma anche al resto del Mediterraneo.
Quali benefici può portare il Patto alle imprese e al territorio?
Il nostro obiettivo è creare le condizioni perché altre imprese scelgano di insediarsi qui e possano erogare servizi digitali dalla Sicilia verso l’Italia e l’estero. Quando un data center cresce, anche i partner possono sviluppare attività e assumere professionalità sul territorio. È un tema che riguarda anche le persone e le competenze: per questo vogliamo rafforzare il rapporto con scuole e università, investire nella formazione e avvicinare i giovani alle opportunità del digitale. La connettività acquista valore quando intorno all’infrastruttura crescono competenze e imprese.
Che cosa rende la Sicilia una base interessante per servire il Nord Africa e il Medio Oriente?
La posizione geografica e i collegamenti via cavo consentono di raggiungere mercati molto ampi con tempi di trasmissione ridotti, compatibili con l’erogazione di servizi digitali. Noi vogliamo utilizzare questa prossimità per attrarre operatori e sviluppare da qui servizi destinati anche ad altri Paesi. L’idea è che l’Italia possa esportare servizi digitali attraverso un ecosistema di imprese e infrastrutture radicato nel territorio siciliano.
Questa possibilità è interessante anche per i mercati in cui le tensioni geopolitiche o l’instabilità economica rendono più incerti gli investimenti. Possiamo erogare servizi digitali verso quei Paesi partendo dalla Sicilia e facendo leva sulla maggiore stabilità del contesto italiano.
Nel vostro piano che ruolo ha l’investimento annunciato per PMO01?
È l’inizio del percorso. La prima fase serve a rafforzare la connettività del sito e la sua capacità di rispondere alla domanda locale e internazionale. Vogliamo poi attrarre attività e servizi che oggi le imprese siciliane svolgono utilizzando infrastrutture collocate altrove. Il sito offre spazio per crescere, ma preferisco misurare il progetto dai servizi che riusciremo a portare sul territorio e dalle opportunità che creeremo, più che da un singolo dato sulla capacità dell’edificio.
La rete di data center regionali che state realizzando può contribuire anche alla sovranità del cloud europeo?
Credo che la sovranità digitale debba avere anche una dimensione regionale. Se capacità e servizi si concentrano in pochissimi luoghi, un’interruzione o un attacco possono causare conseguenze molto gravi e diffuse. Distribuire le infrastrutture significa dare alle imprese la possibilità di operare più vicino al territorio e rendere il sistema nel suo insieme più resiliente. È il contributo che vogliamo dare con i data center regionali: creare più punti da cui erogare servizi, in Italia e in Europa.







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